Fates Warning + Methodica @ Orion Live Club, Roma – 21 gennaio 2018

Finalmente!

È il caso di dirlo, dato che i Fates Warning – pionieri del progressive metal a stelle e strisce – mancavano qui a Roma da quasi ventitré anni (tanto che, ricordandolo durante il concerto, si stupirà di questo anche il cantante Ray Adler… ). Questo tour è anche un’occasione per registrare un nuovo live, dato che l’ultimo risale ormai al 1998 (escludendo la recente registrazione di “Awaken the Guardian” con la formazione storica, al Keep It True 2016).

La serata comunque non era cominciata nel migliore dei modi, dato che il blocco del traffico – causa domenica ecologica – mi ha permesso di arrivare all’Orion solo quando gli opener Methodica avevano già finito. Me ne scuso con la band, e mi riprometto di rimediare appena possibile.

Mentre il gruppo statunitense prende posto sul palco accompagnato dagli applausi del pubblico, mi chiedo se il già citato blocco della circolazione possa aver influito sulla scarsa affluenza di stasera, 130 persone circa.

Intendiamoci: tanto di guadagnato per i misantropi come me che possono godersi il concerto in tutta comodità, ma immagino come possa esser frustrante per la band (e il promoter) dato che ieri – mi dicono – a Milano c’era il pienone. In tutti i casi, da diversi anni Roma ci ha ampiamente abituato a questi exploit, nulla di nuovo sul fronte occidentale (mi raccomando però… poi lamentatevi della scarsità di concerti).

Considerazioni personali a parte, la band si esibisce in un set di due ore, il quale prevede estratti da “No Exit” in poi; il gruppo è in grandissima forma e mostra una perizia tecnica a dir poco eccellente, anche se per una buona metà del concerto ci saranno continui problemi di bilanciamento sonoro: voce troppo bassa, chitarre quasi impercepibili (non parliamo del basso… ) e batteria in primo piano. Scandaloso fornire a musicisti di questo calibro dei suoni così impastati e confusi. È stata la frusrtazione per condizioni simili a farmi alzare sulla note di “Wish” per andare a prendere il fonico per i capelli: parlandoci, con mio grande stupore, mi sono accorto che era proprio quello della band! Senza parole davvero… ma almeno, dopo la mia “amichevole constatazione”, i suoni si assesteranno su livelli perlomeno decenti!

Come detto precedentemente, la band è in formissima e non si risparmia, tra tempi dispari (Bobby Jarzombek alla batteria è qualcosa di semplicemente inumano), assoli in tapping e saltuari cori a tre voci. Ray Adler mostra di avere un’ottima voce anche dopo tutti questi anni, mentre Jim Matheos alla chitarra e Joey Vera (Armored Saint) al basso incastrano le loro trame sonore alla perfezione, sulle quali Michael Adbow esegue i suoi assoli con una precisione tale da far invidia a musicisti ben più esperti di lui.

Se proprio vogliamo trovare il pelo nell’uovo, i primi tre dischi (senza Adler) vengono completamente ignorati e per chi scrive questa è una grossa pecca, dato che ritengo “Awaken the Guardian” un disco inarrivabile nel suo genere.

Questo comunque non svilisce un concerto tra i migliori a cui ho assistito da diversi mesi a questa parte.

Band di una classe infinita.

Enormi.

 

Setlist:

From the Rooftops – Life in Still Water – One – Pale Fire – Seven Stars – SOS – Pieces of Me – Firefly – The Light and Shade of Things – Wish – Another Perfect Day – The Ivory Gate of Dreams: IV. Quietus – And Yet It Moves – Nothing Left to Say – Silent Cries – The Eleventh Hour – Point of View – Through Different Eyes – Monument – Eye to Eye

 

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