Metalitalia Festival, Day 1 – Live Club, Trezzo s/Adda (MI) – 9 Settembre 2017

 

FE – NO – ME – NA – LE!!!

Non esiste aggettivo migliore per riassumere la prima giornata del Metalitalia Festival 2017!!! Chi osserva il bill si fa sicuramente un’idea, chi ha invece assistito al concerto sarà rientrato a casa con emozioni e brividi da vendere.

Partiamo dagli ingredienti:
– 8 band di cui 6 italiane, e che band!
– Anniversario per due delle band del bill.
– Tanti ospiti attesi sul palco.
– Meet&Greet gratuiti.
– Birra, a fiumi, con tanto di bicchiere omaggio in ricordo del festival.

Procediamo con ordine. Arriviamo al Live Club di Trezzo sull’Adda alle 14:25, la presenza del pubblico è nutrita, potremmo definire la sala concerto mezza piena, cosa che fa onore soprattutto per non far sentire meno importanti le band a cui spetta l’arduo compito di aprire le danze.

Ore 14:30, precisi come un orologio svizzero, si parte: TRICK OR TREAT.
Subito del tricolore sul palco, Alessandro Conti e soci affermano subito di essere dei fieri “opener”, anzi, i migliori come testimonia la t-shirt dello stesso cantante. Come dargli torto? Passano gli anni, aumentano le fatiche discografiche, aumenta l’esperienza sul palco, ma la goliardia e lo spirito dei ragazzini non tramontano mai. Il power metal proposto è senza ombra di dubbio il più simpatico, proprio come era nelle attese di tutti. Nei 30 minuti a disposizione la band propone i brani dell’ultimo disco “Rabbits’ Hill pt.2” ad eccezione dell’ultimo brano, cover che anticipa l’uscita di un disco speciale che vedrà la presenza di sole cover di cartoni animati anni 80 e 90.
Voto: 8,5

Setlist:
Inle’ (The Black Rabbit of Death) – Cloudrider – The Great Escape – Daitarn 3 – United

Ore 15:15, dopo tanti anni di assenza, di nuovo sul palco di Trezzo: HOLY MARTYR.
Devo essere sincero, non conoscevo particolarmente questa band, quindi non sapevo esattamente cosa aspettarmi. Come ci racconta il frontman Alex, gli ultimi anni per la band sono stati molto particolari, cambi di formazione e astinenza da palco non hanno compromesso in alcun modo la voglia di fare bene e di presentare al pubblico una carta d’identità di assoluto rispetto. I brani degli Holy Martyr spaziano tra racconti legati al Giappone e ai samurai, senza dimenticare i riferimenti alle guerre e all’antichità. 30 minuti di palco anche per loro. Da tutti noi, pubblico compreso, ben tornati e per quanti si stiano ancora chiedendo chi siano questi ragazzacci, beh, non possiamo che suggerirvi di cercarli e ascoltarli senza sosta.
Voto: 8

Ore 16:00, l’asticella si sposta man mano verso l’alto, così come i decibel: WHITE SKULL.
Ma questi qui sono inglesi? Fanno per caso parte della schiera di gruppi della NWOBHM??? No, i White Skull sono semplicemente degli italiani fenomenali, tanto da far sembrare il Live Club uno di quegli scenari classicheggianti che ormai sono sempre più rari in Italia. L’esibizione dei nostri sfiora per poco un anniversario importante, la band infatti giunge ai 29 anni e sicuramente starà mettendo in pentola qualcosa di imponente per il 2018. A partire da Federica De Boni, tutti i componenti sono in grande forma e si trovano difronte a un pubblico caldissimo che ha tanta voglia di cantare ogni loro brano e, perché no, intonare anche qualche coro da stadio. Una setlist importante, così come i minuti a loro disposizione, ben 50. Tanti applausi, tutti in piedi, nessuno escluso. Bravissimi.
Voto: 8,5

Altra band che termina l’esibizione, altro cambio palco. Avendo lavorato per alcuni anni sui palchi, mi preme fare i complimenti a tutto lo staff di tecnici audio/luci/strumenti per l’abilità nel rispettare tutti gli orari prefissati e, al contempo, riuscire a realizzare uno spettacolo assolutamente impeccabile. Si sa, nei festival le band non hanno la possibilità di utilizzare il 100% della propria strumentazione ma devono in qualche modo unire le forze e condividere qualche effetto personale al fine di facilitare le operazioni di check in e check out. Complimenti e grazie a tutti.

