HYPERWÜLFF – Intervista e recensione del nuovo album “Volume Two: The Divide”

Foto di Anna Bechis

Viaggiare, talvolta, non è per forza sinonimo di salire in auto, dirigersi presso l’aeroporto più vicino e partire per un luogo capace di “farci staccare” dalla realtà, alla ricerca di relax o di un’avventura fuori dagli schemi.

Immaginiamo di dover prendere armi e bagagli, per lanciarci anima e corpo in un viaggio che tocca luoghi ormai distrutti, campi di battaglia, cosparsi di esplosioni di energia che rimandano alla mente la fantascienza, il fantastico ma anche un improbabile passato remoto che potremmo aver inconsciamente vissuto, e del quale non ricordiamo le insidie e i non-fasti.

Creatori e abili artigiani di questa kermesse di dolore e corsa contro il tempo per la salvezza dell’umanità sono i nostri Hyperwülff – in arte The Sarge (chitarra e voce) e The Wülff (batteria e sintetizzatori). Fortunatamente il duo bolognese non rappresenta più un outsider sulla scena italiana, grazie a una serie di lavori precedenti che hanno avuto il pregio di costruire un filone narrativo – la contrapposizione tra Hyperwülff e Robogoat – contestualmente a una valanga sonora stoner/sludge come non se ne sentiva da tempo.

Volume Two: The Divide” è un dieci tracce d’impatto, che basa la sua forza su una aggressività capace di permeare e far immediata presa sull’ascoltatore: “Hypersphere” ne è forse la traccia più rappresentativa, unitamente al pezzo di lancio “Last Ride”, che sembra reminiscenza di una nottata passata in compagnia dei Queens of the Stone Age. C’è spazio anche per deliri di stampo elettronico post-Ufomammut (“Stele Chant”) e per giubbotti di pelle da rispolverare (“Shattered Ground”), il tutto all’insegna di una visione d’insieme coerente ed efficace.

Artwork: Solomacello

 

 

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con la band, in vista dell’uscita ufficiale del loro nuovo lavoro, in programma per il 14 settembre: la release di “Volume Two: The Divide” sarà curata da nomi di rilievo come Shove Records, Dischi Bervisti, Deathcrush e Teschio Dischi.

 

 

Ciao ragazzi, grazie per averci concesso questa intervista.

A tre anni di distanza da “Volume One: Erion Speaks”, tornate in pista con un lavoro compatto e senza sbavature.

Costruire un percorso narrativo e musicale di ampio respiro non è semplice: come si è sviluppato il vostro lavoro nel corso di questi 36 mesi?

 Siamo stati piuttosto fortunati con “Volume One”. Ci ha aiutato a capire un po’ di cose su come costruire un disco e ci ha insegnato a prendere decisioni.

Componiamo principalmente improvvisando in sala prove e fino a poco tempo fa avevamo moltissimi riff e idee, ma relativamente pochi pezzi.

Certe cose le abbiamo suonate per molto, capendo solo in un secondo momento che non funzionavano. La storia c’era già, e un po’ alla volta abbiamo capito quale doveva essere la forbice di eventi di cui raccontare e abbiamo cominciato a far combaciare le sonorità con il racconto.

 Ci tenevamo a valorizzare di più la narrazione. Con “Erion Speaks” non c’era stato spazio per riuscirci. Avevamo bisogno di tratteggiare i personaggi, gli eventi e i luoghi.

Ora finalmente possiamo mostrare di più.

 

 

“Volume Two: The Divide” è figlio dello sludge e della sperimentazione, come d’altronde tutta la vostra già ampia discografia.

Su cosa puntano gli Hyperwülff per fare presa sul pubblico? A vostro parere, lo stoner/metal d’antan può ancora dare il suo contributo nella scena underground?

 Non saprei. Nel senso che non credo tanto nella proprietà dei generi di per sé, ma più al modo in cui le persone li vivono come aspetto della propria comunità. Può essere vissuto in molti termini, ovviamente. Non ci pensiamo come un gruppo che suona un genere, ma più come un gruppo che sta utilizzando un vocabolario.

Per quanto riguarda l’underground, se la passa come se la passano tutti gli spazi di aggregazione di questi tempo, tra mille difficoltà. Ci sono tanti gruppi, posti e persone preziose in giro.

Sentiamo di voler ricambiare la loro passione ed onestà, offrendo la nostra e cercando ad ogni incontro di lasciare qualcosa di migliore.

O per dirla in un altro modo, cerchiamo di non peggiorare qualcosa di già molto fragile.

 

 

L’immaginario della band si muove proprio attorno alle vicende dell’Iperlupo: parabola moderna che ci vuole far scorgere un barlume di salvezza o melanconico finale per tutta l’umanità?

 La salvezza è una categoria che non ci appartiene. Erion è un luogo dove sono accadute delle cose che hanno innescato una catena di eventi. Alcuni di questi deliberati, altri dovuti a forze più grandi. Così come ci sono numerose storie su questo pianeta, ma non è detto che solo una debba imporsi fatalmente sulle altre.

Ogni percorso nel tempo è possibile. La storia di Erion è quella di un posto dove tutto quello che era stato creato è andato distrutto. Non sarà l’Iperlupo a poter decidere come andrà a finire, ma gli abitanti della Terra ai quali veniamo a chiedere aiuto. Erion è meno lontana di quel che sembra.

Per rispondere alla tua domanda: sì, una metafora nella storia dell’Iperlupo si può leggere, se così si vuole, ma non c’è nessuna morale conclusiva.

Quello che ci interessa sono il viaggio e la lotta, che possono essere per la sopravvivenza fisica, come nella nostra storia, o per altri tipi di sopravvivenza.

 

 

Il rapporto degli Hyperwülff con la scena italiana: cosa propone il vostro futuro all’interno della Penisola? Come si è evoluto il rapporto con le etichette che hanno lavorato insieme a voi per l’uscita di “Volume Two: The Divide”?

 Le etichette sono la componente fondamentale di ogni disco.

Ognuna di queste realtà è uno spazio di resistenza e la loro disponibilità a partecipare ci permette di uscire dalla sala prove e portare qualcosa alle persone che vengono vederci. Le etichette (Shove, Deathcrush, Dischi Bervisti, Teschio Dischi e Roughness Noise), SoloMacello che ha curato l’artwork, Bruno Germano che lo ha registrato e coprodotto con noi, rafforzano tutto questo, così come ogni spazio che ci invita per una suonata.

Ci sono molti amici su e giù per l’Italia che fanno parte di Hyperwülff senza averci mai suonato nemmeno una nota.

A far del baccano bastiamo già noi due.

 

Recensione ed intervista a cura di Luca Cescon.

 

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