Neil ‘Forever’ Young: speciale parte I

Dagli Squires ad 'Harvest Moon': le molteplici facce del genio canadese

 

Articolo a cura di Silvia Bosio

Spesso mi sono trovata tra amici amanti del buon vecchio rock, chiacchieravo di concerti e grandi pezzi che sono ancora adesso vere pietre miliari nella storia della musica e mi chiedevo “Ma come abbiamo conosciuto i nostri cantanti preferiti, quelli che ci hanno guidato e segnato per sempre?”

Bene! Io ho conosciuto il misterioso Neil Percival Young quando ero solo una ragazzina dodicenne. Ben 33 anni fa. Ho passato l’infanzia e i primi 30 anni della mia vita nel negozio di dischi di famiglia, conoscevo la discografia dei Beatles e i Rolling Stones erano i miei preferiti. Però avevo sete di nuove emozioni e già allora amavo sfogliare le copertine di dischi che mi lasciavano quella leggera patina di polvere sulle mani e quell’odore classico che tutti noi, amanti degli LP conosciamo. Mi capitò tra le mani ‘Everybody’s Rocking’ forse uno dei peggiori dischi che Neil abbia mai pubblicato con gli Shocking Pinks e chiesi a mia mamma: «Ma chi è questo scemo vestito di rosa… e con quelle scarpe poi?» La sua risposta mi scioccò: «E’ uno dei più bravi musicisti che ci sono in questo negozio e anche uno dei miei preferiti.» Non potevo crederci! Allora lei tirò fuori ‘After The Gold Rush’ e assicurandomi che si trattava della stessa persona lo mise sul piatto. Nel breve istante in cui la puntina scese lenta sul vinile, mi ritrovai persa in quella copertina quasi angosciante che ritrae un giovanissimo Neil ed una vecchissima signora che dandosi le spalle si allontanano nella loro diversa solitudine. Improvvisamente mi giunsero all’orecchio un giro di chitarra country e un’indescrivibile voce che cantava ‘Tell Me Why’ che s’impossessarono di me per sempre.

Da allora l’Old Man ha camminato accanto alla mia adolescenza per non lasciarmi mai. Non mi vergogno a dire che mi facevo cucire sui jeans degli scampoli di stoffa a fiori, che mi facevo allargare i passanti della cintura cercando di “copiare” il retro della copertina del disco. Mentre i miei compagni di scuola, negli anni successivi andavano in giro vestiti da punk o paninari, io portavo camicie a scacchi e stivali di cuoio e se mi sentivo un po’ presa in giro dai coetanei quasi diciottenni, ero fiera di me quando mio papà mi diceva: «Tu avresti dovuto avere 20 anni negli anni ’70, sembri un piccolo Neil.» Io invece, come ‘After the Gold Rush’ sono nata nell’estate di quel lontano e magico 1970. Anno in cui la critica, stranamente non accolse bene quei 35 minuti di musica che divennero successivamente un capolavoro regolarmente inserito nelle classifiche.

Anche se per me ‘After The Gold Rush’ fu il primo album di Neil, il Loner canadese contava già ben sette album nel suo curriculum nonché la partecipazione al Festival di Woodstock insieme a CSN. Il primo disco infatti, ‘Buffalo Springfield, lo incise esattamente cinquant’anni fa, nel 1966 con l’omonima band formata da Stephen Stills, Bruce Palmer, Richie Furay, e Dewey Martin. Soltanto un anno dopo uscì ‘Buffalo Springfield Again. Nel 1968 la band si divise lasciando un ultimo album intitolato ‘The Last Time Around contenente i pezzi ‘On The Way Home’ e ‘I Am A Child’.

Nello stesso anno realizzò l’omonimo Neil Young. E’ proprio con questo Lp che scoprii una delle mie canzoni preferite, ‘The Loner’, aspro autoritratto graffiato dalla sua chitarra distorta. Maggio ’69, uscì Everybody Knows This Is Nowhere’ suonato con il chitarrista/amico Danny Whitten, il bassista Billy Talbot e il batterista Ralph Molina battezzandoli ‘Crazy Horse’ e con questi compagni, sotto il nome di Neil Young And The Crazy Horse suonerà per circa trent’anni. La bellissima ‘Cinnamon Girl’, immancabile nei suoi concerti, la straziante ‘Down By The River’ e la poetica ‘Cowgirl In The Sand’ sono inserite in questo album. “Ciao, rubino nella polvere…ciao donna dei miei sogni…” come si può non amare questa poesia. Ci sono varie interpretazioni del testo ma a me piace pensare che sia semplicemente un grande amore, e diciamocelo…a quale donna non piacerebbe essere chiamata così? L’introspettivo e malinconico Cavallo Pazzo non è solo il padre della tristezza ma anche di dolci parole d’amore.

