Frontiers Rock Festival V – Live Club, Trezzo s/A (MI) – 28-29 aprile 2018

 

Correva l’anno 2014 quando la comunità mondiale degli appassionati di Melodic Hard Rock e A.O.R. entrò in fibrillazione alla notizia che l’etichetta partenopea Frontiers Records era sul punto di organizzare un festival alle porte di Milano con alcune tra le band più rappresentative del proprio roster: il solo pensiero di veder suonare insieme qui in Italia gruppi del calibro di Night Ranger, Tesla, Stryper, Danger Danger e Winger fino a pochi mesi prima sarebbe stato assolutamente inconcepibile.

Eppure, nonostante quel bill clamoroso, se non fosse stato per la massiccia affluenza dei fans provenienti dall’estero, quella prima edizione sarebbe probabilmente stata per l’etichetta partenopea un mezzo buco nell’acqua, ad ennesima dimostrazione che qui in Italia si è sempre pronti a lamentarsi, ma quando poi c’è da partecipare attivamente son sempre e solo gli stessi a farlo. Ciò nonostante, fortunatamente Frontiers non si è persa d’animo e ha continuato a riproporre negli anni a seguire il suo Frontiers Rock Festival, giunto quest’anno alla sua quinta edizione, sempre nell’accogliente location del Live Club di Trezzo sull’Adda. Se i fasti di quell’incredibile prima edizione, per ovvie ragioni di necessaria riduzione del budget, non sono più stati raggiunti a livello di line up presenti, la proposta è sempre rimasta più che interessante (band come Stryper e FM valgono comunque il prezzo del biglietto) ed il festival si conferma in ogni caso una splendida occasione per radunare tutti gli appassionati italiani e stranieri di un certo tipo di rock, che magari oggi non sarà più al passo coi tempi ma che può sempre contare su un’agguerrita ed appassionata fan base: a contorno delle esibizioni, bisogna infatti sottolineare quanto ogni anno sia sempre piacevole incontrare facce amiche, provenienti un po’ da tutto il mondo, con cui scambiare chiacchere e bersi una birra insieme, in attesa di godersi una serie di concerti di band che, se non fosse per questo festival, avrebbero ben poche possibilità di esibirsi in Italia davanti ad un pubblico di una certa consistenza; senza tralasciare poi la possibilità di scoprire e verificare la tenuta “live” dei nuovi gruppi emergenti messi sotto contratto dalla label di Serafino Perugino.

Impossibile quindi anche solo pensare di rinunciare ad un appuntamento oramai divenuto fisso in questo periodo e così, dopo aver ritrovato i compagni di tante battaglie nel parcheggio del Live Club, nel primo pomeriggio di sabato entriamo di buon ora nel locale, pronti ad assistere all’esibizione del gruppo chiamato ad aprire questa prima giornata del festival, ossia i nostrani Hell In The Club: stiamo parlando di quella che attualmente rappresenta una delle band più interessanti della scena sleaze rock europea e che con gli ultimi due album è riuscita ad arricchire il proprio sound delle più svariate influenze, personalizzando in maniera efficace la propria proposta musicale. Davanti a un pubblico già piuttosto folto, i quattro danno il via nel modo migliore al festival accendendo il pubblico grazie a pezzi brillanti come “Shadow Of The Monster” e la splendida “Proud”, vero manifesto di una vita dedicata al rock. Il loro set scorre veloce, col simpatico intermezzo rappresentato dall’incursione sul palco di un tizio mascherato da astronauta in “Houston We’ve Got No Money”  e si chiude in maniera potente con la classica “Devil On My Shoulder”: decisamente una delle esibizioni più incisive, se non la più incisiva in assoluto, di una band d’apertura alle varie edizioni del festival.

