Frontiers Rock Festival II – Live Club, Trezzo d’Adda (MI) – 11 / 12 Aprile 2015

Gli dei del Rock melodico (ri)sbarcano a Trezzo.

A 11 mesi di distanza dalla prima, fortunatissima, edizione, Frontiers Records rilancia il Frontiers Rock Festival nella sempre efficace cornice del Live Club di Trezzo Sull’Adda, riscuotendo consensi unanimi sia dai fans che dagli addetti ai lavori.

Alla vigilia della kermesse milanese che sembra ormai essere destinata –complice anche l’importante, pare definitiva defezione del Firefest di Nottingham- a riunire annualmente alcune tra le migliori band di hard rock (melodico o tradizionale che sia) e AOR, di visi un po’ dubbiosi e non entusiasti ne avevo visti molti. E avevo anche sentito commenti sulla falsa riga delle espressioni lette in volto ad alcuni, un misto di scetticismo ed incredulità, insomma.

L’esternazione ricorrente era una, ed una soltanto: “ahia, quest’anno hanno spostato il festival ad aprile e da 3 dell’anno scorso, i giorni sono diventati 2, qui c’è qualcosa che non va…”occasionalmente sostituita da “i soldi non si fabbricano di notte come Totò e Peppino De Filippo, Serafino (Perugino, presidente di Frontiers Records-nda) s’è svenato economicamente l’anno scorso per Tesla, Night Ranger e Stryper, e adesso un’edizione come quella dell’anno scorso ce la possiamo pure scordare”.

Dubbi presto fugati dall’accoglienza e dall’affluenza del pubblico, calorosissimo e numerosissimo, accorso da tutta Europa (Italia ovviamente in testa, seguita a ruota da Germania, Svezia, Regno Unito, Spagna e Francia), nonché da Stati Uniti e addirittura Giappone, a testimoniare come l’interesse per il Rock, in particolare quello melodico, sia più che mai vivo e vegeto, e goda di ottima salute!

Partendo dalla categoria ‘giovani’, promossi a pieni voti i britannici Vega, autori di una performance ben al di sopra delle più rosee aspettative. Per carità, non che la loro ultima fatica discografica, l’eccellente “Stereo Messiah” lasciasse molti dubbi in proposito, ma la band capitanata da un’entusiasta e quanto mai agile sul palco Nick Workman ha lasciato di stucco tutto il pubblico del Live Club con una performance di altissimo livello, alla fine, giustamente, a lungo applaudita.

Stesso discorso per la svedese Angelica (Angelica Rylin, cantante dei The Murder Of My Sweet).
Oltre che provvista di un certo fascino da ‘dark lady’, la sua è stata una buona prova di carattere, costretta com’era a ricoprire il ruolo –onorevole quanto a volte ingrato per l’ovvia e comprensibile tensione ad esso immancabilmente connessa- di opener assoluta delle due giornate. Il materiale del suo primo, discreto disco solista di due anni fa, “Thrive”, fa miglior mostra di sé dal vivo che non tra i solchi di un compact disc, così come la sua voce, bella e sognante anche se non sempre profondissima, memore a tratti di quella della leggendaria Ann Wilson (Heart) della quale la cantante svedese si proclama peraltro grande fan.

Non da meno i suoi compatrioti Eclipse, che ‘concedono il bis’, richiamati quest’anno dopo l’ottima esibizione dell’edizione 2014 del festival. Guidati dagli splendidi (umanamente quanto musicalmente-nda) Erik Mårtensson e Magnus Henriksson, gli scandinavi si producono in un set a dir poco infuocato, costantemente in bilico tra roccioso hard rock, melodia AOR e imprevedibili ‘svisateal limite dell’heavy melodico.

