Thunder and Lightning: l’Epitaffio dei Thin Lizzy

 

Siamo nel 1982: la carriera dei Thin Lizzy, il più grande gruppo rock irlandese di tutti i tempi (lasciate perdere gli U2: qui ci troviamo ancora nei territori del lato più selvaggio e indomito del rock, non in quello intellettualoide ed addomesticato in favore del successo di massa) è arrivata quasi ad un punto morto.

Ma facciamo un passo indietro, poiché è impossibile slegare la storia della band più sottovalutata di tutti i tempi, almeno a modesto parere di chi scrive, da quella del suo carismatico leader: il poeta dell’hard rock Philip Parris Lynott.

Phil nasce a West Bromwich il 20 agosto del 1949, frutto di una fugace notte d’amore tra uno sbandato avventuriero emigrato dalla Guyana ed una giovanissima ragazza irlandese che si ritroverà a crescerlo col solo aiuto dei genitori. L’adolescenza di Phil non è affatto facile: la famiglia non naviga certo nell’oro ed essere il “figlio del peccato” (oltretutto di colore) nella cattolicissima e bianca Irlanda del dopoguerra lo costringe a crescere in fretta ed a cercare la giusta strada per il proprio riscatto sociale. Riscatto che non può che avvenire tramite la musica: alto, elegante e charmant, il giovane Phil non ci mette molto ad emergere dalla scena underground di Dublino e negli anni ’70 coi Thin Lizzy raggiunge la giusta popolarità, prima a livello locale – grazie al riarrangiamento del traditional irlandese “Whiskey In The Jar” (coverizzato e riportato in auge in anni più recenti anche dai Metallica) – poi a livello mondiale  grazie alle hit “Jailbreak” e “The Boys Are Back In Town”, ad una serie di album di successo, nonché ad una sequela di esibizioni live spettacolari, ben documentate in uno dei migliori dischi live di tutti i tempi quale “Live And Dangerous”.

Con l’arrivo degli anni ‘80 però i Thin Lizzy sono in declino. Prima la separazione dal chitarrista scapestrato Brian Robertson e poi l’abbandono del suo successore Gary Moore dopo il maestoso album “Black Rose” hanno lasciato il segno: gli ultimi due album incisi col valido ma poco carismatico Snowy White alla chitarra – ”Chinatown” e “Renegade” – non hanno raggiunto il successo sperato essendo usciti in un periodo in cui la scena musicale, con l’avvento di nuovi generi come il punk o la new wave, sta rapidamente cambiando. A tutto ciò vanno ad aggiungersi gli abusi ed i grossi problemi di dipendenza che stanno pericolosamente segnando l’esistenza, oltre che di Phil, dell’altro chitarrista Scott Gorham; proprio il fido Scott ritiene che sia arrivato il momento di disintossicarsi, di  fermarsi e di chiudere per sempre la carriera dei Lizzies. Ma Phil non è d’accordo, avendo già pronte nel cassetto una serie di canzoni sulle quali conta molto e che non vuole vadano perdute per sempre: la sua idea è quella di continuare ancora per un album ed un tour d’addio, col quale salutare tutti i fans del gruppo. Non solo: negli ultimi mesi, Phil ha conosciuto un talentuoso chitarrista chiamato John Sykes, ritenuto dalla critica la nuova emergente star britannica della sei corde. Il 23enne virgulto, ancora in forza alla band dei Tygers Of Pan Tang, ha chiesto a Phil di suonare il basso e di cantare sul suo singolo da solista “Please Don’t Leave Me”: l’intesa tra i due scocca subito e a Phil viene quasi naturale chiedere a John di unirsi ai Thin Lizzy. Scott, troppo perso dietro alle sue dipendenze, ammetterà in seguito di non aver mai sentito parlare di Sykes prima che Phil glielo presentasse, ma anche lui non ci mette molto a rimanere affascinato dall’abilità e dallo stile più al passo dei tempi del biondo ragazzo di Reading, il cui ingresso nella band si rivelerà fondamentale nella riuscita dell’album che la band si appresta ad incidere.

Convintosi anche Gorham del proposito di proseguire, nei primi mesi del 1983 la formazione – completata dallo storico e mai abbastanza celebrato batterista Brian Downey e dal giovane tastierista Darren Wharton, entrato in line up da qualche anno e futuro fondatore dei Dare – si chiude negli studi registrazione di Londra (Power Plant, Boathouse) e Dublino (Lombard) insieme al produttore Chris Tsangarides (purtroppo scomparso di recente), cui va oltretutto riconosciuto il merito di aver presentato qualche mese prima John a Phil.

