LONG LIVE ROCK’N’ROLL: l’era di R.J. Dio nei Rainbow giunge al capolinea.

E’ possibile, secondo voi, che una webzine che si chiama LongLiveRockNRoll non celebri a dovere il quarantesimo anniversario dell’omonimo disco dei Rainbow? Ovviamente la risposta è: no! Eccoci quindi qui, pronti a prendervi per mano per accompagnarvi in un tuffo indietro nel tempo, in quell’ormai lontano 1978 in cui la band di Ritchie Blackmore si apprestava a dare alla luce il suo terzo album in studio.

Nato in Inghilterra a Weston-super-Mare, nel Somerset, il 14 aprile 1945, Richard Hugh Blackmore nel 1968 è uno dei fondatori dei Deep Purple, coi quali negli anni a venire raggiunge grande successo grazie ad album imprescindibili nella discografia di ogni rocker che si rispetti, quali “In Rock”, “Machine Head”, “Burn” e soprattutto il doppio live “Made In Japan”. Dotato di un carattere alquanto spigoloso, nel 1975 – al termine del tour di supporto all’album “Stormbringer” – Ritchie decide di abbandonare i Purple, scontento della virata intrapresa dalla band verso quelle sonorità sempre più soul e bluesy, naturale conseguenza dell’ingresso in formazione di Glenn Hughes e David Coverdale.

Blackmore, soprannominato “The Man in Black” per l’abitudine di vestire sempre di scuro, nello stesso anno mette in piedi una nuova band chiamata Rainbow, in cui possa sentirsi libero di proporre la propria musica, un granitico hard rock di matrice neoclassica e ricco di influenze barocche e rinascimentali. L’esordio “Ritchie Blackmore’s Rainbow” (1975) contiene già in sé tutti i prodromi di quanto sopra descritto, ma è col successivo maestoso “Rising” (1976) che la band raggiunge il vertice assoluto della propria produzione musicale, grazie a brani del calibro di “Tarot Woman”, “Stargazer” e “A Light In The Black”, che diventeranno negli anni modello e punto di riferimento per tutto l’hard rock ed il power metal di stampo europeo.

In questi due album ad emergere in maniera prepotente, oltre al chitarrismo elegante e potente di Blackmore (uno dei guitar player più influenti in assoluto della storia della musica rock), è il talento sopraffino di un piccolo cantante americano chiamato Ronnie James Dio, proveniente dagli Elf e dotato di una notevolissima estensione vocale unita ad una versatilità interpretativa di livello assoluto; oltretutto, i testi di Ronnie, ispirati a un immaginario di stampo fiabesco – fatto di draghi, maghi, fate e, ovviamente, arcobaleni – si sposano alla perfezione con la caratterizzazione di stampo medieval-rinascimentale voluta dal leader della band. Band nella quale non bisogna dimenticare l’apporto fondamentale del terzo fuoriclasse presente in line up, ossia il batterista Cozy Powell, uno dei drummer più solidi, precisi e ricercati del circuito hard rock mondiale.

A fine 1976 le cose per i Rainbow sembrano andare a gonfie vele, quando – a pochi mesi dall’inizio delle registrazioni del successore di “Rising” – Blackmore decide improvvisamente di licenziare sia il bassista Jimmy Bain (ritenuto troppo “lento” per lavorare in team con Powell) che il tastierista Tony Carey (poco incline a sopportare il carattere bizzarro ed i continui scherzi del chitarrista). Indisponibili i Musicland Studios di Monaco di Baviera (dove erano stati registrati i due precedenti lavori), nel mese di marzo dell’anno successivo Blackmore, Dio e Powell si ritrovano in compagnia del produttore Martin Birch presso gli Strawberry Studios, ubicati all’interno del Chateau d’Herouville vicino a Parigi, per dare vita al terzo disco del gruppo: le sessioni di registrazione si protrarranno per dieci lunghi mesi, anche a causa della difficoltà di trovare dei validi rimpiazzi per Bain e Carey. Inizialmente al basso viene richiamato il bassista originario Craig Gruber, presto rimpiazzato da Mark Clarke, prima che un incontentabile Blackmore, dopo aver provato a riarruolare pure Jimmy Bain (che rifiuta categoricamente), decida di registrarsi da solo le parti di basso, insoddisfatto dei risultati ottenuti sino a quel momento: il sostituto definitivo verrà infine trovato solamente ad agosto nella persona dell’australiano Bob Daisley (ai tempi nei Widowmaker), che farà in tempo a riregistrare le parti di basso più complicate del disco. Per il ruolo di tastierista viene invece chiesto a Tony Carey di partecipare alle incisioni anche se solo in veste di semplice session man ben remunerato: ma i continui scherzi perpetrati ai suoi danni da Blackmore e Powell lo terrorizzeranno al punto tale da fargli presto abbandonare il castello a gambe levate nel cuore della notte, per venire sostituito dal canadese David Stone.