Ore 17:10, primo show celebrativo della giornata: SECRET SPHERE.
I Secret Sphere sono la prima band del bill ad aver scelto il festival per celebrare un anniversario, il ventesimo per essere precisi. La band vede qualche novità di formazione: manca il chitarrista Marco Pastorino, probabilmente per i suoi impegni con i Temperance, sono invece presenti due coristi a dare un tocco di realtà a un mondo della musica sempre più condito da parti pre-registrate e confezionate ad-hoc per fare bella figura sui palchi. Anche per i nostri un tempo di 50 minuti per fare bene. La setlist, come ampiamente previsto, alterna brani nuovi e brani del passato. A proposito di brani del passato, che razza di anniversario sarebbe se non ci fosse almeno un ospite a ingigantire la già abbondante proposta odierna? Roberto Messina, si, avete capito bene, Roberto (Rob per gli affezionati) viene invitato sul palco riportandomi alla mente quando, da ragazzino, ascoltai per la prima volta proprio un loro brano su YouTube. Ricapitoliamo, Michele Luppi canta, diverte e si diverte; vi faccio notare che durante i 50 minuti avrà mandato almeno altrettanti baci al pubblico; poi lascia spazio al suo predecessore Rob, poi rientra di prepotenza, tira giù il tetto del locale con i suoi acuti e infine conclude duettando lasciando a bocca aperta tutti i presenti. Certo, non c’era mica bisogno di avere una conferma da lui, ma si sa, i fedelissimi del prog/power (soprattutto italiani) sono di gran lunga i più esigenti al mondo. Mi giro a guardare le facce dei presenti, nessuna ombra di delusione. Che spettacolo ragazzi. Menzione d’onore ad Aldo “The Legend” Lonobile, condottiero con la sua 6 corde, impeccabile, assolutamente perfetto, di grazia e con tanta umiltà che ci fa sorridere e ringraziare per questa lezione di musica.
Voto: 9.

Fuori inizia a piovere, poco male, la temperatura all’interno del locale è gradevole, la birra scorre a fiumi; non mancano gli spazi di ristorazione in vecchio stile, oltre che uno stand assolutamente veg friendly. Il clima che si respira è il solito di ogni concerto o festival metal, ottimo. Vediamo gente di ogni fascia d’età, dal bambino con le cuffie proteggi orecchie all’adolescente, fino ad arrivare al rocker/metallaro reduce dagli anni 70 e 80, anni in cui, probabilmente, era lui l’adolescente della situazione.

Ore 18:20, spazio ad altri veterani: LABYRINTH.
Torno a parlare per la terza volta di questa magnifica band nell’arco di pochi mesi, tra recensione del loro ultimo disco e live report del concerto di giugno all’Alcatraz di Milano. Proprio in quella occasione i fan avevano rumoreggiato molto visti i 20 o poco più minuti assegnati ai Labyrinth in cui erano stati eseguiti 4 brani, il minimo sindacale insomma, che aveva lasciato tutti con l’amaro in bocca. Insomma, oggi siamo stati accontentati tutti, 60 minuti sono tanti e c’è spazio per fare bene. Si, proprio cosi: fare bene. Abbiamo sentito questa frase più volte tra il palco e i social nelle ultime ore. Questa band ha fatto del bene, ha avuto successo con una canzone “di me**a”, ha affrontato tanti cambi di line up ma non si è mai tirata indietro ad ogni occasione che gli si è presentata. Olaf, Roberto e soci deliziano la sala ormai piena con i brani dell’ultimo disco “architecture of a god”. Personalmente più ascolto questi brani, più mi viene voglia di riascoltarli. Certo i fan accaniti saranno sempre più legati ai grandi classici, ma i Labyrinth ci hanno ormai abituato a saper cambiare pelle, a saper coinvolgere nello stile compositivo anche le caratteristiche dei vari membri che si sono alternati negli anni. Andrea Cantarelli è in serata di grazia, Olaf e Roberto sono semplicemente magistrali, non escono fuori dagli schemi invece Oleg, John e Nik. Anche per loro qualche siparietto con il pubblico, insomma si respira un gran clima di festa. Si viaggia ad altissima velocità, Olaf e Andrea duellano a colpi di sweep picking e plettrate alternate, che goduria per tutti i presenti in sala. Da sottolineare l’inedito utilizzo di una 6 corde per Olaf Thorsen, si io sono chitarrista e noto di più queste cose, in 10 anni è la prima volta che non lo vedo imbracciare una 7!!! Il bello della diretta causa qualche problemino tecnico ai ragazzi, ma non abbastanza da impedirgli di scatenare tuoni e fulmini sui presenti e concludere magistralmente con Moonlight la loro esibizione.
Voto: 8,5.

