Väsby Rock Festival – Upplands Väsby (SWE) – 17, 18 Luglio 2015

La canicola estiva opprime e l’ineusaribile voglia di rock ‘n roll non dà tregua? Ecco pronta la soluzione: si scappa a Stoccolma a rinfrescarsi e soprattutto a prendere parte al Väsby Rock Festival, in programma il 17 e 18 luglio nel paese di Upplands Väsby, a circa 20 km dalla capitale svedese.

Il festival è giunto quest’anno alla sua terza edizione e presenta un bill di assoluta eccellenza: accanto a band storiche come W.A.S.P. e Danger Danger, propone infatti il meglio assoluto dell’inesauribile scena melodic rock scandinava (H.e.a.t, Eclipse, Work Of Art), nonché bands che difficilmente passeranno dalle nostre parti come gli Heaven and Earth o gli Ammunition di Åge Sten Nilsen.

Arriviamo a Stoccolma un paio di giorni prima dell’inizio del festival, giusto in tempo per un po’ di turismo (negozi e locali rock da queste parti non mancano di certo) e, già che ci siamo, per assistere anche ad un paio di concerti in zona: in effetti il melodic rocker americano Johnny Lima è in città e ce lo godiamo prima mercoledì in elettrico al Black Carpet e la sera seguente in acustico, nella cosiddetta warm up night del Väsby Rock Festival che si tiene al Jackpot di Upplands Väsby, praticamente la casa degli eroi locali H.e.a.t. Johnny dimostra di essere un ottimo intrattenitore in entrambe le situazioni e il suo hard rock di matrice Bonjoviana (impressionante a tratti la somiglianza della sua voce con quella di Jon) fa facilmente presa sia sul pubblico locale sia sul cospicuo numero di stranieri giunti in città per il festival, principalmente scandinavi e inglesi, ma anche spagnoli, tedeschi, svizzeri, francesi, giapponesi e una sparuta colonia di italiani.

Venerdì arriva finalmente il primo giorno del festival: sbrigati in tempi rapidissimi sia il ritiro della wristband che i controlli di rito all’ingresso, accediamo all’area concerti che ci ospiterà per i prossimi due giorni. Si tratta in pratica dell’impianto polisportivo cittadino, dove i due palchi (Väsby Rock Stage e Zamora Stage) sono stati allestiti uno di fronte all’altro alle estremità del campo di calcio.

Salta subito all’occhio l’organizzazione impeccabile: ampi parcheggi, area VIP, postazioni di acqua potabile, servizi per disabili, possibilità di campeggiare; sembra quasi di essere ad una versione ridotta del più grande Sweden Rock Festival che si tiene da oltre vent’anni nel sud della Svezia a Solvesborg. E’ presente inoltre una vasta area dove è possibile mangiare e bere (scegliendo tra vari stand gastronomici), fare acquisti presso gli espositori di cd e abbigliamento rock, farsi tatuare presso una tenda allestita per l’occasione, oppure semplicemente riposarsi al coperto tra uno show e l’altro.

Non essendo particolamente interessati alle prime bands della giornata passiamo un po’ di tempo a curiosare tra gli stand, dove ci attardiamo a salutare vecchi amici e a conoscerne di nuovi: d’altra parte il bello dei Festival, oltre ovviamente alla musica, è anche ritrovarsi a bere una birra insieme ad altri rockers provenienti dal resto del mondo “all in the name of Rock ‘n Roll”. Ci perdiamo quindi le tre bands svedesi poste in apertura della giornata: i power metallers Kardinal Sin, i southern rockers Rebel Road (dei quali comunque ci hanno parlato un gran bene) e gli M.O.B. con il loro hard rock di stampo classico.

Per noi il Väsby ha pertanto inizio con i gloriosi 220 Volt, storica hard rock/metal band svedese degli anni ‘80, tornata lo scorso anno sulla scena con il nuovo cantante Anders Engberg (ex Lion’s Share) e con l’ottimo album “Walking in Starlight” (AOR Heaven), riproposto in gran parte oggi insieme ai classici della loro carriera. La band è in forma e le due asce di Thomas Drevin e Mats Karlsson mostrano ancora un buon affiatamento sciorinando a raffica riff potenti ma melodici, coadiuvati da una precisa sezione ritmica e dalla possente ugola di Engberg. Non male come inizio.