Le registrazioni del disco vengono rallentate anche dal fatto che, contemporaneamente ad esse, la band si dedichi ad apporre gli ultimi aggiustamenti ad un doppio album live, la cui uscita era inizialmente prevista per il solo mercato giapponese: si tratta delle registrazioni di alcuni show tenuti in Germania e in Giappone durante il tour di “Rising”, la cui riuscita alla fine risulterà così buona che l’album “On Stage” verrà poi pubblicato in tutto il mondo nel mese di luglio del 1977. Per promuovere l’uscita del disco, ai Rainbow viene chiesto di intraprendere una serie di quaranta date sul suolo europeo, durante le quali il buon Blackmore riesce pure a finire in galera a Vienna per aver spaccato la mascella con un calcio ad un addetto alla sicurezza a suo dire un po’ troppo zelante con una fan; dopo aver cercato di fuggire nascosto in uno dei bauli usati per trasportare la strumentazione della band, Ritchie se la cava con soli quattro giorni di carcere ed una multa di 5000 sterline che non gli impedisce di prendere parte alla successiva data all’Olympiahalle di Monaco di Baviera, in un concerto che viene filmato per il noto programma RockPalast della tv tedesca e che nel 2006 verrà pubblicato nell’imperdibile DVD “Live In Munich 1977”. In questo tour la band inserisce già in setlist due brani che faranno parte del nuovo album ancora in lavorazione: oltre alla già nota “Kill The King” (già presente su “On Stage” e utilizzata come brano d’apertura anche nel precedente tour), è la title track “Long Live Rock’n’Roll” ad essere utilizzata per il classico “botta e risposta” col pubblico, prendendo il posto in scaletta di uno dei brani in assoluto più amati dai fans come “Stargazer”.

Al ritorno dal tour europeo, le registrazioni vengono finalmente portate a termine nel mese di dicembre, quando vengono anche riregistrate alcune parti con i due nuovi componenti Stone e Daisley per permettere loro di apparire nei crediti del disco. Conclusa la fase di missaggio, nel mese di gennaio i Rainbow tornano ad esibirsi dal vivo per una serie di concerti in Giappone che culminano con quattro consecutivi sold-out al mitico Budokan di Tokyo, ma che vengono anche funestati dalla tragedia di una giovane fan calpestata a morte dalla folla durante uno show a Sapporo. Ma oltre che a causa di questo dramma, l’atmosfera positiva all’interno della band in questo tour comincia ad essere scalfita dalla presenza sempre più invadente della nuova fidanzata di Ronnie, quella Wendy Gaxiola che ne diventerà poi moglie e manager per tutto il corso della lunga carriera.

Long Live Rock’n’Roll” esce finalmente il 9 aprile 1978, pochi giorni prima del trentatreesimo compleanno di Blackmore. La copertina del disco raffigura un bel ritratto a matita del quintetto ad opera di Debbie Hall, mentre la foto all’interno sembra raffigurare un gruppo di fans che alza uno striscione che riporta il titolo del disco. In realtà si tratta di una foto scattata alla folla durante un concerto dei Rush, corretta con l’aerografo per eliminare la scritta originaria presente sullo striscione nonché le magliette del trio canadese indossate dai fan ritratti in prima fila.

Otto i brani presenti sul disco, tutti scritti da Blackmore e Dio (quest’ultimo autore anche di tutte le liriche), con la compartecipazione di Cozy Powell su “Kill The King” e “The Shed” e di Mike Stone (non accreditato) su “Gates Of Babylon”. L’album ha forse la pecca di arrivare dopo un vero e proprio “masterpiece” completo dall’inizio alla fine come “Rising” e rispetto ad esso contiene qualche episodio un po’ meno riuscito come “The Shed” o “L.A. Connection”, pur restando complessivamente un lavoro più che valido, con almeno quattro pezzi da novanta al suo interno.

