Drive, She Said – Pedal To The Metal

 

Frontiers Records – Aprile 2016

Mark Mangold è un personaggio che non ha certo bisogno di presentazioni per tutti gli amanti dell’AOR: tastierista nei seminali American Tears e nei brillanti pomp aorsters Touch, nonché compositore di successo alla corte di artisti del calibro di Michael Bolton e Cher, torna oggi col suo progetto più personale, questi Drive, She Said formati sul finire degli anni ’80 in compagnia del cantante-chitarrista Al Fritsch e autori di tre eccellenti lavori tra il 1989 e il 1992.

Dopo un primo come back nel 2003 con l’album “Real Life”, Mangold negli anni recenti si è dedicato a progetti più vicini all’alternative pop e alla new age (come nel caso della band newyorkese dei The Radiant), ma, grazie all’interessamento della Frontiers, rieccolo riformare la band insieme al degno compare Fritsch con l’intenzione di riavvicinarsi alle classiche sonorità AOR del suo passato con questo nuovo album “Pedal to The Metal“.

Il tutto è evidente sin dall’iniziale “Touch”, che ci riporta direttamente alle atmosfere dell’album d’esordio della band, grazie ad un riff di chitarra che ricalca quello del classico immortale “Don’t You Know What Love Is” (portato al successo inizialmente proprio dalla band dei Touch: e qui ci viene il sospetto che ci troviamo di fronte ad un nemmeno tanto velato omaggio proprio al gruppo col quale Mark conobbe i primi successi); gli anni non sembrano affatto passati nemmeno per la voce di Al Fritsch, ancora identica a vent’anni fa e l’orecchiabile coro, semplice ma efficacissimo, è da orgasmo totale per chi ama le sonorità in questione.

Le avvolgenti tastiere di Mr. Mangold introducono la trascinante “Pedal to The Metal”, che dà il titolo all’album: lei ci ha detto di guidare e quindi spingiamo a fondo il pedale dell’acceleratore e lasciamo che l’auto dei Drive, She Said ci conduca lungo l’autostrada del melodic rock, grazie a questo brano che suona come la versione AOR di “Highway Star”.

In ‘R Blood” è il vertice assoluto dell’album: un vero gioiello che brilla di luce propria, grazie ancora alle sognanti atmosfere create dai magici tasti d’avorio delle tastiere ed alle ottime armonie vocali del duo (accompagnato alle backing vocals da personaggi come Ted Poley, Goran Edman, Thomas Vikström e Peppy Castro); se non sapete cosa sia l’AOR ascoltate questo pezzo e inizierete ad amare il genere.

Dopo il lento d’ordinanza “Said It All”, anch’esso nel classico stile della band, la successiva ”Writing On The Wall” rialza i ritmi e sembra essere uscita direttamente dal catalogo dei Touch, grazie agli splendidi cori armonizzati ed all’incedere possente dell’hammond che va a duettare col synth: due parole vanno dette anche sulla produzione, in quanto questo è il disco dei Drive, She Said che, grazie alle moderne tecniche di registrazione, suona meglio di tutti quelli della loro carriera.

Rainbows And Hurricanes”, oltre a godere di un bellissimo titolo, è un brano cadenzato dall’andamento drammaticamente epico, grazie all’ottima prova vocale di Al Fritsch, mentre “Love Will Win In The End” ha un non so che di già sentito, ma riesce comunque ad affascinare grazie a quell’inconfondibile sound tipico del melodic rock d’oltreoceano.

Imponenti suoni di sintetizzatore aprono “Rain Of Fire”, un grintoso melodic hard rock connotato da un affascinante ritornello e da assoli classicheggianti, che ci portano direttamente alla seconda slow song dell’album, “In Your Arms”, che vede Al duettare con la rediviva Fiona in un pezzo che se fosse stato affidato a Cher vent’anni fa avrebbe scalato tranquillamente tutte le classifiche di vendita di Billboard.

I’m The Nyte” costituisce un piccolo passo falso, col suo (poco riuscito) tentativo di coniugare delle basi quasi techno, con suoni digitalizzati e voci filtrate, ad un coro molto melodico ed arioso. Fortunatamente l’inizio di “Lost In You” torna a regalarci la giusta dose di entusiasmo, grazie ai passaggi strumentali ed alle lyrics che citano direttamente quelli della già nominata “Don’t You Know What Love Is”: il brano si sviluppa poi in maniera completamente autonoma e conquista grazie ad un bel coro ed ai soliti arrangiamenti magistralmente orchestrati da quel genio che risponde al nome di Mark Mangold.

A chiudere l’album è un inusuale (per la band) ballad incentrata sulla chitarra acustica intitolata “All I Wanna Do”, carina ma nulla di più per una band che avrebbe molte più frecce al proprio arco.

In definitiva questo è un album che, nonostante qualche lieve calo nella seconda parte, non potrà che incantare tutti gli amanti delle sonorità più melodiche e che, a nostro modesto parere, è destinato sin d’ora a piazzarsi molto in alto in quelle classifiche di settore che vengono solitamente stilate a fine anno. Dal canto nostro non vediamo l’ora di ammirare i Drive, She Said dal vivo il prossimo 23 aprile al Frontiers Rock Festival di Trezzo sull’Adda, per un evento che ha in sé tutti i connotati dell’unicità.

Accendete il motore, inserite la prima e cominciate a guidare: è lei che ve lo chiede…

http://markmangold.org/

Tracklist:
1. Touch
2. Pedal To The Metal
3. In ‘R Blood
4. Said It All
5. Writing On The Wall
6. Rainbows And Hurricanes
7. Love Will Win In The End
8. Rain Of Fire
9. In Your Arms
10. I’m The Nyte
11. Lost In You
12. All I Wanna Do

Band:
Mark Mangold – tastiere, cori
Al Fritsch – voce, chitarra, basso, tastiere, cori

Ospiti:
Chitarra: Tommy Denander, Daniel Palmqvist, Jon Bivona, Ray De Tone, Ricky Wheels
Basso: Ken Sandin, Paul St. James, Alessandro Del Vecchio
Batteria: Peter Yttergren, Pontus Engborg, Francesco Jovino, Kenny Aronoff
Cori: Goran Edman, Chandler Mogel, Ted Poley, Kevin Osborne, Randy Jackson, Thomas Vikström, Peppy Castro
Voce femminile su “In Your Arms”: Fiona

 

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2 Commenti su Drive, She Said – Pedal To The Metal

    • Grazie per i complimenti. Credo che se non fosse per la perseveranza Frontiers un nuovo album dei D,SS ce lo saremmo solo potuto immaginare 🙂

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