The 69 Eyes + The Strigas + Vlad In Tears + Superhorror – Elyon, Rozzano (Mi) – 12 maggio 2017

Un tempo da lupi (fortunatamente solo nelle premesse) e una notte da vampiri: ecco come si prospetta questo “tranquillo” venerdì di metà maggio a Milano; sul palco dell’Elyon di Rozzano, alle porte del capoluogo lombardo, tornano infatti a farci visita, a distanza di quattro anni dal loro ultimo concerto all’Honky Tonky di Seregno, i principi del Goth n’ Roll, ossia i finlandesi The 69 Eyes.

Nati nel 1989 come band glam metal sulle orme dei connazionali Hanoi Rocks, il gruppo, capitanato dal tenebroso vocalist Jyrki 69 e dal funambolico batterista Jussi 69, a partire dall’album “Wasting The Dawn” del 1999 ha cominciato progressivamente ad inserire nella propria musica elementi richiamanti il sound proprio di band come Sisters Of Mercy e Lords Of The New Church, trasformandosi in una delle realtà più brillanti della scena Goth europea; tutto ciò grazie anche, e soprattutto, alla caratteristica voce di Jirki – amalgama illegittimo ma riuscitissimo delle tonalità dei compianti Elvis, Jim Morrison e Peter Steele – nonché all’affascinante immaginario romantico/vampiresco che accompagna costantemente da tempo il quintetto finlandese.

Tornati lo scorso anno sul mercato con l’acclamato “Universal Monters”, piazzatosi ottimamente nelle classifiche di vendita europee, gli “Helsinki Vampires” hanno da poco intrapreso un tour europeo che, dopo essere passato dalla Spagna, si ferma ora per tre date in Italia (ieri erano a Bologna, domani saranno a San Donà di Piave), per poi spostarsi in Germania e chiudersi in Scandinavia.

In occasione dello show di questa sera, organizzato Good-Music e Nihil Production con la collaborazione di United Agencies, School Of Rock e di DarkItalia, la band viene accompagnata in apertura da tre interessanti giovani realtà della scena nazionale come The Strigas, Vlad In Tears e Superhorror. I primi a salire sul palco, davanti ad un pubblico per la gran parte agghindato perfettamente secondo i dettami del “total black” tipico della scena dark/gotica, sono proprio i Superhorror: questa shock rock band dalle forti tinte ironicamente horror, già nota ai più per il caratteristico look estremo (una via di mezzo tra il Rocky Horror Show e Marilyn Manson) e per l’intensità dei loro show dal vivo, ha recentemente tolto il suffisso -fuck dal loro nome, chiudendo una fase della propria carriere per aprirne una completamente nuova e tutta da scoprire. Sempre capitanati dall’istrionico leader e vocalist Edward J. Freak, i cinque – recentemente è subentrato in line up un secondo chitarrista – nonostante tra i tre opening act siano forse quelli musicalmente più estranei al contesto della serata (ed anche visivamente ci troviamo più nel territorio dei terrificanti morti viventi che degli affascinanti vampiri), riescono nel corso del loro breve set a coinvolgere un pubblico che, per la verità, risulterà un po’ freddo finanche nel corso dell’esibizione degli headliner. Brani come “Son Of A Witch”, “Ready, Steady… Die!” e la nuova “Nekro Nekro Gym” (dal ritornello e dal video irresistibile) colgono comunque nel segno, grazie all’efficace miscela horror punk’n’roll proposta dal gruppo.

Purtroppo non possiamo dire lo stesso per quanto riguarda le altre due band che prenderanno a breve spazio sul palco (spazio peraltro ridotto dall’ingombrante presenza del drumset di Jussi 69, che costringe i tre batteristi che si esibiscono prima di lui a suonare in un angolino nascosto dello stage): ammettiamo di non essere grandi fan delle sonorità goth metal, ma non ci è sembrato proprio che, al di là dei fans più accaniti, entrambe le formazioni siano riuscite a far comunque più di tanto presa sugli astanti. I Vlad In Tears (originari di Cassino, ma ricollocatisi da qualche anno a Berlino, e in attività oramai da una decina di anni con già quattro album alle spalle) sono penalizzati in avvio di concerto da qualche problema tecnico legato alla regolazione dei suoni, ma aldilà di ciò, della loro esibizione – caratterizzata da un guitar sound molto tagliente – ci rimane solo la memoria di una martirizzata cover della celeberrima “Wicked Game” di Chris Isaak. Le cose non migliorano nemmeno con i The Strigas di Barletta; la band si muove su coordinate sonore vicine a quelle proposte da chi li ha appena preceduti, ma il risultato non cambia: i brani tratti dal loro unico album “A Poisoned Kiss To Reality” non incidono (con la sola eccezione della bella “Falling Down”), la noia comincia ben presto a farla da padrone e anche loro abbandonano il palco tra l’indifferenza dei più.