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Nel 1970 si unì anche a Crosby, Stills e Nash pubblicando ‘Déjà Vù e ‘Four Way Street’ (dal vivo nel 1971). Pubblicò inoltre il singolo ‘Ohio’ composto per il massacro alla Kent State Univesity dove persero la vita quattro studenti. Il classico brano che si potrebbe cantare oggi in qualche manifestazione antimilitarista. Tra il ’70 e il ’72 uscirono due dischi che ancora oggi vengono classificati come capolavori. ‘After The Gold Rush‘ e Harvest. Recensire questi dischi per me non è facile perché sono troppo legata sentimentalmente a loro. Mi hanno cresciuta, mi hanno plasmata, mi hanno fatto innamorare del Canada, mi hanno consolata e coccolata. Ogni ballata dolce o triste che sia non può passare inosservata. Due canzoni in particolare, aprirono una piccola diatriba tra Neil e i Lynyrd Skynyrd che si sentirono colpiti da ‘Southern Man’ e ‘Alabama’, due songs fortemente polemiche nei confronti del razzismo dei sudisti. I Van Zant risposero con una bellissima ‘Sweet Home Alabama’ dove viene citato “Old Neil” e le sue canzoni. Nonostante questo screzio però, il cantante degli Skynyrd, in concerto indossava spesso una t-shirt di Neil, mentre Young afferma di “essere fiero di comparire in una canzone della band.”

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Già in ‘Harvest’, con ‘The Needle And The Damage Done’ si avvertono i primi segnali di struggente dolore per la perdita di amici persi a causa delle droghe. “Ho visto l’ago e il danno fatto…ogni drogato è come un sole che tramonta.” Ricordo queste frasi da sempre e da sempre ascolto la voce di un giovane Neil che sussurra le strofe quasi con triste rispetto. Concluderò dicendo che ognuno di noi dovrebbe avere queste perle nella sua discografia.

Times Fades Away, un live dell’autunno del ’73 molto particolare perché contiene solo pezzi inediti. Aprì un periodo chiamato dai critici “Trilogia del dolore” composto da tre Lp, di cui questo live ne fu il primo. Troveremo pezzi molto personali basati su vera vita vissuta, vicende tragiche, amici persi per droga come Danny Whitten musicista e compagno di giochi di Neil, morto per overdose nella primavera dello stesso anno. Nostalgiche melodie di ritorno al passato come ‘Journey Through The Past’, bellissima ballata piano/voce e ricordi d’infanzia in ‘Don’t Be Denied’. Il disco non venne accolto molto bene dalla critica e dai fans. Forse troppo diverso dai precedenti, forse ascoltandolo a posteriori cominciava davvero a trasparire quella malinconica tristezza che segnerà e peggiorerà negli album futuri. Credo comunque che per i veri fans ora sia realmente un must e chi lo possiede, lo terrà stretto stretto in quanto quasi introvabile in Lp e mai ristampato su cd. Capitolo centrale e fulcro di questa trilogia è ‘On The Beach, (74) lo stesso Young scrisse: «E’ stato un disco molto spontaneo. Dovevo essere particolarmente giù credo, ma facevo solo quello che volevo veramente fare. Penso che chiunque, ripensando alla propria vita, capisca di aver vissuto una situazione simile.» Racconti di vita che ho ascoltato migliaia di volte e che mi hanno aiutata a capire che anche i Grandi soffrono davvero ma allora, da ragazzina quale ero, quel giovane Neil mi sembrava sempre più vicino a me e pronto a consolare tutti. Neil è un genio anche nelle sue copertine che spesso ha realizzato con l’amico Gary Burden e questa in particolare sembra una prefazione. Ancor prima di ascoltare l’album infatti, si percepiscono l’inquietudine e la ricerca di risposte presenti nell’album. Si vede Neil, su una spiaggia di Santa Monica che, solitario osserva il mare, un mare calmo addormentato sulla fredda sabbia di un giorno autunnale. Dietro di lui un tavolino con due sedie, un ombrellone, un quotidiano con un titolo sul Watergate e una vecchia Cadillac sepolta nella sabbia. Su quest’ultimo particolare c’è da raccontare che il parafango giallo (la Cadillac non c’è) venne comprato da Neil e Gary da uno sfascia carrozze e sotterrato da entrambi nella sabbia.