Le bands continuano a susseguirsi una dopo l’altra, alternandosi sui due palchi (al Väsby non vi sono mai sovrapposizioni tra un concerto e l’altro, quindi volendo si potrebbero seguire dall’inizio alla fine tutti i concerti in programma). In attesa dei grossi nomi che si esibiranno in serata, ci gustiamo da lontano l’esibizione dei promettenti svedesi Jono con la loro interessante proposta musicale, un Aor con venature progressive e symphonic rock (da segnalare, tra le loro fila, la presenza alla chitarra di Stefan Helleblad dei Within Temptation), seguiti a ruota dagli Astral Doors, sempre svedesi ma dediti ad un heavy metal di stampo classico, e dagli Eden’s Curse, melodic metallers anglo-tedeschi che vantano fans del calibro di Bruce Dickinson e dei Dream Theater: la band, già all’attivo da diversi anni, si ripresenta con una line up in gran parte rinnovata e col nuovo vocalist serbo Nikola Mijic, strappando più di un applauso anche in virtù della loro notevoli capacità tecniche.

Al termine dell’esibizione degli americani Madman’s Lullaby con il loro ottimo hard rock di matrice USA à la Lynch Mob/Tesla (davvero bravi: fatevi un favore e andate alla ricerca del loro ultimo album “Unhinged”, Kivel Records 2013), il pubblico comincia ad accalcarsi sotto lo Zamora Stage dove a breve avrà inizio l’esibizione dell’ex vocalist dei Wig Wam Åge Sten Nilsen e dei suoi Ammunition: il loro esordio discografico rappresenta infatti una delle uscite più interessanti dell’anno in ambito Aor/Melodic Rock (a detta anche di un entusiasta Ted Poley, voce dei Danger Danger, che salirà sul palco per duettare con Åge sulle note di “Gonna Get You Someday” dei Wig Wam). La band è una sorta di supergruppo tra le cui fila militano, tra gli altri, Erik Mårtensson e Robban Bäck degli Eclipse, nonché l’ex King Diamond Hal Patino: eppure nonostante qualcuno possa temere il mancato affiatamento tra musicisti che finora hanno suonato ancora poco insieme dal vivo, la band suona compatta e con un tiro devastante, trascinata dal suo leader, un vero animale da palco. I pezzi dell’album “Shanghaied” (AOR Heaven, 2015) acquistano ancora più carica live e l’inclusione nella setlist di tre classici dei Wig Wam manda la folla in delirio. Chiudono, e non potrebbe essere diversamente, tra gli applausi di un pubblico decisamente conquistato che acclama la band a lungo: siamo sicuramente di fronte a una nuova realtà nella scena del rock melodico internazionale e fortunatamente lo stesso Åge, durante lo show, ha tenuto a precisare come gli Ammunition non siano solo un suo progetto estemporaneo, ma che andranno avanti per almeno quaranta album (!?!).

In questa edizione del festival gli organizzatori hanno inserito uno slot denominato Väsby Rock AllStars, nel quale una serie di noti musicisti della scena locale, accompagnati da alcuni ospiti internazionali, si esibiscono in una serie di classici del rock: si parte a bomba col carismatico ex Easy Action Zinny Zan che, dopo essere arrivato sul palco a cavallo della sua moto, si lancia subito nell’esecuzione di un paio di classici dei Thin Lizzy, band da sempre amatissima da queste parti (da segnalare la presenza sul palco dell’emergente chitarrista svedese Ludvig Turner dei Reach, che ritroveremo poi il giorno dopo anche negli Adrenaline Rush); si alternano poi al microfono il simpaticissimo Johnny Lima con una trascinante versione di “It’s My Life” dei Bon Jovi e Thomas Vickström dei Therion che rende omaggio alla memoria di Ronnie James Dio con un’emozionante “The Last In Line”. A calcare le assi del palco arriva poi una vera star come l’ex The Runaways Cherie Currie che manca da queste parti dal 1982 e che si esibisce in ben tre brani delle sua storica all female band, accompagnata da musicisti di tutto rispetto come Martin Sweet (Crashdiet) e Chris Laney (Laney’s Legion) alle chitarre, Nalle Påhlsson al basso e Björn Höglund alla batteria: la bionda cinquantacinquenne californiana è apparsa in splendida forma sia fisica che vocale, annunciando di essere pronta a tornare sulle scene il prossimo autunno con un nuovo album ed un tour inglese. Il gran finale è affidato al leggendario cantante inglese Tony Martin che chiuderà l’esibizione delle AllStars con tre canzoni provenienti dal suo periodo coi Black Sabbath, fra le quali non potrà mancare un’emozionante “Headless Cross” posta giustamente a fine set.

