The Lowest – Doomed

 

Pasazer Records / Crecer Records – Aprile 2018

La geografia è sempre stata materia ostica per la maggior parte degli studenti, tanto più per quanto riguarda lo studio di quelle regioni europee “lontane” dal trittico Italia, Germania, Francia.

Se l’hardcore fosse una disciplina scolastica, sicuramente verrebbe descritta come una cultura musicale tradizionalmente più vicina alla NATO che al Patto di Varsavia.

In questo senso, i polacchi The Lowest segnano un punto a favore di quelle aree sconosciute, quantomeno a livello musicale, in termini di hardcore e contaminazioni varie ed eventuali.

Il clima freddo e ostile, la pesantezza dei passi sulla neve, così come una certa inquietudine e vicinanza alla morte e all’oscurità caratterizzano il sound di questa band, nata proprio nella capitale.

Ad ormai sei anni dal primo EP omonimo, già fautore della scuola blackened hc moderna, e a cinque da “The Divide”, rapida entrata a gamba tesa in stile Ays, ecco riemergere dalla foschia uno dei gruppi più interessanti degli ultimi anni.

Con “Doomed” i cinque di Varsavia concretizzano nel miglior modo possibile la propria personale ricerca del male interiore e di uno spleen mortifero difficilmente circoscrivibile.

La title track piomba sull’ascoltatore col suo carico di oppressione e domande represse, all’interno di un io che fa a pugni con sé stesso e con il mondo nel quale è obbligato a vivere (“are we damned, are we cursed, are we doomed”).

L’incedere dell’album, nelle sue nove tracce complessive, trova da subito il suo punto di forza in Bloodlands e Sheol, rispettivamente seconda e terza canzone di “Doomed”, le quali sono collegate dalla necessità di una “figura terza” di dirigersi verso il regno dei morti e, quindi, verso una necessaria salvezza finale.

Le sonorità dei The Lowest, decisamente ben marcate in poco meno di trenta minuti, passano dai Brutality Will Prevail ai Grieved, dai già citati Ays ai Left Behind, fino ai Rough Hands e ai Cedron (soprattutto nelle parti più aperte e melodiche).

Di notevole rilevanza è anche la presenza di una forte tendenza a produrre del sano metal (Ritual) e sludge/stoner (la strumentale Drained), come aperitivo per il primo e unico pezzo realmente da circle pit dell’album: XXIII è forse la traccia meglio costruita di “Doomed”, con un assolo centrale in pieno stile heavy.

A chiudere il cerchio due bombe finali: Void, dai richiami alla Desolated, e Nataruk, litania rallentatissima  che prende il nome dal celebre sito archeologico nel quale furono ritrovati i cadaveri di un massacro risalente a diecimila anni fa, capace di soffiare un vento caldo e polveroso sul viso del fruitore di questo album decisamente ben riuscito, e che sicuramente farà togliere qualche soddisfazione a una delle band più sottovalutate del panorama hardcore europeo.

 

  Tracklist:

  1. Doomed
  2. Bloodlands
  3. Sheol
  4. Nation of Slaves
  5. Ritual
  6. Drained
  7. XXIII
  8. Void
  9. Nataruk

 

 

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