Thunder and Lightning”, il dodicesimo e ultimo album dei Thin Lizzy, esce il 4 marzo 1983 (fate attenzione al numero 4 che, come vedrete, tornerà a segnare i momenti finali della storia della band, nonché della vita del suo leader) ed è probabilmente il lavoro più metal della loro carriera, perfetto per incontrare i gusti della nuova generazione di rockers cresciuti sulle note del movimento britannico della NWOBHM (movimento che, paradossalmente, ha proprio i Thin Lizzy tra i nomi di primaria ispirazione, in particolare per l’utilizzo delle twin guitars, utilizzo che dopo di loro verrà poi elevato a “trademark” da band come Judas Priest ed Iron Maiden). E così, il disco che non avrebbe mai dovuto uscire diventa uno dei più apprezzati e di successo della carriera del gruppo, arrivando al numero 9 delle classifiche di vendita inglesi (il singolo “Cold Sweat” si piazzerà al 27° posto nella classifica dei singoli) ed ottenendo reazioni generalmente positive anche da parte della critica, che si appresta a celebrare il ritorno al top da parte di Phil & Co.

Come detto, con un Gorham un po’ più defilato (la sua firma è presente solo su due pezzi minori dell’album), la scelta di Sykes non potrebbe rivelarsi più azzeccata: anche se le canzoni sono quasi tutte pronte, John partecipa alla composizione di quello che sarà il singolo apripista “Cold Sweat” – nato da una jam improvvisata in studio tra lui e Phil e pubblicato il 4 febbraio  –  ma soprattutto porta tutta la sua tecnica shredding al servizio delle nuove sonorità della band, ben amalgamandosi coi più tradizionali suoni seventies di Gorham. Il sodalizio che ne esce è incredibile: il gusto incomparabile per la melodia di Phil si sposa alla perfezione con i riffoni heavy di Sykes, rendendo il sound più contemporaneo, grazie anche alla mirata produzione di Tsangarides.

La title track (pubblicata come secondo singolo ad aprile), composta da Lynott/Downey e posta in apertura dell’album, è l’esempio perfetto di quanto appena detto: si tratta probabilmente del brano più heavy mai realizzato dalla band e potrebbe essere considerata la loro “Burn” per come è strutturata, con una serie di assoli velocissimi che vedono le due chitarre e le tastiere rincorrersi tra loro su di una base ritmica sfrenata e con Phil a recitare le strofe di un testo che declama tutta la potenza della musica metal, i cui classici stilemi sono ben rappresentati sin dall’iconica copertina dell’album stesso, in cui una chitarra viene elettrificata dalla scarica di un fulmine mentre una mano guantata in pelle e borchie emerge da sottoterra.

Anche la già citata “Cold Sweat”, in apertura del lato B del disco, segue la stessa scia, condotta da un memorabile riff muscolare e contraddistinta dall’ottimo solo in “tapping” di un Sykes, qui emulo di Van Halen, mentre la caratteristica voce baritonale di Phil, visibilmente rivitalizzato dalla collaborazione con John, narra le avventure di un giocatore d’azzardo in procinto di andare a sfidare la sorte a Las Vegas. Innumerevoli le cover che sono state fatte di questo brano – basti citare quelle di Sodom, Helloween e Megadeth – a confermarne l’impatto sulla scena metal degli anni a seguire.

Gli amanti del lato più romantico della band, che forse sono rimasti spiazzati dai suddetti brani caratterizzati da un sound e da un cantato aggressivo come mai prima d’ora, trovano comunque di che consolarsi col terzo singolo “The Sun Goes Down”, pubblicato a luglio: un magnifico mid tempo dal sapore elegiaco, che si dice sia stato ispirato a Phil dalla visione di uno spettacolare tramonto in quel di Stoccolma (la Svezia, Inghilterra a parte, è sempre stato il paese che più ha amato i Thin Lizzy, unanimemente riconosciuti come fonte di ispirazione da parte di moltissime band locali, a partire dagli Europe). Costruita su un’ispirata linea di basso, sulla quale le chitarre sovrappongono dei “licks” delicatissimi, questa traccia vede un magistrale lavoro alle tastiere di Darren Wharton, coautore del pezzo, e l’ennesimo guitar solo statosferico e ricco di pathos da parte di John Sykes.

Singoli a parte, l’album rimane di ottimo livello dall’inizio alla fine e non è solo heavy-metal: c’è spazio anche per il più classico Lizzy sound che rivive ad esempio nella seconda traccia del disco, la pulsante “This Is the One”. Si tratta di un pezzo forse non molto conosciuto al di fuori dei fans del gruppo, ma che non ha davvero nulla da invidiare ai brani dei quali abbiamo già parlato: condotto da una sezione ritmica che non perde mai un colpo e caratterizzato dall’inconfondibile interpretazione passionale e sofferta di Phil (“Mama, this is Your Son” è la lancinante implorazione lanciata nel finale), vede i due chitarristi sfidarsi ancora una volta a colpi di note per stabilire chi è il nuovo sceriffo in città.

E che dire dell’ipnotica “The Holy War” che vede come protagonista assoluto un basso vagamente funky e le ancora attualissime liriche che vanno ad interrogarsi sull’assurdità delle guerre d’ispirazione religiosa? Un brano destinato a diventare uno dei punti di forza dell’ultimo tour della band.