Setlist:
Bullets – Still Alive – Freeman – Architecture of a God – A New Dream – Thunder – Falling Rain – Someone Says – Moonlight

Dopo tanto tricolore arriva il momento di cambiare nazione oltre che genere. Come avrete potuto capire da questo report, oggi è la giornata delle ugole imponenti, delle sonorità power, della grande tecnica e del doppio pedale, quello che ti entra nello stomaco senza pietà.

Ore 19:40, direttamente dalla Svezia, ecco a voi i GRAND MAGUS.
Dopo tante formazioni ricche di ospiti e tanti strumenti, gli svedesi sono l’eccezione della giornata. La band è infatti un trio alla vecchia maniera, incredibile ma vero, se un ascoltatore si fosse messo di spalle rispetto al palco non l’avrebbe mai detto. Un vero muro di suoni allieta i presenti che, data l’ora, non perdono occasione di mettere sotto i denti un buon panino o perché no, una porzione di lasagna (si, c’erano anche le lasagne). Sul palco possiamo assistere a un basso, una batteria e a una chitarra, che, al contrario di quanto ascoltato fino ad ora, ci riportano indietro di 30 anni, alle sonorità classiche, cattive e pure, questa volta senza la presenza di super cantanti frangi cristalli ma con l’attitudine di chi, anche con un vestito bianco e un mazzo di fiori in mano, trasuda metallo vero da tutti i pori. Durante la loro esibizione ho colto l’occasione per salire sul soppalco del Live Club e poter ammirare la sala gremita cantare e inneggiare a squarcia gola i maghi svedesi. Anche per loro ben 60 minuti di spazio, minuti che non sembrano essere sufficienti per il pubblico che continua ad intonare il loro ritornello conclusivo persino dopo che l’esibizione è terminata e i tecnici hanno già iniziato a smontare la strumentazione. Gran bello spettacolo, assolutamente da rivedere.
Voto: 8,5.

Sono le ore 20:40, stiamo ascoltando della musica di altissima qualità da ben 6 ore e 10 minuti. Nessuno sembra stanco anche perché, giunti a questo punto, gli “opener” sono terminati, spazio ai due gruppi principali della serata. Nell’aria si respira epicità, partono i cori, un cambio palco sostanzioso e un telone di background ci dicono che è arrivato il loro momento…

Ore 21:00, direttamente dalla magica terra dei miti e delle leggende: RHAPSODY OF FIRE.
Qui nessuno ha voglia di perdere tempo in chiacchiere, tanto meno il novello Giacomo Voli che con emozione si, ma anche con tanta grinta sale sul palco e mostra che la timidezza non gli appartiene di sicuro. Il Live Club prende fuoco, fino ad ora abbiamo parlato di band che sfioravano la perfezione sul palco ma i Rhapsody Of Fire, loro si che sono di un altro pianeta. Negli ultimi anni ho avuto modo di vederli in tante salse e con i vari membri, storici e non; se ne è parlato per i motivi più disparati ma loro, loro quando salgono sul palco danno vita a un’esibizione che non può non impressionare i presenti. Finalmente il pubblico si scatena in un pogo continuo sospinti dal frontman che, ancor più rinvigorito dalla risposta dei presenti, invita a tirar giù tutto, al resto ci avrebbero pensato i draghi e i cavalieri delle terre incantate. Secondo battesimo, dopo il live di Trieste, oltre che per il cantante, anche per il neo batterista tedesco Manu Lotter. Insomma, per farla breve, stasera non si sente la mancanza proprio di nessuno, con tutto il rispetto per chi, prima di questi ragazzi, ha portato in giro per il mondo, in alto, il nome dell’Italia con i ROF. Pubblico visibilmente emozionato e in palla, non ci si ferma un istante, si canta sempre, i grandi classici li conoscono tutti, anche i meno fan non riescono a trattenersi, GLORIA! GLORIA PERPETUA! Si alza il grido del festival. Spazio in scaletta anche a un paio di brani più recenti, ottima la scelta di non inserire alcun assolo di batteria/basso o altri strumenti, è molto meglio battere il ferro con i brani e far cantare i presenti. Immancabile la dedica al compianto Cristopher Lee nella presentazione di The Magic of the Wizard Dream che, a dirla tutta, forse l’avremmo preferita eseguita in italiano, o anche mista, ma va benissimo così. 90 minuti di Spettacolo con la S maiuscola, spazio anche al flautista Manuel Staropoli che come ai tempi del Live in Canada prende parte a qualche brano. Il concerto si conclude con l’ovvia Emerald Sword. Pare proprio che i ROF non siano né arrugginiti né stanchi di andare avanti, personalmente gli facciamo il nostro più grande in bocca al lupo per l’imminente tour europeo. La leggenda DEVE vivere.
Voto: 9.