On_the_Beach_-_Neil_YoungLo scatto è merito del fotografo Rick Griffin ma tocco di classe in tutto questo è l’interno della copertina dell’Lp che affascina più del cd e rende più particolareggiata la cover infatti, l’interno della busta risulta “tappezzato” della stessa stoffa dell’ombrellone e delle sedie che chissà…forse saranno ancora oggi su quella vecchia spiaggia. Forse il Loner, come canta nel secondo pezzo del disco “guarda il cielo che sta per piovere”, ‘See The Sky About To Rain’ è il pezzo che insieme a ‘Motion Pictures’, ‘Vampire Blues e ‘Ambulance Blues’ è cantato in modo triste e malinconico. In questi testi si parla di amori perduti, di petrolio che viene succhiato dalla terra e rivenduto a prezzi esorbitanti, e infine la ballata di nove minuti (Ambulance Blues). Le parole stesse del pezzo recitano “It’s hard to say the meaning of this song” (è difficile spiegare il significato di questa canzone) ma ritrae sicuramente il disgusto per la politica, il passato che incombe pesante sulle speranze future, forse la mia preferita. Ultima ma non meno importante è la title track. ‘On The Beach, una cupa, tetra ballata blues di un uomo che fugge da se stesso, dalla folla e dalla città. Fugge da un mondo che gira proprio perché non vuole vederlo volar via. Tutto questo viene sussurrato timidamente, come se Neil piangesse solo con se stesso ma il messaggio che trasmette è forte e per anni mi ha fatto molto pensare, forse solo in età adulta sono riuscita a capirlo. Ultime note su questo disco sono le partecipazioni di Crosby e Nash e un riferimento a Charles Manson in ‘Revolution Blues’, personaggio che Neil conobbe a casa di un amico e del quale ascoltò alcuni pezzi. Trovandoli interessanti sottopose il suo nome alla Reprise ma il produttore Terry Melcher decise di lasciar perdere. Successivamente, Manson si recò alla villa Melcher che divenne per lui simbolo di tutti quelli che l’avevano rifiutato. La casa di Terry era passata ai Polansky e fu la scena del terribile massacro che avvenne quella notte. Altri delitti seguirono a questi e il caso Tate/LaBianca venne conosciuto in tutto il mondo. Neil ricorda: «Non riuscivamo a credere di aver suonato con lui.»