Collocato in un certo senso ‘forzatamente’ tra i ‘giovani‘ vista la sua età e tenuto soprattutto in considerazione il fatto che parliamo di un grande professionista che ha vissuto –e non solo all’avviso del sottoscritto- per anni ingiustamente lontano dalle luci della ribalta, Nigel Bailey con i suoi Bailey ha dato il ‘buongiorno’ o ‘buon pomeriggio’, ad un pubblico ancora non caldissimo (presto ‘scaldatosi’ proprio grazie alla performance della band in questione) ed ancora assonnato, complice la ‘sbornia’ di grande musica del sabato. Che il cantante e chitarrista/bassista di Bradford, West Yorkshire, fosse dotato di una voce a dir poco incantevole e di un’abilità di performer fuori dal comune, si sapeva già dall’anno scorso, quando alla testa dei Three Lions (con gli ex-Dare ed ex-Ten Vinny Burns e Greg Morgan) aveva dato vita ad una delle migliori esibizioni in assoluto dell’intero festival, ma quest’anno, nonostante gli ovvi limiti di tempo, è addirittura riuscito a superarsi, meravigliando anche nelle vesti di secondo chitarrista solista della propria band.

Nella categoria ‘virtuosi’, ovvero quei gruppi che possono vantare nelle loro file almeno un fuoriclasse riconosciuto dello strumento, promossi sia i Burning Rain di Doug Aldrich e Keith St.John, che i Lynch Mob di George Lynch e di Oni Logan.

I primi si producono in uno show interessante, più ‘ragionato’ che di potenza pura (quella che c’è, fa ovviamente leva sul chitarrismo, al solito granitico quanto estremamente tecnico, di Doug Aldrich), e regalano al pubblico presente la bellezza di tre cover: “Crying In The Rain” dei Whitesnake, la cui esecuzione è probabilmente sintomatica del fatto che il recente e chiacchieratissimo split tra Aldrich e David Coverdale sia stato, in effetti, amichevole come si dice; “Rock The Nation”, doveroso (almeno all’avviso di chi scrive-nda) tributo al mai abbastanza compianto genio di Ronnie Montrose, di cui Keith St.John è stato di fatto l’ultimo, apprezzato cantante; ed infine, un’inattesa ma ben riuscita “Kashmir”, con ‘special guest’ alle tastiere Alessandro Del Vecchio. “Bella tribute band questi Burning Rain!” sentirò dire ironicamente da qualcuno al termine del loro show (commento che per la verità, non pare nemmeno così irriverente o ingiurioso-nda), ma in realtà per chi c’era ed ha assistito alla convincente esibizione del gruppo originario di Philadelphia, Pennsylvania, si è trattato di ben altro che un’esibizione di una tribute band…

Per quanto riguarda, invece, i secondi, che non suonavano insieme da ben 3 anni (fatto confermatomi personalmente da George Lynch, persona insospettabilmente squisista e anche molto umile), non si può certo dire che non sia una gioia riascoltare i migliori brani di “Wicked Sensation”, riproposti con la stessa grinta e carica di 25 anni fa da un Oni Logan in ottima forma sia fisica che vocale, come se un quarto di secolo non fosse passato e non avesse minimamente scalfito la sua spesso sottovalutata, ma duttile, voce.

Tanto duttile e a suo agio anche nei passaggi più difficili di storici brani dei Dokken quali “Tooth And Nail” e “Alone Again” (la seconda in particolare interpretata con notevole maestria), da riuscire quasi a ridicolizzare gli originali, oggi a stento cantati come un tempo da un Don Dokken ormai in netta fase calante. Sulla prova di George Lynch, poi, c’è poco da dire: un vero Maestro con la “m” maiuscola in tutto e per tutto, lui che maestro nella vita lo è stato (e lo è!) due volte: prima per un certo Mr. Edward Van Halen, al quale pare abbia insegnato ben più di un ‘trucco del mestiere’, e in tempi più recenti, nel suo “Dojo”, sito internet da lui stesso creato votato all’insegnamento online delle più innovative tecniche chitarristiche. Non una sbavatura, non una nota di più, né una di troppo. Tutto perfetto, forse anche troppo, diranno alcuni, ma reso con un tocco e un feeling che è prTino Troyoprio di pochi, anzi di pochissimi, nella storia del Rock.

Per quanto attiene, invece, al ‘piatto forte’ di questo Frontiers Rock Festival 2015, ovvero la sezione ‘veterani’ (dei quali Serafino Perugino, oserei dire al pari del sottoscritto, è attento, anzi attentissimo, ed indiscutibile, estimatore), promossi magna cum laude i britannici Praying Mantis e FM. Con riserva, invece, Joe Lynn Turner, Pink Cream 69, Harem Scarem e House Of Lords.