Uno di essi è sicuramente la trascinante title track, cui viene affidata l’apertura del disco: si tratta di una vera e propria celebrazione del rock’n’roll, musica della quale è diventato sicuramente un piccolo classico, sempre presente nelle setlist della band, nonché dei Dio, e riproposta anche da moltissime altri gruppi (celebre, all’interno del film “Rockstar” la scena in cui il complesso del protagonista la sta suonando in sala prove). La canzone verrà inoltre utilizzata per anni come jingle da parte del famoso DJ britannico Alan Freeman.

L’epica “Lady of the Lake” potrebbe tranquillamente essere un outtake di “Rising”, mentre ”L.A. Connection” mostra quell’approccio commercialmente più appetibile che verrà sviluppato in maniera molto più decisa negli album a venire.

Il secondo gioiello del lavoro è la magniloquente “Gates of Babylon”, posta in chiusura della prima facciata e vertice assoluto del disco grazie ad un andamento epico e ricco di atmosfere medio orientaleggianti: ultimo brano ad essere registrato per completare l’album nel dicembre 1977 – nonché unico a veder la partecipazione di tutti i membri della band – è contraddistinto da una magnifica performance di Blackmore alla chitarra (lo stesso chitarrista dichiarerà in seguito alla rivista “Guitar Player” che nel brano è contenuto il suo miglior assolo di sempre). Da segnalare la bella cover eseguita da Yngwie Malmsteen nel 1996 sull’album “Inspiration” insieme Jeff Scott Soto alla voce.

Ad aprire la Side 2 è l’impetuosa “Kill the King”, già presente da tempo nelle loro esibizioni live in quanto composta l’anno precedente quando la band si era resa conto di non avere un brano abbastanza potente da poter essere utilizzato in apertura di concerto. E’ considerata da molti la genesi del power metal ed ha un testo molto intrigante che interpreta una partita di scacchi come vera e propria metafora della lotta per il potere.

Un solo di chitarra tipicamente Blackmoriano dà il “la” alla successiva “The Shed (Subtle)” – che soffre però di un ritornello poco incisivo per riuscire a rendersi memorabile – prima che il gruppo si lanci nell’allegro rock’n’roll di “Sensitive to Light”, divertente ma poco più.

La chiusura del disco spetta alla bellissima “Rainbow Eyes”, delicatissima ballad di stampo medievale, in cui la fanno da padrone flauti, viole e violini, perfetti per accompagnare in maniera efficace l’evocativa voce quasi sussurrata di Ronnie e le soffuse parti di chitarra elettrica che sembrano quasi evocare quelle celeberrime di “Catch The Rainbow”. Decisamente poco memorabile la versione folk rock rifatta da Blackmore coi Blackmore’s Night sull’album “Secret Voyage” del 2008.

L’album arriva alla settima posizione delle classifiche di vendita britanniche e vende bene un po’ in tutta Europa, fermandosi però solo alla posizione numero 89 della classifica americana di Billboard. Da esso vengono estratti due singoli: “Long Live Rock ‘n’ Roll / Sensitive to Light” e “L.A. Connection / Lady of the Lake”  (rispettivamente 33^ e 40^ posizione nelle UK charts). Dall’esibizione della band al programma tv americano “Don Kirschner’s Rock Concert” verranno estratti i video musicali della title track, di “Gates of Babylon” e di “L.A. Connection” (tutti presenti come bonus sul DVD “Live In Munich”).

A maggio i Rainbow vanno in tour negli USA per quattro mesi insieme ai REO Speedwagon i quali, pur essendo headliner, finiscono – agli occhi della critica – spesso surclassati dal gruppo inglese. Solamente “Long Live Rock’n’Roll” e “Kill The King” entrano (o, per meglio dire, rimangono) in setlist, anche se “L.A. Connection” fa qualche apparizione a inizio tournée prima di essere eliminata dalla scaletta.