neil5L’anno successivo (75) uscirono ben due dischi. ‘Tonight’s The Night’, che chiuse la triste trilogia e Zuma’ che sembrò aprire un periodo più sereno. ‘Tonight’s The Night’ è da considerarsi una sorta di concept album, non tanto perché sia una vera e proprio storia, quanto per il filo conduttore che lega i testi delle canzoni e l’atmosfera cupa che li rappresenta. Copertina nera e solitaria, con un’immagine del cantautore che a stento lascia intravedere il viso. Lo stesso viso colmo di dolore per la perdita del già citato Whitten e del roadie Buce Berry per overdose. Un tributo a questi due personaggi, un disegno della perdita incolmabile, un corteo funebre che pezzo dopo pezzo ci porta nella disperazione del vissuto di un Neil che a stento riesce ad uscirne. Lo stesso Young nelle note di copertina scrive «I’m sorry. You don’t know these people. This means nothing to you» (“Mi dispiace. Voi non conoscete queste persone. Questo per voi non significa nulla”) come se volesse in qualche modo giustificarsi di quel disco in cui note, parole e vita reale si fondono in una tristezza dove non traspare speranza. La title track apre e chiude l’album raccontando di come il canadese, tramite una telefonata venne a conoscenza della morte di Bruce Berry:«Cause people let me tell you, it sent a chill up and down my spine, When I pick up the telephone, and heard that he’d died out on the mainline.» (Perchè gente, lasciate che ve lo dica, mi scese un brivido per la schiena, quando alzai il telefono e sentì che lui era morto). In realtà quest’ultimo verso ha un significato particolare in quanto die on the mainline significa morire di overdose. ‘Borrowed Tune’, (canzone prestata) cantata con voce tremante accompagnata da piano e armonica è una melodia presa proprio in prestito da Jagger/Richard (Lady Jane), Neil raccontò di essere stato troppo stanco per comporne una da solo. ‘Come On Baby Let’s Go Downtown’ sembra quasi allegra, ma la voce di Danny ci ricorda la triste sorte. ‘Albuquerque’, un brano dal quale si evince una forte tristezza sia per la melodia lenta e malinconica sia per l’atmosfera psichedelica che lo circonda per giungere alla fine con ‘Tired Eyes’, quasi un talkin-blues dove si parla di ancora di droga e morte e dove nel ritornello Neil quasi implora «please take my advice open up the tired eyes», (ti prego di accettare il mio consiglio, apri quegli occhi stanchi) come se volesse uscire da questo mesto periodo e trovare una tranquillità interiore. Neil ricorda così questo disco: « È stato spettrale. Molto probabilmente sento quest’album più di qualsiasi altra cosa che abbia mai fatto.» Da parte mia lo ritengo uno dei dieci dischi che porterei su un’isola deserta.

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Zuma’. Il secondo disco del 1975. Mi viene soltanto da dire che ha una brutta copertina e un contenuto di cui non mi soffermo a parlare. Perché? Perché lo trovo scarno e un po’ noioso se non per l’unico pezzo che amo da sempre: ‘Cortez The Killer’. L’affascinante storia di Cortez, un conquistatdor spagnolo e del re atzeco Montezuma. Ci sono due motivi per cui nomino questa canzone oltre al mio gusto personale: uno è perché Scott Young (padre di Neil) nel suo libro “Neil and Me” racconta che durante la registrazione dell’ultima strofa (non presente nel pezzo) ci fu un guasto al mixer e per questo non venne registrata. Riportata la notizia a Neil, egli rispose che non gli importava visto che tanto quella strofa non gli piaceva neanche. Il secondo è perché la canzone presenta diverse similitudini con un altro brano di Roberto Vecchioni, ‘Velasquez’ pubblicato un anno dopo ‘Zuma’. Nel 1976 ci fu una piccola pausa per i Crazy Horse, infatti Neil tornò a scrivere con Stephen Stills. I due pubblicarono ‘Long May You Run a settembre in cui compaiono quattro brani di Stills e cinque di Young. 1977, non avevo ancora cominciato ad ascoltare musica e avevo solo sette anni quando Neil compose uno dei pezzi migliori della sua carriera e che ancora adesso mi fa rabbrividire. La ascoltai dal vivo per la prima volta nove anni dopo all’allora Palatrussardi di Milano. Mi portò in un’altra dimensione e mi fece sognare e so che se avrò ancora la fortuna di ascoltarla il prossimo luglio nel nuovo tour del canadese, proverò le stesse emozioni di trent’ani fa. La perla di cui parlo è ‘Like A Hurricane’, otto minuti che, proprio come un uragano irrompono da ‘American Stars And Bars’. Il pubblico conosceva già questa travolgente cavalcata perché era stata già presentata in versione live. Il disco vede la collaborazione di tre importanti artiste americane come Linda Ronstad, EmmyLou Harris e Nicolette Larson. Nell’ottobre dell’anno successivo uscì ‘Comes A Time’. Questo fu uno dei tre dischi (insieme ad ‘Harvest’ e a ‘Rust Never Sleeps’) che diedi a mio marito quando mi chiese di fargli conoscere meglio Neil Young. Ero sicura che gli sarebbe piaciuto, o meglio sono sicura che non può non piacere a qualcuno. E’ un albun fresco e frizzante, con allegre melodie e tematiche decisamente meno funeree degli anni precedenti. Ti siedi, lo ascolti e ti rilassi. Poi lo riascolti. ‘Comes A Time’ non stanca; a chi piace tradurre, la poesia non manca, a chi piace perdersi nella musica, la Gone with the wind Orchestra, i Crazy Horse e JJ Cale offrono un panorama country-folk melodico senza paragoni e infine, a chi piace la voce i duetti e controcanti di Nicolette Larson sono davvero piacevoli. Dalla copertina si evince questa sferzata di aria pura infatti, sono spariti i colori scuri lasciando il posto a tinte solari bianche e gialle e non ultimo, l’immagine di un Neil Young addirittura sorridente. Anche le brutte vicende di abusi di alcol e droga sembrano essere superate.