Pur non raggiungendo i vertici assoluti della Side A, il livello si mantiene alto anche sul secondo lato del disco , tolta forse la meno brillante “Someday She Is Going to Hit Back” (praticamente priva di ritornelli): la tirata “Baby Please Don’t Go“, semplicissima nella sua costruzione ma dannatamente trascinante soprattutto dal vivo, vede di nuovo sugli scudi la premiata coppia d’asce Gorham/Sykes; la più scanzonata “Bad Habits” è un rock’n’roll che ci mostra il lato più giocherellone di Lynott, indomito playboy destinato a soffrire per amore (significativa la frase “Boys Will Be Boys, Girls Will Be Trouble”), mentre la conclusiva “Heart Attack” è un roccioso hard rock diretto che non fa prigionieri e che rappresenta una sorta di triste commiato da parte di Lynott, un grido d’aiuto disperato che sembra anticipare il drammatico finale della sua vita (ancora oggi è straziante ascoltare la sua voce gridare “Mama, I’m Dying”, quasi premonendo quello che accadrà da lì a tre anni).

I Thin Lizzy, parallelamente all’attività di promozione dell’album in varie apparizioni televisive, si imbarcano nel “Farewell Tour” che, a seguito dell’annuncio pubblico dello scioglimento della band, fa velocemente registrare il sold out in tutte le date. Annunciare il tour d’addio è una necessità finanziaria: secondo il manager Chris O’Donnell, il gruppo ha vissuto per anni al di sopra delle proprie possibilità e si ritrova ora con mezzo milione di sterline di debiti col fisco ed altri creditori, debiti che verranno ripianati proprio grazie agli incassi dei concerti tenuti prima nel Regno Unito e poi in Europa.

Quest’ultima line up della band avrebbe sicuramente le potenzialità per continuare ad esprimersi ad alti livelli per anni, ma i problemi personali di alcuni componenti portano purtroppo all’inevitabile scioglimento definitivo dei Thin Lizzy, scioglimento che avviene alla fine del tour: Gorham è troppo determinato a darsi una ripulita e, nonostante le ripetute insistenze di Lynott per provare a ripensarci, il gruppo si saluta per sempre all’aeroporto di Norimberga,  dopo l’ultima esibizione al “Monsters Of Rock” del 4 (!) settembre.

Phil Lynott, depresso per la fine della “sua” band, cade sempre più vittima dei vizi che ne minano da anni l’esistenza: dopo aver cercato di mettere in piedi una nuova band chiamata Grand Slam – che non riesce però ad ottenere nemmeno un contratto discografico – e dopo aver partecipato all’album del vecchio amico Gary MooreRun For Cover”, prestando tra l’altro la sua voce all’immortale inno antimilitarista “Out In The Fields”, il giorno di Natale del 1985 viene ricoverato in condizioni di estrema debilitazione all’Ospedale di Salisbury, dove si spegne il 4 (ancora il 4) gennaio 1986 con l’adorata mamma Philomena sola al suo capezzale.

Scott Gorham riesce invece a disintossicarsi e, dopo qualche anno di assenza, torna sulle scene prima con gli americani 21 Guns, poi con una nuova versione-tributo dei Thin Lizzy, inizialmente insieme a Sykes poi da solo; da questo tributo sono poi nati gli ottimi Black Star Riders, che saltuariamente oggi continuano ad esibirsi anche come Thin Lizzy, omaggiando la storia della band, presentando dal vivo i classici del gruppo alle generazioni più giovani che non hanno avuto la fortuna di aver visto dal vivo l’originaria band guidata da Phil Lynott.

John Sykes, terminata l’avventura coi Lizzies, viene chiamato da David Coverdale ad unirsi agli Whitesnake e la collaborazione tra i due porta alla pubblicazione del capolavoro “1987”, prima che l’ingombrante personalità del chitarrista lo spinga inevitabilmente ad andarsene (o, meglio, a farsi cacciare) per formare prima i Blue Murder e dedicarsi poi alla carriera solista (un nuovo album è in cantiere da anni e forse vedrà la luce entro la fine del 2018).

Brian Downey, dopo aver preso parte alle registrazione degli ultimi album di Gary Moore, è tornato a suonare nel circuito delle band jazz a Dublino, ma di tanto in tanto si concede ancora qualche data coi Thin Lizzy di Gorham.

Darren Wharton, oltre ad esibirsi anche lui con i “nuovi” Thin Lizzy, è da una trentina d’anni il leader della celtic AOR band dei Dare e non dimentica mai ad ogni data di tributare l’amico Phil Lynott, omaggiandolo con la splendida “King Of Spades”.

Thunder and Lightning” rappresenta l’epilogo della loro carriera, ma la traccia che i Thin Lizzy hanno lasciato nella storia della musica rock resta e resterà per anni indelebile.

 

Questo articolo è dedicato con affetto alla memoria di Phil Lynott (My Hero) e Chris Tsangarides

 

Tracklist:
1. Thunder and Lightning
2. This Is the One
3. The Sun Goes Down
4. The Holy War
5. Cold Sweat
6. Someday She Is Going to Hit Back
7. Baby Please Don’t Go
8. Bad Habits
9. Heart Attack

Band:
Phil Lynott – basso, voce
Scott Gorham – chitarra, cori
John Sykes – chitarra, cori
Daren Wharton – tastiere, cori
Brian Downey – batteria, percussioni

Prodotto da Thin Lizzy e Chris Tsangarides

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