Iron Maiden: ‘Seventh Son Of A Seventh Son’ – Il settimo figlio compie trent’anni

Non è mai facile parlare degli Iron Maiden, band simbolo dell’heavy metal. Quando ero ragazzino si iniziava ad ascoltare metal con gli Iron e pochi altri gruppi, era un vanto indossare una loro maglietta. Ricordo con piacere quando ne comprai una di tre taglie in più, ma era l’unica rimasta e soprattutto era la mia prima t-shirt di un gruppo metal.
Sono tanti i ricordi legati agli Iron Maiden, ma oggi ci soffermiamo a una data: 11 aprile 1988. Inutile ricordare gli immortali capolavori usciti in quell’anno, chiunque dovrebbe conoscerli e possederli. Certo viene l’appetito a leggere i titoli dei dischi che hanno fatto la storia del metal pubblicati nel 1988, altri tempi… L’11 aprile esce nei negozi ‘Seventh Son Of A Seventh Son’, settimo album in studio degli Iron Maiden e un fiume di emozioni mi arrivano addosso senza preavviso.

Questo è davvero l’ultimo grande album della band inglese? Beh penso proprio di si, il settimo sigillo porta i Maiden davvero in alto ma sarà l’ultimo vero capolavoro della loro cospicua discografia.
Seventh Son Of A Seventh Son’ quando esce non mette proprio tutti d’accordo, il pubblico metal è si molto competente ed esigente ma a volte basta una tastiera di troppo per gridare allo scandalo e al tradimento e subito si alzano le voci di protesta invece che provare a capire l’evoluzione e la maturazione di un sound che rimane Iron al 100% ma che si arricchisce di alcuni elementi essenziali in questo concept album. Si perché ‘Seventh Son Of A Seventh Son’ è un concept, ad oggi l’unico della carriera dei Maiden, affascinante e di notevole importanza per tutto il movimento metal (non ai livelli di ‘Operation: Mindcrime’ dei Queensryche uscito lo stesso anno). Sono anni dove l’heavy metal è ormai entrato nelle case delle nonnine e dei benpensanti, gli Europe e i Def Leppard vanno ospiti in vari programmi televisivi italiani, i programmi della domenica pomeriggio, ormai quasi più nessuno ha paura dei capelloni con le borchie.
Che bello che era l’heavy metal in quel periodo, non è solo perché magari si avevano meno pensieri (la scuola era una pacchia) è un dato di fatto che gli anni ottanta sono stati un’epoca irripetibile per la nostra musica.
Ci si passavano le musicassette che poi si consumavano ascoltandole fino alla nausea, non se ne aveva mai abbastanza. Il passaparola era un mezzo fantastico per conoscere nuovi gruppi, e così piano piano ci si creava una certa cultura musicale leggendo poi le riviste ma soprattutto ascoltando con attenzione e passione tanta e tanta musica.

Gli Iron Maiden nel 1988 erano ormai delle vere e proprie icone, grazie agli infiniti tour e a dischi come ‘The Number Of The Beast’, ‘Piece Of Mind’ e ‘Powerslave’…che brividi a scrivere questi titoli.
Dopo ‘Somewhere In Time’, album che aveva spiazzato non poche persone, la band torna più convinta che mai con un lavoro strepitoso, per scrive, il più completo della loro carriera, con una delle più belle copertine disegnate da Derek Riggs. Già, partiamo appunto dalla copertina, Eddie o meglio metà Eddie, in un paesaggio glaciale contornato di iceberg, Eddie che tiene in mano un feto dall’espressione sofferente e ancora legato al cordone ombelicale.

In breve la storia portante ha come protagonista il settimo figlio di un settimo figlio, personaggio che sembra essere destinato ad avere dei poteri particolari. Già il numero sette, il numero congruente, il numero dei colori dell’arcobaleno, il numero dei pianeti dell’astronomia degli antichi, il numero dei giorni della settimana, il numero dei colli di Roma, il numero dei peccati capitali, il numero dei chakra, sette è il numero degli album pubblicati dagli Iron Maiden dal 1980 al 1988. Il settimo figlio ha delle visioni, una sorta di potere mistico, ma purtroppo non viene creduto e anzi addirittura viene additato come un essere negativo, portatore di disgrazie e aspetto da non sottovalutare non conosce il suo futuro. Un futuro incerto, sempre in bilico tra bene e male sogni premonitori e nefasti, il settimo figlio pensa al suicidio, soluzione che come lo avverte il diavolo, lo porterà alla dannazione.