La band dei fratelli Chris e , Tino Troy unica rappresentante della gloriosa New Wave Of British Heavy Metal nel contesto di un festival dedicato al rock melodico, s’è prodotta in uno show a dir poco eccellente. Lo storico quintetto di Londra, ormai prossimo a celebrare il quarantennale della propria fondazione, negli anni spesso punto d’approdo per nomi illustri della scena hard rock ed heavy metal inglese (Gary Barden, Dennis Stratton, Bruce Bisland, Clive Burr –RIP- solo per citare alcuni tra i più noti) è sembrata addirittura rinvigorita dall’ingresso in line-up degli olandesi John Cuijpers (in arte “Jaycee”, cantante) e Hans In ‘T Zandt (batterista). Convince anche l’unico brano presentato in anteprima dal nuovo ‘Legacy’, la cui uscita è ormai imminente.

Pollice rivolto decisamente verso l’alto anche per gli FM, giunti per la prima volta in Italia in 29 anni di onoratissima carriera. Steve Overland quanto a forma fisica e (soprattutto) vocale sembra un ragazzino appena uscito dal college, e non da meno sono i suoi compagni di ventura. Il repertorio è un’equilibrata ‘antologia’ del miglior repertorio della band, tornata a ‘graffiare’ con il nuovissimo “Heroes And Villains”, dopo due album complessivamente buoni, ma poco rappresentativi dell’autentica verve compositiva della band albionica, quali “Rockville” e “Rockville II”. Confesso che, in più di un frangente, ad occhi chiusi, durante il set degli FM, mi è sembrato di rivivere i fasti dei Bad Company dell’era Brian Howe!

Joe Lynn Turner, ovviamente attesissimo dal pubblico italiano anche per questioni di ‘consanguineità’ (è nato nel ’51 ad Hackensack nel New Jersey come Joseph Linquito da una famiglia di immigrati italiani), ha invece deluso un po’ le aspettative: non è sembrato in gran forma a livello vocale, cosa tutto sommato accettabile data l’età di un cantante dalla carriera a dir poco strabiliante come la sua, peraltro all’insegna costante di continuità e (alta, o altissima) qualità sul fronte delle performances in giro per palchi di mezzo mondo, e ha proposto una scaletta francamente discutibile, limitandosi a proporre brani del repertorio di Rainbow, Yngwie Malmsteen, e Deep Purple (con “Smoke On The Water” a chiudere il bis!), ignorando completamente il proprio repertorio solista (lo splendido “Rescue You” del 1985 su tutti, ma anche la recente produzione su Frontiers, di cui è assolutamente meritevole di menzione “Second Hand Life” del 2007), il progetto Sunstorm, nonché i suoi Fandango, band tramite la quale riuscì, sul finire degli anni ’70, a segnalarsi all’attenzione di Ritchie Blackmore. Menzione di lode, comunque, per la band dalla quale era accompagnato sul palco, praticamente gli svedesi Dynazty al completo, incredibilmente a proprio agio nel riproporre i passaggi strumentali più difficili di autentici ‘mostri sacri’ dello strumento dei quali Blackmore e Malmsteen si sono circondati nel corso degli anni.

Incantano più per precisione e potenza –da vera band teutonica- che non per le canzoni in sé, invece, i tedeschi Pink Cream 69, band per la quale confesso di non avere mai avuto un debole, nemmeno quando dietro al microfono c’era un certo Andi Deris, cantante che gode di grande stima presso il sottoscritto. Sposo dunque ‘a metà’ la causa di Elio Bordi, al quale sono piaciuti invece molto. Beh, penso che Elio e io possiamo tranquillamente essere d’accordo nel dire che se anche meno della metà delle band odierne potessero suonare con cotanta professionalità, vivremmo in un mondo musicalmente perfetto o quasi.Il problema, almeno per quanto mi riguarda, è che i brani proposti dal gruppo di Dennis Ward non mi comunicano granchè.