Durante questo tour i rapporti tra Blackmore e Dio precipitano: Wendy comincia a fare pressione sul marito, facendogli notare come al centro dell’attenzione della stampa ci sia sempre Ritchie e rivendicando il fatto che Ronnie e Cozy meriterebbero lo stesso spazio sulle riviste. Questa situazione, unita al cambio di direzione musicale voluto da Blackmore – che, per motivi soprattutto finanziari, decide di rendere più radiofonico ed adatto al pubblico americano il sound della band abbandonando di fatto le tematiche “sword and sorcery”  – farà sì che a fine anno Ronnie si separi dai Rainbow, per venire rimpiazzato dall’ex Marbles Graham Bonnet, insieme al quale – con il successivo “Down To Earth” – il gruppo comincerà a portare l’attacco definitivo al mercato americano, trainato dal successo del singolo “Since You Been Gone”, cover di un brano di Russ Ballard.

Con l’addio di Ronnie, anche Stone e Daisley vengono “gentilmente invitati” a farsi da parte per venire rimpiazzati da Don Airey e dal ritorno del bassista dei Deep Purple Roger Glover che viene chiamato ad occuparsi anche della produzione del nuovo disco del gruppo. Della line-up di “Long Live Rock’n’Roll”, oltre a Blackmore, sopravvivrà il solo Powell, almeno ancora per un album prima che anche lui deciderà di andarsene, incapace di continuare ad andar d’accordo col bizzoso leader del gruppo.

Ritchie Blackmore, dopo aver chiuso una prima volta il capitolo Rainbow nel 1984 per ricostituire i Deep Purple, rimette in piedi una nuova line up dell’Arcobaleno per un primo ritorno nel 1994 prima di rimandare tutto nuovamente in natftalina e dedicarsi insieme alla moglie Candice Night ad un nuovo progetto di musica rinascimentale chiamato “Blackmore’s Night”. Nel 2016 ricostituisce per la terza volta i Rainbow con una line up nuova di zecca, purtroppo decisamente non all’altezza delle precedenti se si esclude l’ottimo cantante Ronnie Romero.

Ronnie James Dio, abbandonati i Rainbow, va ad accasarsi nei Black Sabbath orfani di Ozzy Osbourne, contribuendo a rilanciare alla grande la carriera del gruppo inglese prima di andarsene per dedicarsi alla fortunata avventura solista dei Dio, ed è oggi è unanimemente riconosciuto come il cantante heavy-metal per eccellenza. Purtroppo se ne va nel 2010, ucciso da un cancro allo stomaco all’età di 67 anni e lasciando un vuoto incolmabile nel cuore di tutti i fans di Hard Rock/Heavy Metal.

La vita di Cozy Powell (grande appassionato di belle donne e di auto da corsa) termina beffardamente in una notte tempestosa del 1998 quando al volante della sua Saab 9000 si schianta a 170 all’ora mentre si sta recando ad un appuntamento d’amore con una donna sposata. Numerose le sue collaborazioni post Rainbow, basti citare Whitesnake, Black Sabbath, Brian May, MSG, Emerson Lake & Powell, Gary Moore, Yngwie Malmsteen e Cinderella. E’ considerato da molti come uno dei più grandi batteristi di sempre.

Bob Daisley, dopo essere stato estromesso dai Rainbow, ha collaborato con nomi del calibro di Ozzy Osbourne (partecipando attivamente alla composizione dei brani dei primi due album, per le royalties dei quali è in corso tra le parti un’eterna battaglia legale), Uriah Heep, Black Sabbath e Gary Moore. Oggi si è ritirato e vive in Australia.

David Stone, dopo un disco insieme ai Max Webster, è uscito dal giro che conta e suona ancora per diletto nei bar di Vancouver.

Nel corso degli anni la speranza che Ritchie Blackmore e Ronnie James Dio tornassero a lavorare insieme non si è mai purtroppo concretizzata. “Long Live Rock’n’Roll” rimane l’ultima testimonianza della fortunata collaborazione di questi due giganti della musica.

Tracklist:

  1. Long Live Rock’n’Roll
  2. Lady of the Lake
  3. L.A. Connection
  4. Gates of Babylon
  5. Kill the King
  6. The Shed (Subtle)
  7. Sensitive to Light
  8. Rainbow Eyes

Band:

Ritchie Blackmore – chitarra, basso (1-3, 6, 8)

Ronnie James Dio – voce

Cozy Powell – batteria

Bob Daisley– basso (4, 5, 7)

David Stone – tastiere (4-6), piano (3)

 

Prodotto da Martin Birch

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