La musica.
In questo disco i Maiden sperimentano e sviluppano meglio alcune soluzioni stilistiche già provate nel precedente ‘Somewhere In Time’, in particolar modo l’utilizzo dei synth e delle tastiere, qui perfettamente integrate nel classico sound della band.
Si parte con ‘Moonchild’ brano introdotto da una chitarra acustica e dalla voce di Bruce, che forse come non mai riveste i panni di attore/cantante, interpretando con enfasi e teatralità ogni singolo brano. ‘Moonchild’ cresce piano piano, esplodendo poi in un vortice apparentemente senza fine, Dickinson non è mai stato così aggressivo nel cantato.
Il viaggio prosegue con ‘Infinite Dreams’ altra perla con alcuni riferimenti ai Jethro Tull, a tratti dolce e sognante a tratti dannatamente metal.
Can I Play With Madness’ alleggerisce un po’ l’atmosfera pesante di questo inizio, una track da classifica, una sorta di hit che all’epoca portò non poche soddisfazioni agli Iron in termini di popolarità e vendite. Il video davvero divertente e spassoso vede tra i protagonisti Graham Chapman, attore inglese membro dei Monty Python, nei panni di un professore severo che per mano di Eddie cade in una buca piena zeppa di cimeli degli Iron Maiden. Assolutamente da vedere e da apprezzare anche la location, la Tintern Abbey in Wye Valley.
Passiamo a ‘The Evil That Men Do’ classica cavalcata metal, ancora oggi punto di forza delle esibizioni live della band. Poche parole per quello che è uno dei miei brani preferiti della storia del metal.
La title track, dieci minuti intensi, dove l’atmosfera cambia in più occasioni, e che può essere accostata al capolavoro ‘Rime Of The Ancient Mariner’ (non raggiunge quell’eccellenza, ma ci si avvicina parecchio).

The Prophecy’, ‘The Clairvoyant’ e ‘Only The Good Die Young’ chiudono questo disco, tre brani che non raggiungono le vette delle altre canzoni, ma che comunque completano un lavoro mastodontico.

Dickinson, Harris, Murray, Smith e McBrain. Dovremo attende il nuovo millennio per poter leggere e ascoltare della nuova musica partorita da questi musicisti. Adrian Smith decide di abbandonare gli Iron Maiden e tenta la carriera solista dapprima con gli A.S.A.P. (Adrian Smith And Project) e poi con gli Psycho Motel, ma la sua casa sono i Maiden.
Nel 1999 la formazione storica ritorna, con l’aggiunta di Janick Gers, tre chitarristi per riportare in alto l’heavy metal e incidere nuovi album. Non sarà come prima bisogna ammetterlo senza problemi, però ricordo che quando ascoltai il primo singolo ‘The Wicker Man’ beh avevo la pelle d’oca.

1988 un anno fenomenale per la nostra musica, come non ricordare l’edizione del Monsters Of Rock, il 10 settembre a Modena (ne parlarono persino al telegiornale Rai…). Iron Maiden, Kiss, Anthrax, Helloween, Malmsteen, Kings Of The Sun e Royal Air Force. Altri tempi ragazzi, purtroppo molte cose sono cambiate non solo nella musica. Il tempo passa inesorabile per tutti, le mode cambiano i gusti non sempre, ma credetemi non è facile adattarsi, soprattutto quando si ha avuto il privilegio di vivere intensamente un periodo così intenso e fondamentale per la nostra musica. E’ bello essere nostalgici, mi fa stare bene, i ricordi sono sempre vivi nella mia memoria, mi fanno tornare al presente più sereno e tranquillo. Non se ne andranno mai, fanno parte di me. Il sangue nelle mie vene scorre, rosso intenso e osservando attentamente, si può scorgere la sagoma di una figura che noi ben conosciamo, un certo Eddie…

www.ironmaiden.com

EMI – 11 Aprile 1988

Tracklist:

1.Moonchild
2.Infinite Dreams
3.Can I Play With Madness
4.The Evil That Men Do
5.Seventh Son Of A Seventh Son
6.The Prophecy
7.The Clairvoyant
8.Only The Good Die Young

Band:

Bruce Dickinson – voce
Dave Murray – chitarra
Adrian Smith – chitarra, cori, synth
Steve Harris – basso, cori, synth
Nicko McBrain – batteria

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