Superano abbondantemente la sufficienza degli Harem Scarem purtroppo temporaneamente orfani dello storico chitarrista Pete Lesperance, recentemente coinvolto in un caduta accidentale su una lastra di ghiaccio che gli ha provocato la frattura del braccio sinistro, sostituito dall’amico personale della band Mike Vassos, chitarrista certamente di buona levatura, ma non dotato dell’estro di Lesperance. Harry Hess e soci hanno regalato all’attento ed esigente pubblico del Live Club ben 16 brani del loro nutrito repertorio, tra i quali non potevano ovviamente mancare ben 5 estratti dal capolavoro “Mood Swings” del 1993 (splendida la prova vocale del batterista Darren Smith in “Sentimental Blvd.”), affiancati da quelli provenienti dagli album usciti per Frontiers nell’ultimo decennio.

In forma migliore rispetto a quando li vidi per la prima volta a Mozzate nel lontano novembre 2009, gli House Of Lords si rendono protagonisti di una bella esibizione. Certo la voce di James Christian non è più quella di un tempo, ma ribadisco -come nel caso di Joe Lynn Turner – che passati i 60 certe pretese non hanno ragion d’essere, prendere o lasciare! Anche perché, piaccia o no, di Glenn Hughes ne nasce uno ogni secolo quando va bene, quindi tanto vale ‘accontentarsi’ e godere delle performances di questi straordinari e pressochè immarcescibili ‘veterani’ fintanto che li avremo con noi, perché quando non ci saranno più, saranno –come si suol dire- cavoli amari, anzi amarissimi, per tutti.

Circolano peraltro voci insistenti sul ricorso alla moderna tecnologia a cui James Christian si sarebbe ‘appoggiato’ durante l’esibizione degli House Of Lords (vd. parti di voci solista e cori preregistrati) per aiutare sé stesso ma anche gli altri membri della band coinvolti nei cori. Per quanto mi riguarda, essendo la mia posizione al momento dello show della band abbastanza decentrata e distante dal palco, non ho potuto valutare in modo sufficientemente accurato se ciò sia vero o meno. Posso tuttavia obbiettivamente dire, avendo scattato numerose foto dal ‘pit’ durante l’esecuzione delle prime 3 canzoni, di non aver avuto questa impressione.

Fatto sta che, al termine dell’esibizione della band, nel giardino interno del Live Club, ho avuto modo di scambiare due battute con un’indignata fan scozzese, Sue B., cantante professionista, la quale mi ha detto di “essere stata due volte in tempi recenti ad un concerto di questa band, che adoro e seguo da anni, e di essere stata presa in giro in entrambe le circostanze! 50% di quello che ho visto sia a livello di voce solista che di cori, era senz’ombra di dubbio playback”(sic).

Chi avrà ragione, e chi torto?

Ma ora Ludovici, non ci tenga sulle spine, e ci dica: secondo lei, chi sono stati, in definitiva, i veri eroi di questa seconda edizione del Frontiers Rock Festival?

Rispondo di avere pochi dubbi in proposito, e mi gioco tutto su 2 nomi (l’ordine in cui li elenco non è da considerarsi in alcun modo preferenziale-nda): Ted Poley e Pride Of Lions.

Posso dire di aver visto (per la prima volta) già l’anno scorso il platinato e dinamicissimo cantante di Englewood, New Jersey, alla guida dei suoi Danger Danger, e di essere rimasto meravigliato dalle sue enormi capacità di entertainer, dall’indubbia capacità che ha di tenere il palco, nonché dalla sua voce, che sembra ben resistere allo scorrere del tempo. Ma non dai Danger Danger in sé e per sé, band certamente apprezzabile e molto apprezzata, ma di cui non sono mai stato un fan particolarmente entusiasta. Ebbene, quest’anno Poley mi ha letteralmente tenuto ‘incollato’ al palco, e con gli occhi a seguire ogni sua mossa e ogni nota che usciva dalla sua bocca. Quando poi il buon Ted ha deciso di scendere dal palco e ‘consegnarsi’ in tutto e per tutto all’abbraccio del pubblico passeggiando in mezzo ai numerosi presenti sulle note di “Don’t Walk Away”, tratta dal repertorio dei Danger Danger, i dubbi su chi fosse stato, fino a quel momento, il vero eroe del festival, sono scomparsi dalla mente di tutti, me incluso. Poley non ha poi lesinato ulteriori sorprese quando, a chiudere la sua esibizione, s’è lanciato in un riuscitissimo duetto in “One Step From Paradise” (anch’essa dal songbook dei Danger Danger) con una Issa ospite d’onore dell’edizione 2015 del Frontiers Rock Festival (dopo essere stata applaudita protagonista della precedente).