Setlist Hell In The Club: Natural Born Rockers – Shadow Of The Monster – Proud – Houston We’ve Got No Money – We Are The One – We Are On Fire – Devil On My Shoulder

A seguire, ecco un’altra nuova band, questa volta proveniente dall’Inghilterra: i Bigfoot, freschi dell’omonimo esordio uscito a fine 2017, mantengono alta la temperatura all’interno del Live Club grazie ad un sound robusto e decisamente coinvolgente, moderno nei suoni ma con evidenti richiami all’hard rock classico a livello compositivo; per l’occasione, dato il contesto, la band costruisce la sua scaletta sui brani dal taglio meno aggressivo, tra i quali meritano sicuramente una segnalazione l’opener “Tell Me A Lie” (molto Tyketto-style), l’insinuante “Freak Show” e la delicata power ballad “Forever Alone”. Ottimo il lavoro delle due asce di Mick McCullagh e Sam Millar, compatta la sezione ritmica e decisamente interessante la prestazione del singer Anthony Ellis, una sorta di ibrido tra la gigioneria di Jack Black e la timbrica di Danny Vaughn. Interessante scoperta.

Setlist Bigfoot: Tell Me A Lie – Run – Bitch Killer – Freak Show – Forever Alone – The Fear – Uninvited

E’ poi il turno degli Ammunition di Åge Sten Nilsen di salire sul palco: la prestazione del gruppo guidato dall’ex leader dei Wig Wam purtroppo risente in maniera pesante dell’assenza di Magnus Ulfstedt e – soprattutto – di Erik Märtensson (impegnati con gli Eclipse in alcune date in Estremo Oriente) ed è oltretutto segnata da una serie di inconvenienti tecnici che impediscono allo show di decollare in maniera decisa. Åge, da consumato performer, ce la mette davvero tutta per cercare di coinvolgere il pubblico, riuscendoci solo in parte, anche a causa della limitazione dei propri movimenti causata dal fatto di dover imbracciare la seconda chitarra per sopperire all’assenza di Erik; quando poi anche l’acustica comincia a fare le bizze all’inizio di “Road To Babylon” il nostro perde per un momento le staffe denotando un certo nervosismo che comunque non gli impedirà di portare a termine in crescendo lo show, grazie a brani energici e catchy come “Silverback” e “Wrecking Crew”. Troppo poco però: la band può dare decisamente di più.

Setlist Ammunition: Time – Tear Your City Down – Do You Like It – Tie Me Down – Road To Babylon – Klondike – Take Out The Enemy (Hallelujah) – Gung Ho (I Told You So) – Freedom Finder – Eye For An Eye – Silverback -Wrecking Crew

I Praying Mantis iniziano a sorpresa il proprio set con la proposizione di due loro vecchi cavalli di battaglia come “Captured City” e “Panic In The Streets” per la felicità degli, onestamente non tantissimi, estimatori della NWOBHM presenti in sala. E’ un piacere vedere come due veterani quali i fratelli Tino e Chris Troy continuino a divertirsi a suonare dal vivo, coadiuvati da altri tre ottimi musicisti, tra i quali spicca senz’altro l’ottima ugola dell’olandese  John Jaycee Cuijpers. Il gruppo della mantide religiosa sa il fatto suo: le nuove “Keep It Alive” e “Mantis Anthem” (tratte dal loro undicesimo album in studio “Gravity”, appena pubblicato) non sfigurano affatto accanto ai brani più noti, come la delicata “Dream On” e la ruggente “Fight For Your Honour”; c’è anche spazio per celebrare a dovere il compleanno del simpatico Tino, col pubblico a tributargli “Happy Birthday” tutti in coro, prima che si ritorni nuovamente agli esordi della band con la splendida “Children Of The Earth”. Immarcescibili.

