DIO – Dream Evil, l’eterna voce dal profondo

 

 

Corre l’anno 1987 e Ronnie James Dio si è appena lasciato alle spalle (piuttosto duramente) la collaborazione con il chitarrista dell’Irlanda del Nord Vivian Campbell con il quale ha inciso pagine immortali della musica del diavolo. Se vi dico Holy Diver, per esempio, non temo di essere smentito. Considerata l’importanza che Ronald Padavona ha sempre dato alla chitarra vien da sè che l’uscita di “Dream Evil” è attesa con estrema curiosità dai fan, me diciassettenne incluso che poggiava la puntina sui dischi di una piccola radio locale dedicata al rock e al metal.

Dopo aver scosso il pianeta con gli Elf, i  Black Sabbath e i Deep Purple il piccolo elfo dalla voce enorme ha sciorinato successi personali uno dietro l’altro grazie alla sua classe, la sua voce e la sua personalità unica, ogni uscita perciò è gravida di interesse e, nel mio caso, gioia pura.

L’uscita del vinile (allora l’unico metodo di riproduzione possibile insieme alle cassette) è accompagnata dal tour mondiale che me li fa apprezzare un anno dopo a Milano in un epico Gods of Metal macchiato da una disgrazia avvenuta alla sua crew; infatti uno dei camionisti trasportanti scenografie e strumenti incappo’ in un incidente mortale in terra italica e leggenda vuole che persino la band abbia dovuto acquistare in fretta e furia il backline in negozi locali, anche se non sono mai riuscito a verificare la veridicità della storia. La vicenda fu raccontata direttamente dal palco con una commossa dedica.

Ma veniamo al prodotto con una copertina classicamente ispirata alle paure irrazionali del buio, della notte e dei mostri che popolano l’infanzia di tutti noi, non particolarmente bella, ma sinceramente poco ci interessa con calibri di quel tipo.

Brano d’apertura è Night People ispirato agli scavezzacollo della LA trasgressiva e di chi si crede invincibile nella giungla metropolitana; questo aspetto pare il vero leit motiv del disco, piuttosto che la  paura del buio prevale la critica dell’ inseguire piaceri effimeri e a volte illegali che la notte di una grande città offre, ma vediamo di capirlo in seguito.
Atmosfera cupa, niente allegria e, chiaramente, voce tonante come non mai.
Arriva Dream Evil che da il titolo al disco con il suo testo positivo, infatti le nostre paura nascono dall’interno e possono essere sconfitte. Bella canzone, a mio parere la migliore del disco e decisamente orecchiabile.
Sunset Superman ritorna sul tema della notte e dei suoi “eroi” che di eroico hanno ben poco nel senso classico, ma come tali sono visti da chi fa del peccato notturno il suo ideale di vita. Anche qui un bell’episodio sonoro e un testo degno di essere studiato in corsi di retorica.
All the Fools Sailed Away è la ballata del disco, non di sicuro l’episodio migliore; niente a che fare con la mia atavica allergia alle ballate, ma proprio per una, permettetemi, non proprio eccessiva fantasia.

Il nostro folletto scatena la sua inventiva lirica nel testo di Naked in the Rain che non delude anche musicalmente; lo struggente rapporto che ha l’anima inquieta che non si sente rappresentata in un mondo snaturato dagli istinti umani e relegato, forse questo il messaggio, a puro inseguimento di soldi e possesso.
Overload dà la possibilità al nuovo chitarrista CRAIG GOLDIE di scatenarsi un pochino e mettersi in luce mente l’onnipresente (e schiacciasassi) VINNIE APPICE pesta a 180 bpm come se da questo dipendesse la propria vita. Non lasciamo indietro e presentiamo JIMMY BAIN al basso, eredita’ dei Rainbow e il notevole coinvolgimento delle tastiere suonate da CLAUDE SCHNELL.
I could have been a dreamer 
è un lento piacevolissimo, intriso di sentimento. Faces in the window però pare già sentito prima nello stesso disco, come fosse la coda si un’ispirazione che si diluisce e tenta di riproporsi con diverso nome. Chiude l’episodio When a Woman Cries, senza meritarsi troppa enfasi.

Cosa è successo dunque in questo disco?
Abbiamo l’ingresso di Craig Goldie che ha una pesante eredità da gestire sia in senso strumentale che compositivo e non ha, nell’arco di pochi mesi, la possibilità di intavolare un capolavoro che viene dopo anni di affiatamento tra i componenti.
È successo che Ronnie James Dio salva come sempre capra e cavoli e che mi fa consigliare ai lettori di riascoltarselo, o di ascoltarlo sicuramente la prima volta.

 

 

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