E’ credo altresì doveroso spendere almeno due parole sull’eccellente, ‘all-Italian’ band che ha accompagnato il biondissimo cantante americano nella sua esibizione, ovvero Alessandro Del Vecchio (tastiere), Mario Percudani (chitarra), Anna Portalupi (basso) e Alessandro Mori (batteria). Questi ragazzi rendono giustizia all’arte che ancora si produce –va detto, a fatica, per via delle numerose e a tratti veramente scandalose disfunzioni di carattere burocratico imposte dalle leggi vigenti in Italia- nel nostro Paese, e dobbiamo essere tutti fieri di quanto i due Alessandro, Anna, e Mario sono stati capaci di fare sul palco quest’oggi. Con le loro scintillanti performances individuali ai rispettivi strumenti, questi 4 musicisti hanno donato una differente, ma non per questo meno appetibile o meno credibile, identità artistica ai brani dei Danger Danger così come a quelli di Ted Poley artista solista.

Bravi, ragazzi!

Difficile dunque dire, alla luce di tanta passione, energia, ed emotività profuse in una setlist alquanto ‘stringata’ (non dimentichiamo che Poley era appena terzo nel bill della domenica, con uno show di durata inferiore all’ora e appena 9 canzoni a sua disposizione), se abbiano meritato di più i Pride Of Lions o il rocker della costa est statunitense.

Direi che scegliere tra i due è impresa alquanto ardua, soprattutto perché la band di Jim Peterik e Toby Hitchcock non ha lasciato assolutamente nulla al caso, proponendo con immaccolata professionalità ma anche tantissimo trasporto emotivo davvero il meglio del proprio repertorio, nonché quello dei Survivor, band della quale Peterik è stato a lungo nume tutelare. C’è stato spazio anche per un tributo personale di un visibilmente commosso Jim Peterik a Jimi Jamison, di recente scomparso, indimenticato ed indimenticabile cantante dei Survivor “Mark II”, così come un gradito intervento di Marc Schrerer (talento scoperto da Peterik stesso) in “Risk Everything” e “Cold Blooded” tratto dal nuovissimo “Risk Everything” di Peterik/Schrerer, uscito proprio in questi giorni su Frontiers Records.

Hitchcock ha poi dato libero sfogo a tutta la sua impressionante tecnica e potenza vocale, risultando alla fine il miglior cantante del festival, dimostrandosi anche umile quanto basta da cantare la celeberrima “Eye Of The Tiger” su un registro più basso, in modo da duettare a tutti gli effetti con Peterik sulle note della ben nota ‘theme song’ della colonna sonora di “Rocky III”.

Un festival per il quale non si sarebbe potuto scegliere un nome migliore, visto che di “Frontiers Rock Festival II” s’è realmente trattato. Un’ideale prosecuzione logica della prima, storica edizione dell’anno scorso, nonché una grande festa all’insegna di musica di qualità superiore, non certo inferiore per numero di presenze e coinvolgimento emotivo –almeno all’avviso di chi scrive- rispetto a quanto visto nel 2014. I complimenti della Redazione di Longliverocknroll.it a tutto lo Staff di Frontiers Records per l’ottima organizzazione, ed arrivederci al 2016!

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1 Commento su Frontiers Rock Festival II – Live Club, Trezzo d’Adda (MI) – 11 / 12 Aprile 2015

  1. Ciao, buona recensione anche se da fan di lunga data degli FM devo ahimè prendere atto che il loro show era tutt’altro che perfetto:

    -sbagliata completamente la intro di “DigginUpTheDirt” (guitar e bass fuori tempo)
    -suono delle chitarre scarso (da quando AndyBarnett non c’è più), troppo morbido e poco incisivo
    -setlist discutibile

    Ciao comunque spero fortemente in un loro ritorno l’anno prox !
    Long Live FM

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