Setlist Praying Mantis: Captured City – Panic in the Streets – Highway – Believable – Keep It Alive – Mantis Anthem – Dream On – Fight For Your Honour – Time Slipping Away – Children Of The Earth

E’ il momento di uno degli highlights di questa edizione del Frontiers Rock Festival e la Michael Thompson Band non tradisce certo le attese, spazzando via in un lampo tutto quanto comunque di buon livello li abbia preceduti. A livello di classe non ce n’è per nessuno: d’altra parte stiamo parlando di uno dei chitarristi più ricercati del pianeta (chiamato a suonare su dischi di personaggi del calibro di Michael Bolton, Cher, Madonna, Phil Collins, sino ad arrivare al nostro Adriano Celentano), nonché dell’autore di un vero e proprio masterpiece AOR con l’album “How Long” del 1989. L’incanutito chitarrista se ne rimane per tutto lo show nel suo angolo alla destra del palco, ben conscio del fatto che per farsi notare sia sufficiente la sola classe con la quale sfiora le corde della sua chitarra, senza alcuna necessità di scorrazzare avanti e indietro, lasciando giustamente spazio e visibilità anche al resto della band: spicca la presenza dei due Unruly Child Guy Allison alle tastiere e Larry Antonino al basso, quest’ultimo autore anche di una strepitosa prova in occasione dei due brani in cui si occupa pure delle lead vocals. Lead vocals che, per il resto dello show, sono appannaggio dell’altrettanto valido Larry King, il cui unico difetto (a parte il look da padre di famiglia in libera uscita) è stato forse rappresentato dal tablet posizionato sull’asta del microfono per dargli una mano a ricordare i testi delle canzoni: a sua difesa occorre però dire che la band non suona molto spesso dal vivo (grazie quindi a Frontiers per averceli portati) e comunque con una voce di questo calibro glielo si può pure perdonare. Lo show si chiude con la cover di “More Than A Feeling” dei Boston, in cui il buon Larry appare un po’ meno a suo agio (d’altra parte gli acuti di Brad Delp non sono certo abbordabili da molti), senza comunque impedire alla band di abbandonare il palco fra gli applausi convinti di un pubblico sicuro di aver assistito a qualcosa di unico.

Setlist Michael Thompson Band: Can’t Miss – Secret Information – Love & Beyond –  Give Love A Chance –  High Times – Save Yourself – Starting Over – Wasteland – More Than A Feeling (Boston Cover)

I Quiet Riot sono alla prima data in assoluto in Italia, anche se certamente la band non è più quella che nel 1983 spopolò in lungo e in largo con l’album “Metal Health” e anche se della formazione di allora è rimasto solamente il batterista Frankie Banali; alla vigilia della loro esibizione, non poche perplessità vertevano sulla prova del nuovo vocalist James Durbin, fuoriuscito qualche anno fa da “American Idol” e sospettato di non essere in grado di raccogliere l’eredità dello scomparso Kevin Dubrow, nonché di riuscire a reggere il palco in compagnia di personaggi probabilmente più vecchi anche di suo padre. E invece, anche se sull’ultimo disco “Road Rage”  non era apparso molto convincente, qui il bravo James se la cava in maniera dignitosa, sfoderando un prestazione senza particolari picchi ma anche priva di cadute di tono: sicuramente gli manca il carisma di Dubrow e forse il suo cantato troppo “pulito” può far storcere il naso a qualcuno, ma per noi la prestazione, sua e della band, è senza dubbio positiva. Non mancano tutti i classici della formazione losangelina, dalle riproposizioni dei classici degli Slade “Mama Weer All Crazee Now” e “Cum On Feel the Noize” a “Slick Black Cadillac”, da “The Wild And The Young” alla conclusiva immortale “Metal Health”, con apparizione sul palco della celeberrima maschera che appariva sulla copertina del disco (nonché nel video del brano stesso); maschera che, a fine show, verrà lanciata in pasto alla folla. Ma il momento più emozionante dello show arriva sicuramente quando Frankie scende dal suo drum kit e, dopo aver mostrato ruffianamente la maglia del Milan sotto la giacca, chiede a tutti un rispettoso minuto di silenzio (purtroppo rovinato da un gruppo di beceri che dalla zona bar continua a starnazzare indefesso) per ricordare gli ex membri Kevin Dubrow e Randy Rhoads (impossibile non notarne i caratteristici pois bianchi su sfondo nero riproposti sulla chitarra di  Alex Grossi), prima che la band dedichi ad entrambi una commovente versione della drammatica “Thunderbird”, accompagnata alle tastiere da Ale Del Vecchio. Impossibile non commuoversi.