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Nel 1979 uscì ‘Rust Never Sleeps’, un classico senza tempo, non ci sono scuse per non averlo! Un ottimo disco in cui Neil esprime tutto se stesso. Ammetto che non amo particolarmente gli ultimi due brani ma vengono decisamente perdonati da tutti i precedenti. Dolci melodie in ‘Pocahontas’ e ‘Thrasher’, la potente ‘Powderfinger’, l’impareggiabile ‘Hey Hey, My My, (Out Of The Blue)’ che apre la prima facciata e la graffiante ‘Hey Hey, My My, (Into The Black)’ che chiude l’album. Questi due capolavori parlano del grande Rock and Roll, il primo è un pezzo deciso, che va dritto al punto e al cuore sia per le melodie che per le parole, rivolte prima ad Elvis e poi al cantante dei Sex Pistols: «The king is gone but is not forgotten» (Il re se n’è andato ma non è stato dimenticato) «this is the story of Johnny Rotten» (questa è la storia di Johnny Rotten) il quale, con l’avvento del punk aveva da poco affermato che il r’n’r era morto! Il secondo è un pezzo da stage, forte e carico di tutta l’energia del Cavallo! Mi ricordo di aver visto Neil dal vivo picchiare letteralmente la sua Gibson distorta e portata con l’immancabile tracolla nera ornata dal Tao e dalle colombe bianche! Spettacolare esibizione! Da segnalare, un’ultima collaborazione con Nicolette Larson in ‘Sail Away’. Nello stesso anno venne pubblicato ‘Live Rust’, un bellissimo live del ’78 con i Crazy Horse (di cui esiste anche il dvd) che ripercorre tutta la carriera dell’artista.

neilliveGli anni ’80 videro un cambiamento totale nella musica di Neil Young che per alcuni album abbandonò il suo stile per cimentarsi in altri campi. Personalmente non amo questo decennio se non per alcuni pezzi per me significativi, ma ormai sappiamo che il Cavallo galoppa senza curarsi di dove va, a lui piace correre e non importa se non vince! ‘Hawks & Doves’ (’80) presenta alcuni testi con riferimenti politici cantati su melodie molto americane country and western. ‘Reactor’ (’81), da qui Neil cominciò a sperimentare un tipo di sound elettronico con l’uso del synclavier che mantenne per l’album successivo. Sul retro di copertina è inserita una nota in latino «Deus, dona mihi serenitatem accipere res quae non possum mutare, fortitudinem mutare res quae possum, alque sapientiam differentiam cognoscere» (Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso e la saggezza per conoscere la differenza) che ci spiega lo stato d‘animo dell’artista. Infatti, in questo periodo bisognerebbe guardare Young come padre di un figlio con paralisi cerebrale costretto su una sedia a rotelle e incapace di comunicare, di un secondo figlio con lo stesso problema anche se in maniera minore e marito di una moglie affetta da un tumore al cervello. Questi drammatici eventi trovano “sfogo” in ‘Trans’ (’82) dove l’uso del vocoder che rende la voce di Neil quasi assente e inespressiva è un tentativo da parte di questo papà disperato di trovare una via di comunicazione con il figlio. Nonostante queste tragiche vicende il pubblico non accettò un Neil Young così diverso e freddo. Il canadese però non si dimentica le sue origini e riesce ad introdurre in questo misto di elettronica un paio di pezzi più country che sono davvero apprezzati.

