Nashville Pussy – “Pussy’s not a dirty word” said at the Whiskey 30 Marzo 2017

 

Ci sono quei gruppi che piacciono a tutti indistintamente, non importa se amanti dell’ala estrema del thrash o della sponda opposta del glam, loro riescono a far battere il piedino e a strappare un sorriso in qualsiasi contesto; se vogliamo sparare alto possiamo nominare gli AC/DC, se voliamo un pò più basso e passiamo da Atlanta (a dispetto del nome) chiamiamo all’appello i Nashville Pussy fondati da una coppia di allegri coniugi chitarristi nel 1996 che agli AC/DC devono sicuramente qualcosa in termini di ispirazione.

Testi sfacciati, riff hard rock, provocazioni sessuali, riferimenti alle sbornie, insomma, it’s only rock’n’roll but we like it, qui mettiamo d’accordo persone di diversa estrazione sociale, segno zodiacale, idea politica, etnia, religione, orientamento sessuale, fan della Marvel, di Star Trek e di Star Wars, nessuno escluso.

L’inchino al “mio pub preferito” a Hollywood è d’obbligo e chi sono io per farmi sfuggire un altro bell’attentato al mio apparato uditivo? Non pensate sia troppo lontano, i 4 indemoniati oggetto dell’articolo non han paura di viaggiare e ritrovarseli dietro casa una sera con biglietto a prezzo popolare è più facile di quanto pensiate, contando la frequenza con la quale si presentano in suolo italico.

E guerra sia proponendo Everybody’s fault but mine con la chitarrista e fondatrice Ruyter Suys che decide subito di rubare la scena e arrogantemente imporsi col suo carisma da navigata fustigatrice di Gibson diavoletto sciabolando riff come fosse nella più grande delle arene.

Non contenti accelerano il tiro con Piece of ass in cui il vocalist Blaine Cartwright tenta di attirare l’attenzione con la sua arroganza da navigato ubriacone delle pianure americane, guadagnandosi l’assoluta complicità del pubblico che reagisce con adeguato affetto.  Si procede a martello con l’hard rock nell’espressione più scarna seguendo però il galateo del bravo musicista con il batterista Jeremy Thompson e la pussy bassista Bonnie Buitrago che non danno quartiere e non chiedono quartiere. Si cala un attimo di ritmo con la gustosa southern Hate and Whiskey. Nessuna pietà o pausa fino alla cover Can’t you see della Marshall Tucker band che ancora una volta valorizza l’eroina Ruyter determinata ad ogni costo ad essere eletta chitarrista dell’anno. Si continua a ballare fino al monologo introduttivo di Pussy’s not a Dirty Word (come non essere d’accordo) per poi terminare con Go Motherfucker Go.

Che dire, non c’è innovazione, non ci sono scenografie hollywodiane, non ci sono virtuosismi progressive, non c’è MTV a riprendere il concerto… C’è il rock’n’roll, muovi il culo e vai a vederli.

 

SETLIST:
Everybody’s Fault but Mine – Piece of Ass – Pillbilly Blues – I’m so High – Rub it to Death – Hate and Whiskey – Going Down Swinging – Up the Dosage – Till the Meat Falls off the Bone – Can’t You See – Go to Hell – Good Night for a Heart Attack – Pussy’s not a Dirty Word – Go Motherfucker Go

 

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