Setlist Quiet Riot: Run For Cover – Slick Black Cadillac – Mama Weer All Crazee Now (Slade cover) – Whatever It Takes – Terrified – Love’s A Bitch – Condition Critical – Thunderbird – Party All Night – Freak Flag – Can’t Get Enough – The Wild And The Young – Let’s Get Crazy – Cum On Feel the Noize (Slade cover) – Metal Health  – Highway To Hell (Ac/Dc cover)

Già eccellenti protagonisti della prima edizione, tornano da queste parti gli Stryper e non possono che essere headliner di questa prima giornata. I paladini del Christian Metal partono con i volumi a palla e con suoni non proprio ottimali: le chitarre di Michael Sweet e Oz Fox sono inizialmente fin troppo affilate, ma fortunatamente i fonici riescono a riequilibrare tutto in breve tempo e così, dopo il feroce attacco portato delle recenti “Yahweh” e “The Valley” (tratta dall’ultimo album “God Damn Evil” pubblicato proprio in questi giorni), arriva il momento di far un salto indietro negli eighties con una tripletta composta da “Calling On You”, “Free” e “More Than A Man” che esalta tutto il pubblico. Il classico look da Ape Maia degli esordi è oggi più sobrio, ma la strumentazione è sempre contraddistinta dalla caratteristica livrea giallo-nera del quartetto, che appare decisamente giunto a completa maturazione sotto ogni aspetto. Il nuovo bassista Perry Richardson (ex Firehouse) fa il suo senza strafare, esattamente come il suo storico predecessore Tim Gaines, mentre Robert Sweet  è il solito preciso metronomo dietro i tamburi della batteria, che oggi rispetto al solito non è stata montata di lato ma frontale rispetto al pubblico. Il set è piuttosto lungo ma scorre via liscio, senza tralasciare brani da praticamente ogni album della band: gli accaniti fans della band sono al settimo cielo e premiano la band lanciando sul palco un tricolore griffato “Stryper – Italian Soldiers”. “Soldiers Under Command”, “Always There For You” e le conclusive “The Way” (sempre fantastica) e “To Hell With The Devil” sono i picchi di uno show che si chiude col tradizionale lancio delle Bibbie. Che il Signore ce li conservi a lungo.

Setlist Stryper: Yahweh – The Valley – Calling On You – Free – More Than Man – All For One – Lady – Revelation – In God We Trust – Sorry – Surrender – Soldiers Under Command – God Damn Evil – Big Screen Lie – Can’t Live Without Your Love  – Always There For You – Loud ‘n’ Clear – Honestly – The Way – To Hell With The Devil

La prima giornata del Frontiers Rock Festival si conclude qui: qualcuno si ferma al bar dell’hotel per un ultimo drink, mentre i più si avviano a letto per un po’ di riposo, dopo una prima giornata che ha lasciato decisamente il segno in quanto ad esibizioni di livello.

Ad aprire la seconda giornata del festival sono gli svedesi Perfect Plan, melodic rock band arrivata solo quest’anno all’esordio con l’ottimo album “All Rise” ma composta da cinque musicisti presenti sulla scena musicale svedese da parecchi anni ed arrivati qui a Trezzo con le famiglie al seguito, compreso un nutrito gruppo di ragazzine biondissime tutte vestite con la t-shirt nera della band. Se su disco la band appare impeccabile, non possiamo dire lo stesso per la loro esibizione odierna nella quale si evidenzia qualche imprecisione di troppo, in particolare nella voce del cantante Kent Hilli (asta del microfono bianca e movenze alla Joey Tempest), forse dovuta anche all’emozione di suonare per la prima volta davanti ad un pubblico già numeroso nonostante l’ora. Sei i brani presentati, tutti tratti dal loro unico album: chiudono con quella che rimane una delle canzoni più belle ascoltate per ora in questo 2018 “In And Out Of Love”.