L’anno successivo (1983) vide l‘uscita del più gande fiasco di Neil, ‘Everybody’s Rockin’‘. Personalmente capisco tutti quelli che lo hanno criticato. Suonato con una band estemporanea, creata apposta per suonare questi venticinque minuti di anni ’50 brillantinati. Pezzi rockabilly anche troppo datati e soltanto quattro canzoni su dieci firmate Young. A volte mi chiedo cosa passi nella testa di questo mio grande cantautore per scrivere cose del genere ma amiamo Neil e lo perdoniamo, convinti che tornerà a farci sognare ancora…

…e il disco country arrivò. Nell’agosto del 1985 uscì ‘Old Ways’. Anche questo molto criticato sebbene sia un prodotto che io ritengo discreto. Certo non è ‘Harvest’ ma non si può sempre paragonare un album nuovo ad un vecchio capolavoro. Quindi mi sento di affermare che quest’uscita estiva non sia da tralasciare. Si tratta di un country classico da saloon, con pezzi allegri e lente ballate che ci riportano nell’America dei cowboys. Conta ben 53 collaborazioni tra archi, dobro, voci, chitarre, mandolini, armoniche, arpe, percussioni etc… inoltre Neil si avvale dell’aiuto di Wylon Jennings e Willie Nelson, maestri nel genere country-folk.

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Undici mesi dopo, a luglio 1986 il canadese tirò un altro dei suoi scherzi al pubblico e forse anche alla Geffen con la quale aveva avuto molti litigi. ‘Landing On The Water’ è il titolo dell’album. Il genere pop in quel periodo assillava le radio ed MTV così Neil decise di seguire questo filone. Per protesta? Per gusto? A me piace pensare che l’abbia fatto, come altri artisti, per insofferenza a questa nuova musica. I pezzi sono sguaiati e il sound è fastidioso a causa del vocoder e dei sintetizzatori uniti a chitarre per niente rock e per niente melodiose. Scarsi falsetti coronano alcune songs.

Nel 1987 Neil si ritrova a suonare l’ultimo album per la Geffen e lo fa finalmente con i Crazy Horse. Intitolato ‘Life’ sembra un buon punto a favore del Loner di questi ultimi anni. Il sound torna sul tradizionale anche se rimangono scie del recente passato. L’album ritrova testi e melodie classiche del vecchio Young (critiche ai politici, frecciatine alla Geffen, amore e un pezzo che ritorna sulle tracce di Cortez The Killer e Like an Inca intitolato Inca Queen). Personalmente, se dovessi dargli un giudizio scriverei che si vede lo sforzo e i contenuti sono sufficienti ma non raggiungono il livello che ci si aspetta da Neil perchè lui è uno che può ancora darci tanto. Infatti, non aspetta che un anno per far uscire ‘This Note’s For You’. Il 1988 sembra vedere una nuova e positiva trasformazione musicale del nostro Old Man che sfocia decisamente nel Rhythm and Blues. Preciso che a me questo genere non piace affatto. Non me ne vogliate! Devo ammettere però che il blues di Neil mi ha colpita, non credevo neanche che potesse avere la voce adatta a cantarlo. Ovviamente mi sbagliavo. Young sembra davvero essere rinato, in un modo diverso è vero, ma degno del nome che porta. Elliot Roberts lo riportò finalmente alle Reprise e Neil decise di scrivere dei pezzi acustici ma, ricordandosi e seguendo il consiglio di amici come Mike Bloomfield e Paul Butterfield cominciò ad orientarsi sul blues. Metà delle canzoni vennero scritte sul sedile posteriore della sua vecchia Caddy, una delle sue auto preferite e le altre durante il tour del 1987. Approntate le songs volò a Los Angeles e con i Bluenotes registrò l’album. Ottima questa band e degni di nota alcuni pezzi come ‘Twiligth’ ballata malinconica da brividi abbellita dal canto dolce e triste di Neil e ‘This Note’s For You’. Pezzi molto diversi, ma altrettanto forti. Il secondo critica i cantanti e le band che all’epoca spesso si prestavano a spot pubblicitari. Neil no. Questo non lo farà mai, lui non canta per la Pepsi o per la Coca, lui canta per noi e non dirò altro su questo disco se non “compratelo!”