Mezzanotte è superata da un bel pezzo e si è fatta l’ora in cui i vampiri escono dalle loro cripte per andare alla ricerca di sangue umano. Introdotti dalle note di “Exodus” di Edith Piaf, i cinque finnici nerovestiti entrano in scena, armati, anziché di canini appuntiti, di strumenti musicali pronti a far breccia nella bianca carne del collo delle numerose ragazze accorse all’appuntamento coi loro aguzzini: l’indiavolato batterista Jussi, torso nudo e cresta punk, il chitarrista Bazie, dei cinque quello sicuramente dall’aspetto più metal, l’altro chitarrista Timo Timo, occhiale scuro e mohawk su un fisico da impiegato di banca, il bassista Archzie, in bandana e look da biker, e finalmente Jyrki, a sorpresa con capello corto e ingellato.

Framed In Blood” non è forse un brano così d’impatto per dare il via allo show, ma, subito dopo, la discussa “Miss Pastis” (tratta dall’ultimo album del gruppo) riesce a scaldare l’atmosfera, risultando dal vivo molto più aggressiva che nella versione in studio, mentre la bella “Jet Fighter Plane”, altro singolo tratto da “Universal Monsters”, appare un po’ fiacca nei cori, ma se non altro è da apprezzare la decisione della band di non avvalersi di basi preregistrate, ad esclusione dei fills delle tastiere.

I brani più recenti, come “Shallow Graves” o “Dolce Vita” (quest’ultima dal testo ricco di richiami alla città di Roma e all’idioma italico), si amalgamano alla perfezione con la produzione più vecchia del gruppo, nella quale spiccano le esecuzioni delle grintose “Tonight”, “Never Say Die” e “The Chair”. Le movenze sul palco di Jyrki ricordano sempre moltissimo quelle del “Re Lucertola” Jim Morrison – anche se il suo nuovo look ci ha riportato alla mente anche Dave Gahan dei Depeche Mode – ma a rubargli spesso la scena è lo scatenatissimo Jussi, un vero spettacolo dietro le pelli della sua batteria, caratterizzata dall’assetto appositamente ribassato per consentire a tutti una miglior visione del suo coreografico modo di suonare.

L’esecuzione dei brani è precisa e professionale; emerge però è una certa sensazione di freddezza (d’altro canto non sono solamente vampiri, ma vengono pure dalla Finlandia…), tanto che l’interazione col pubblico è ridotta davvero al minimo con Jyrki che si limita a veloci introduzione dei brani, a qualche battuta in italiano come “Buonanotte”, “Grazie mille” e “Calimero tutto nero”(!), reclamando solo raramente una maggiore partecipazione della gente a cantare i cori o a tenere il ritmo nei pezzi con il battito delle mani. Tutto ciò contribuisce a non far decollare mai veramente il concerto, penalizzato anche da un’illuminazione decisamente non all’altezza.

Il fascinoso romanticismo decadente di “If You Love Me The Morning After” e “Dance d’Amour” prepara il terreno per le acclamate “Feel Berlin” e “Brandon Lee”, sulle note delle quali, dopo un’ora esatta tirata e senza alcuna pausa, la band esce di scena. Questa sera il pubblico sembra talmente scarico che non reclama nemmeno più di tanto il rientro dei cinque in scena, così che, quando Jyrki torna sul palco tra il sorpreso e il leggermente irritato, lui stesso si interroga su cosa stia accadendo e come mai il pubblico sia così stranamente quieto. La richiesta di suonare altri brani viene comunque accolta positivamente, anche perché tutti sanno che devono ancora arrivare i grossi calibri del repertorio della band: è la volta infatti di “Wasting The Dawn”, forse una delle più belle canzoni goth mai composte, nonché un brano che dovrebbe finire di diritto in tutte le colonne sonore delle pellicole moderne ispirate al tema del vampirismo (come ad esempio “30 Giorni Di Buio”).

Dopo la proposizione, davvero a sorpresa, della datata “Still Waters Run Deep”, raramente inclusa nelle setlist del gruppo, il concerto si chiude con l’esecuzione della classica “Gothic Girl” e, soprattutto, della trascinante e sempiterna “Lost Boys”, al termine della quale Jyrki (la cui voce a fine serata è andata un pochino in difficoltà) fa velocemente ritorno dietro le quinte forse un po’ indispettito, mente il resto della band si trattiene per qualche minuto on stage a dispensare saluti e plettri, mentre gli speakers diffondono le note di “The End” dei Doors.

Per questa sera il compito dei vampiri è stato portato a termine ed i cinque possono tornarsene a riposare nelle loro bare, mentre anche noi, creature della notte, riprendiamo la strada di casa prima che sorga nuovamente il sole.

SETLIST THE 69 EYES: Framed In Blood – Miss Pastis – Betty Blue – Jet Fighter Plane – Tonight – Forever More – Sister Of Charity – Never Say Die – Shallow Graves -The Chair – Dolce Vita – If You Love Me The Morning After – Dance d’Amour – Feel Berlin – Brandon Lee – Wasting The Dawn – Still Waters Run Deep – Gothic Girl – Lost Boys

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