Setlist Perfect Plan: Stone Cold Lover – What Goes Around – Never Surrender – 1985 – Bad City Woman – In And Out Of Love

Con gli Animal Drive il sangue giovane irrompe sul palco del Live Club, conquistando la platea grazie soprattutto all’ottimo vocalist croato Dino Jelusić, un vero animale da palco visto per la prima volta all’opera un paio di anni fa al Rock Camp di Trieste, quando incendiò la giornata con un’energica cover di “Burn/Stormbringer”: da allora il buon Dino è entrato a far parte della prestigiosa Transiberian Orchestra ed è ora a capo di questi Animal Drive, da poco usciti sul mercato discografico con l’album “Bite!”, un platter di ottimo melodic metal, dal quale sono tratti tutti i brani presentati oggi. Ad impressionarci maggiormante sono la grintosa opener “Goddamn Marathon”, l’ammaliante “Hands Of Time” e la conclusiva “Deliver Me” (con interessanti spunti prog). Da sottolineare anche la prova del giovane chitarrista Ivan Keller ma soprattutto, ripetiamo, la strepitosa prestazione di Dino, che si conferma dotato di una voce in grado di spaccare sul serio, a metà strada tra Sebastian Bach e il Coverdale più grintoso. Animaleschi.

Setlist Animal Drive: Goddamn Marathon – Time Machine – Hands Of Time – Had Enough – Lights Of The Damned – Tower Of Lies (I Walk Alone) -Deliver Me

La norvegese Issa torna al Frontiers Rock Festival e conquista il titolo di pin up di questa edizione, dispensando sorrisi e baci a chiunque glieli chieda, ma perdendo ai punti il confronto con la più giovane, ma forse più artefatta, Täve Wanning degli Adrenaline Rush, che dallo scorso anno detiene il record imbattuto  di foto fatte in compagnia dei fans, ovviamente quasi esclusivamente di sesso maschile. Al di là di ciò, la sua esibizione scorre via senza infamia e senza lode, riservando una nota di merito per la backing band tutta italiana che la accompagna sul palco e nella quale spicca il talento dell’eccellente Simone Mularoni alla sei corde. Oltre ai biondi capelli perennemente al vento della bella Isabell (grazie al sapiente uso del ventilatore piazzato di fronte a lei), restano da ricordare il duetto con Dino Jelusić sulla nuova “Sacrifice Me” (tratta dal recente “Run With The Pack”) e la consueta conclusiva cover di “Can’t Stop” degli Aviator. Al di fuori del Frontiers non la conosce praticamente nessuno, ma nell’area esterna del Live Club è una star: e poi è simpatica, non se la mena per niente e regge l’alcool meglio di molti di noi. Oh Issa!

Setlist Issa: Crossfire – Angels Crying – Come Back Again – Invincible – Sacrifice Me – I’m Alive – Everything To Me – Looking For Love – Can’t Stop (Aviator cover)

La scaletta della povera Issa viene, si scoprirà poi, pure un po’ tagliata, per permettere l’imprevista esibizione di Kip Winger, già protagonista – insieme alla stessa Issa e a Stryper, FM e Michael Thompson – della session acustica tenutasi all’Hotel Devero venerdì sera (riservata agli acquirenti del VIP ticket), e pregato dagli organizzatori di riempire un buco causato dal probabile ritardo con cui sarebbero arrivati in Italia i Pretty Boy Floyd (ma di questo parleremo dopo). Kip arriva sul palco accompagnato solo dalla sua semiacustica verde a dodici corde e si cimenta in una breve ma intensa esibizione che si tramuta in una vera e propria valanga di emozioni: le versioni “spogliate” da ogni arrangiamento elettrico di una manciata di brani come “Madalaine”, “Miles Away” e “Headed For A Heartbreak” (che fanno parte della colonna sonora della giovinezza di molti di noi) ci fanno apprezzare ancora di più la grandezza di questo artista spesso troppo sottovalutato e la conclusiva “Easy Come Easy Go”  è cantata proprio da tutti. Magia pura.

