Anthrax – Dopo 30 anni il male è ancora tra i viventi…

 

Trent’anni possono essere un lungo periodo di tempo, lunghissimo direi. Rappresentano una vita in certi casi. Una persona potrebbe essere considerata vecchia, un ricordo potrebbe risultare sbiadito, confuso, forse dimenticato… ma una passione? un’emozione? Possono scolorirsi con l’incedere del tempo che scorre?

Credo di sì, ma la risposta è nella mente di ciascuno di noi, l’intensità e la passione sono elementi mutevoli della personalità che ci rende aspetti unici di un mondo appiattito… E il ricordo, il sapore, il battito di ‘Amnog the Living’ nella nostra vita è differente perhcè noi siamo differenti…

Il 24 marzo del 1987 viene pubblicato ‘Among the Living’, terzo album degli Antrhax, cinque all’epoca capellonissimi ragazzi di New York City con un quarto di secolo sul groppone: Joey Belladonna (all’anagrafe Joseph Bellardini) voce della band dal secondo album ‘Spreading the Disease’, Dan Spitz alla chitarra solista, veloce scorridita sulla tastiera, Scott Ian (Rosenfeld) la chitarra ritmica e mente indiscussa dei cinque newyorkesi, e due parenti, la sezione ritmica del manipolo, Frank Bello al basso (ex tecnico delle chitarre del gruppo entrato in formazione anch’egli dopo il primo album) e lo zio coetaneo Charlie Banante alla batteria, origini italiane per farci sentire un profumo di orgoglio campanilista.

‘Among the Living’ è uno fra gli album più importanti nella storia del thrash metal; di certo il più maturo, perfetto, unico e album capolavoro degli Antrhax. Davvero unico e davvero perfetto. Una sequenza di brani mozzafiato, una concatenazione di riff potenti, crudeli legati dall’elemento racchiuso nel titolo: ‘Among the Living’, il male tra i viventi. Ed ecco i vari aspetti del male sotto forma di sterminio di popolazioni più deboli da parti di cosiddette popolazioni più forti, alla violenze cieca della legge, alle libertà negate, alle paure nascoste nella nostra mente, all’autodistruzizone. Tutti estrapolati da momentidi vita americana, dallo sterminio dei nativi d’America, John Belushi che lascia evaporare la sua vita, alla legge imposta dal protogonista di fumetti Judge Dredd e le intuizioni tratte da novelle di Stephen King, senza trascurare il puro divertimento del vivere tutti insieme sotto il palco…

Anche la copertina appartiene alla cultura americana, cinematografica in questo caso, il reverendo Henry Kane, l’antagonista del secondo film della saga di Poltergeist. E’ lui il personaggio che rappresenta il male fra i viventi, l’unico che ha il coraggio di alzare la testa e guardare dritto negli occhi noi, scrutando la nostra coscienza entrando nella nostra anima.

Le sonorità di ‘Among the Living’ sono impressionanti, compresse, asfissianti. La sua potenza grezza è l’elemento che collega i nove infuocati brani, cattiveria emozionale. La velocità crudele caratterizza le sequenze, i vari feroci passaggi e gli intrecci determinanti. E’ un album completo realizzato, forse incosciamente, da cinque giovanistri, che sono stati in grado di rispondere con un capolavoro ai colleghi del versante ovest degli U.S.A. che da tempo avevano dettato i canoni irrinunciabili del thrash metal. Espressione matura di una giovinezza irriverente, il momento di passaggio tra un’incoscienza musicale e l’ingresso nella storia del metal più sfrenato.

‘Among the Living’, mi ripeto, è oggettivamente un capolavoro, è un album da brivido, una sensazione unica. E la dedica a un nostro amico indimenticato a concludere il percorso… Cliff Burton…

Dunque, possono trent’anni essere un lungo periodo di tempo? Se riferiti agl Anthrax di ‘Among the Living’ direi proprio di no.

Non è il caso che parli dei vari brani, credo che siano impressi a fuoco nelle nostre anime e non c’è proprio bisogno riascoltarli per farli riaffiorare nella mente. Sono in noi. Se così non fosse… gli Anthrax allora non è cosa per voi… E la condivisone con gli amici di sempre, le discussioni, le risate, le chiacchiere sensa senso con un sottofondo unico mi accompagneranno per il resto della mia vita.

C’eravate? io sì… non avevo mica quattro anni, io…

 

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