neil6Eldorado’ uscì nell’aprile del 1989. Venne pubblicato soltanto in Australia e Giappone per volere di Neil! Si tratta di un Ep di 5 pezzi di cui tre saranno presenti su ‘Freedom’ che uscirà pochi mesi dopo. Quest’ultimo è un vero capolavoro nella composizione, nella stesura dei testi e nelle melodie. Tutto torna come per magia al suo posto, Neil è tornato! Torna da questo viaggio into the black durato quasi un decennio, sano e carico di idee forti e decise. Idee che lo fanno risalire, che lo fanno conoscere ed amare ad una new generation di giovani che prende la sua ‘Rocking In The Free World’ come una sorta di inno generazionale di protesta verso un mondo ingiusto e doloroso. Questo fu il primo album che sentii mio dopo tanti anni per una canzone, ‘Don’t Cry’ che da 19enne immaginavo scritta per me. Non potei assistere al concerto al Teatro Smeraldo di Milano, ero triste ma Neil era lì, pronto a consolarmi gridandomi ‘Don’t cry my sweet girl’. Come negli anni ’70 il disco contiene canzoni a volte folk a volte più elettriche senza dimenticarsi della dolcezza di ballate come ‘Too Far Gone’. Un bel disco, un’ora di musica da godersi e da ascoltare senza mai annoiarsi.

10 settembre 1990. Una data da ricordare per l’uscita di ‘Ragged Glory’. Neil suona questo disco con i suoi vecchi amici Frank, Billy e Ralph. Si! I Crazy Horse e con loro nasce definitivamente un Neil che si distingue nel genere Grunge diventandone inconsapevolmente il padrino. Neil non lascia il suo stile, noi, suoi amanti da sempre lo percepiamo quando lui lo lascia trasparire anche se lo nasconde egregiamente in un sottile velo di rock che sconfina nel punk/grunge. Nei video Young è anche sorridente, perfettamente a suo agio con la vecchia band che è sempre un successo. Nonostante io parli bene di queste graffianti songs e del lavoro del Cavallo Pazzo, non amo particolarmente Ragged Glory, forse l’ho ascoltato troppo poco. Tra tutte le canzoni però tengo a sottolineare ‘Mother Earth (Natural Anthem)’ un lavoro davvero degno delle capacità di Neil.

Durante i concerti dello “Spook The Horse Tour” vengono registrati due album live ‘Weld‘ e ‘Arc‘ (1991).

neilharcestEsattamente a vent’anni dal mitico Harvest, Neil lascia tutti stupiti pubblicando quello che viene considerato il successore del vecchio capolavoro. Il disco che si trova sulle spalle tanta responsabilità è ‘Harvest Moon‘ (1992). Io lo definisco l’ultimo disco bello di un grande autore. Forse in un recente passato Neil si è lasciato tentare verso strade dove noi fans abbiamo faticato a seguirlo, forse in un prossimo futuro il maestro si lascerà prendere un po’ la mano da una troppa prolificità a discapito della qualità, ma sicuramente questo ‘Harvest Moon‘ ha molto da dire. Ci rimanda in un vero viaggio nel passato, fatto di melodie country/rock come Unknown Legend e Old King e di ballate come ‘One Of These Days’ e ‘Such A Woman’. L’album è bello! Bello a partire dalla copertina (che giudico una tra le migliori) fino agli ultimi dieci minuti di ‘Natural Beauty’ davvero degna del titolo che porta naturale bellezza. Inoltre, in questo lavoro partecipano ancora le voci femminili di Nicolette Larson, Linda Ronstad, Astrid Young, sorella di Neil e vecchi amici come James Taylor e Ben Keith che con la sua steel guitar ci riporta con Young ai tempi d’oro. Un disco da avere, sicuramente!

Siamo solo nel 1992 e mi sembra di aver finito di scrivere di Neil Young. Forse questi primi trent’anni dicono già tutto per me. Ammetto che, pur amandolo molto, da qui in poi l’ho seguito più saltuariamente e alcune volte mi sono ritrovata a dire a me stessa: «Ma perché questo Solitario Canadese non smette di scrivere e non ci lascia nei ricordi di vecchi capolavori?» Se conoscete bene Neil troverete da soli la risposta alla mia sciocca domanda. Così non mi resta che ringraziare il Cavallo Pazzo per avermi donato tante emozioni e per le perle che ha lasciato a tante generazioni. Sicuramente non mancherà di stupire ancora, di continuare a galoppare con i suoi zoccoli ferrati e mai arrugginiti…perché tutti noi, come lui lo sappiamo: RUST NEVER SLEEPS!

 

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