Setlist Kip Winger: Madalaine – Free- Miles Away – Down Incognito – Headed For A Heartbreak – Easy Come Easy Go

E’ arrivato il momento per le colorate avanguardie degli sleaze rockers e dei glamsters di prendere il posto nelle prime file davanti al palco: i Pretty Boy Floyd ce l’hanno fatta, sono arrivati e sono pronti ad esibirsi, dopo che, come da manuale della perfetta rockstar degli 80’s, ieri erano stati fatti scendere dall’aereo che avrebbe dovuto portarli da L.A. in Italia, dopo aver scatenato una rissa a bordo, pare a causa di qualche parola di troppo nei loro confronti (nda: come non amarli?). Steve Summers, Kristy Majors (ormai una montagna umana) & co. attaccano con “Leather Boyz With Electric Toyz” ed è subito festa! Non c’è più spazio per la classe, per gli arrangiamenti ricercati, per le partiture più complesse: qui si schiaccia a fondo sul pedale della pura ignoranza e dello sfrenato divertimento. “Rock And Roll Outlaws”, “48 Hours”, la nuova “Run For Your Life” (tratta dall’ottimo album del ritorno “Public Enemies” pubblicato lo scorso anno) incendiano il party, ma c’è spazio anche per la romanticheria di “Wild Angels” e di “I Wanna Be With You”. “Rock And Roll (Is Gonna Set The Night On Fire)” è più che un proclama e la chiusura trionfale arriva sulle note della cover dei loro padrini Mötley Crüe, ma non su quelle di “Toast Of The Town” che tutti ci saremmo aspettati, bensì su quelle di una scatenata versione di “Live Wire”. Quando gli 80’s son dentro di te non puoi liberartene tanto facilmente…

Setlist Pretty Boy Floyd: Leather Boyz With Electric Toyz – Rock And Roll Outlaws – Feel The Heat – Your Mama Won’t Know – Wild Angels – 48 Hours – Run For Your Life – Saturday Nite – I Wanna Be With You – Rock And Roll (Is Gonna Set The Night On Fire) – Live Wire (Mötley Crüe cover)

Dopo il tripudio del Rock’n’Roll dei Pretty Boy Floyd, si torna sui binari solitamente più consoni al Frontiers Rock Festival e lo si fa con una band come gli inglesi FM, vero sinonimo di classe ed eleganza sonora; negli ultimi anni abbiamo avuto modo di vederli oramai una mezza dozzina di volte e non hanno mai sbagliato un singolo concerto: Steve Overland oggi è probabilmente il miglior cantante della scena melodic rock internazionale (oltre che una persona squisita) e la band suona con una naturalezza e una raffinatezza che hanno pochi eguali al mondo (non ci si capacita di come un chitarrista come Jim Kirkpatrick non venga filato mai da nessuno!). Dopo il singolo “Black Magic”, tratto dal nuovo album “Atomic Generation” e strategicamente piazzato in apertura di show, arrivano tre veri e propri colpi dritti al cuore: non si può restare insensibili e non farsi catturare da brani come “I Belong To The Night”, “Let Love Be The Leader” e quella “Someday (You’ll Come Running)”, presentata raramente dal vivo ma capace questa sera di far accapponare la pelle a chiunque. Frontiers sta anche registrando l’esibizione per un DVD che uscirà poi più avanti nel corso dell’anno (così come anche per Quiet Riot, Praying Mantis e Jorn), ma la cosa non interferisce minimamente con la prestazione della band, che prosegue sciorinando il meglio della propria produzione musicale, sublimando il tutto nella perfetta esecuzione di brani come “Closer To Heaven”, “Story Of My Life” e “Bad Luck”. “Tough It Out”, “That Girl” e “Other Side Of Midnight” chiudono in crescendo il set, decretando gli FM come i vincitori assoluti di questa edizione del Festival. Signori, chapeau.