Setlist:
Distant Sky – Dargor, Shadowlord of the Black Mountain – The March of the Swordmaster – Flames of Revenge – Into the Legend – Holy Thunderforce – Wings of Destiny – Land of Immortals – The Village of Dwarves – When Demons Awake – Dawn of Victory – Encore: Reign of Terror – The Magic of the Wizard’s Dream – Encore 2: Emerald Sword

Sono le 22:30, mentre riecheggia ancora qualche elfo e gli ultimi cavalieri abbandonano la sala, cala il sipario sul palco del Live Club perché si sa, il prossimo gruppo è il più atteso dai presenti pertanto, anche la scenografia sarà a sorpresa. Questa volta i presenti non si recano più all’esterno per rifiatare, nessuno vuole rinunciare alla propria posizione o ad abbandonare le primissime file.

Ore 23:00, buio in sala, luci al sipario, direttamente dalla Germania diamo il benvenuto agli EDGUY.
Dalla storia alla storia, oggi non si fanno sconti. Gli Edguy non hanno bisogno di presentazioni, non hanno bisogno di una intro particolare per salire sul palco, non hanno proprio bisogno di nulla. Loro sono semplicemente una delle band più divertenti che abbiamo nel panorama mondiale da ben 25 anni, ebbene si, il secondo anniversario della giornata è proprio il loro. Che fortunati i presenti eh? Questa volta nessun spazio ad ospiti particolari, largo unicamente ad una carrellata di opere d’arte che portano la firma di Tobias Sammet in versione cappellaio matto. Ah, a proposito, il palco era stato nascosto durante il check in della band per farci poi ammirare una scenografia cattivissima e che va dal muro di cabinet marshall al background con la copertina di “Monuments” un vero e proprio Best Of della band. Tutti i cantanti hanno preso confidenza con il pubblico fino ad ora, non poteva mancare proprio il momento di Tobias, che scherzosamente racconta come nei 25 anni di carriera la band sia passata dal fare del cattivissimo Heavy Metal a del commercialissimo rock-pop perché si sa, è importante anche poter acquistare un automobile, altrimenti che lavoro sarebbe? Scherzi a parte questa banda di pazzi scalmanati è poderosa, sicuramente gli auguriamo altri 100 anni di carriera. Aumentano i decibel, si fa più dura la musica ed ecco che il pubblico non si fa pregare per far partire un pogo forse anche più imponente rispetto a quello avvenuto durante i ROF. Immancabile il classicissimo Lavatory Love Machine. Per i tedeschi, padroni assoluti del festival, 90 minuti sgretolati in un batter d’occhio. L’esibizione si chiude con King of Fools.
Voto: 9.

Setlist:
Love Tyger – Vain Glory Opera – Mysteria – Tears of a Mandrake – The Piper Never Dies – Lavatory Love Machine – Land of the Miracle – Ministry of Saints – Babylon – Save Me – Superheroes – Encore: Out of Control – King of Fools

A conclusione di questa prima giornata, un comune senso di soddisfazione alberga negli animi dei presenti. Oggettivamente sarebbe stato difficile tornare a casa delusi dato il bill, a maggior ragione dopo che tutti gli artisti, indistintamente, hanno dato l’anima su quel palco. Organizzazione impeccabile, orari rispettati al millisecondo, tanta voglia di far festa ma anche di riprendere fiato per ritornare l’indomani per il secondo giorno di festival.
Da Trezzo Sull’Adda è tutto, arrivederci a domani!

 

 

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