Setlist FM: Black Magic – I Belong To The Night – Life Is A Highway –  Let Love Be The Leader – Someday (You’ll Come Running) – Killed by Love – Metropolis – Over You – Closer to Heaven – Does It Feel Like Love –   Story Of My Life – Love Lies Dying – Bad Luck – Tough It Out – That Girl  – Other Side of Midnight

A sostituire il defezionario Jack Russell, che ha “stracciato” il contratto con la Frontiers proprio alla vigilia del festival, sono stati chiamati all’ultimo momento i Coreleoni. Siamo sinceri: in quanti hanno davvero capito la necessità del progetto messo in piedi da Leo Leoni insieme all’ottimo Ronnie Romero per risuonare i vecchi brani dei Gotthard? E invece oggi il combo svizzero (con cantante cileno) ci dà l’occasione di ricrederci: ogni perplessità viene spazzata via in un battibaleno a fronte dell’egregia prestazione di tutto il gruppo, con un Ronnie (già visto all’opera con Rainbow e coi suoi Lords Of Black) assoluto mattatore, completamente a suo agio anche nella riproposizione dei brani dell’indimenticabile Steve Lee.  Certo Steve resta assolutamente insostituibile, ma è bello sentire di nuovo brani come “Firedance”, “Let It Be”, “Mountain Mama” o “Ride On” interpretati nella giusta maniera. Interessante anche l’inedito “Walk On Water” che lascia aperta la porta a diversi scenari possibili per il futuro dei Gotthard stessi: in diversi a fine concerto si domandano se la posizione di Nic Maeder sia ancora così solida (anche se bisogna dire che sia Leo che Ronnie hanno smentito categoricamente l’ipotesi di un cambio dietro al microfono del gruppo svizzero). Un’altra scommessa vinta in casa Frontiers.

Setlist Coreleoni: Higher – Standing in the Light – Downtown – Walk on Water – Firedance – All I Care For – Let It Be – In The Name – Tell No Lies – Make My Day – Mountain Mama – She Goes Down – Ride On – Here Comes The Heat

Siamo quasi arrivati al termine anche della seconda giornata di Festival, ma c’è ancora da assistere alla performance del gigante vichingo Jorn: purtroppo un concerto di oltre due ore, a conclusione di una kermesse così intensa, non è sembrata proprio una grande idea e la sala, durante lo show, viene progressivamente a svuotarsi di chi comincia a cadere vittima della stanchezza e dell’alcool accumulati negli ultimi due giorni. A parte i fans più accaniti dell’artista norvegese, il resto del pubblico rimane piuttosto indifferente, nonostante l’ottima caratura dei musicisti sul palco (tra i quali meritano menzione Tore Moren alla chitarra e Alessandro Del Vecchio alle keys): la causa è da ricercare in un repertorio  – oltre che eccessivamente heavy per alcuni – forse anche un po’ troppo omogeneo e standardizzato per riuscire a fare davvero presa sui presenti. “Life On Death Road”, “Stormcrow”, “Out To Every Nation” sono ottimi brani e anche le cover di “Ride Like The Wind” e “The Mob Rules” (oltre al consueto omaggio a R.J. Dio con “Rainbow In The Dark”) sono ben eseguite, ma c’è qualche tempo morto di troppo tra un pezzo e l’altro ed anche il cambio di batteria – necessario per consentire al possente Francesco Jovino (che pacca!) di suonare sugli ultimi sei brani – contribuisce ad abbassare la tensione emotiva. Peccato: forse un set più breve e conciso avrebbe maggiormente giovato alla riuscita dello show.

Setlist Jorn: My Road – Bring Heavy Rock To The Land – Life On Death Road – Blacksong – World Gone Mad – Stormcrow – Sunset Station – Ride Like Wind (Christopher Cross cover) – Legend Man – Out To Every Nation – Shot In The Dark (Ozzy Osbourne cover) – Walking On Water – Master Of Sorrow – I Came To Rock – Traveller – Rock And Roll Angel – Man Of The 80’s – The Mob Rules (Black Sabbath cover) – Rainbow In The Dark (Dio cover) – Lonely Are The Brave

Anche per quest’anno cala così il sipario sul Frontiers Rock Festival: due giorni di grande musica, amicizia e spensieratezza che ti riconciliano con il mondo. Arrivederci alla prossima edizione.

 

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