Cominciano intanto a calare le prime ombre della sera, e con loro scende anche la temperatura, ma a scaldarci ci penseranno giustamente gli H.e.a.t (nomen omen), che alla resa dei conti si dimostreranno i veri dominatori del festival. La band è originaria proprio del piccolo paese di Upplands Väsby (così come i gloriosi Europe) ed è pronta a smentire il detto “nemo propheta in patria”: è la terza volta che abbiamo l’occasione di vederli dal vivo negli ultimi mesi ed i cinque ragazzotti svedesi ci appaiono sin da subito carichi come non mai, esaltati forse proprio dal fatto di suonare davanti al pubblico di casa. Erik Grönwall e soci dimostrano oramai un affiatamento incredibile: è palpabile la sensazione che sul palco ci si diverta davvero e che ci si trovi di fronte a quella che attualmente è la miglior live band sulla piazza. La scaletta oramai consolidata dell’ultimo tour si sussegue senza sorprese, concentrandosi soprattutto sugli ultimi due album e su brani che sono oramai da annoverarsi tra i classici del melodic rock attuale, quali “It’s All About Tonight”, “Emergency” e “Living On The Run” oppure la sempre emozionante ballad “All The Nights”. Dopo essere stati celebrati sul palco in maniera trionfale addirittura con uno striscione della municipalità locale, il gruppo si congeda con la splendida “Laughing At Tomorrow”, al termine di una performance senza freni che, qualora vi fosse ancora qualche dubbio, li eleva definitivamente nell’Olimpo delle stelle assolute del panorama hard rock melodico mondiale.

Ma la prima giornata del festival non è ancora finita, anzi, come ci consiglia vivamente lo stesso Grönwall, è il momento di spostarci sotto al Väsby Rock Stage, dove a minuti inizieranno a suonare gli americani Danger Danger. Assistere ad un concerto dei D2 è sempre una festa, con una serie di pezzi davanti ai quali chi ama le sonorità anni ‘80 non può rimanere indifferente: ma questa sera, accanto alle classiche “Bang Bang” o “Don’t Blame It On Love”, trovano spazio nella lunga setlist anche brani raramente eseguiti live come “Under the Gun”, “Turn It On” e “When She’s Good She’s Good”. Ted Poley si dimostra poi il solito intrattenitore nato e, oltre alla sua solita passeggiata fra il pubblico durante “Don’t Walk Away”, decide anche di immortalare il suo amore per la Svezia facendosene tatuare sul braccio la bandiera mentre canta “Feels Like Love”. Per il finale la band chiama poi sul palco un po’ di amici tra cui Zinny Zan, Åge Sten Nielsen, Johnny Lima e Tony Martin per cantare tutti insieme la loro hit “Naughty Naughty” che manda in assoluto visibilio il pubblico, chiudendo in maniera egregia la giornata di venerdì.

La sveglia del giorno successivo è all’insegna di una pioggia fitta che non promette nulla di buono per la giornata, ma il Dio del Tuono ci farà la grazia di farla cessare poco dopo l’inizio dei concerti. La prima band a salire sul palco a mezzodì sono gli Adrenaline Rush, già visti all’opera lo scorso anno al Frontiers Rock Festival: rispetto a quell’ancora acerba esibizione, il gruppo guidato dalla bella Tåve Wanning appare decisamente migliorato ed il suo hard rock che si rifà molto agli stilemi dei gloriosi eighties fa presa su un pubblico già abbastanza numeroso nonostante l’orario. I cinque giovani svedesi sciorinano, nel corso dei 45 minuti a disposizione, gran parte dei brani del loro album d’esordio, chiudendo lo show con le cover di “Immigrant Song” e “Long Live Rock ‘n Roll”. Resta comunque l’impressione che l’avvenenza di Tåve catturi un po’ troppo l’attenzione e lasci la band (peraltro composta da ottimi musicisti) in secondo piano.

A salire sul palco tocca poi ai Dalton, band sorta negli anni ‘80 sulla scia del successo dei connazionali Europe e ritornata sulle scene lo scorso anno con l’album “Pit Stop” (Frontiers, 2014), i cui pezzi vengono oggi presentati alternati ai brani dei loro primi due album, tra cui spicca una bella versione di “You’re Not My Lover But You Were Last Night”: lo show della band guidata dai fratelli Lindmark fila liscio senza particolari scossoni e si chiude con una cover di “Lick It Up” durante la quale sale sul palco a duettare con Bosse Lindmark anche Chris Laney.

Ci perdiamo le esibizioni dei tedeschi Jaded Heart e degli svedesi Days Of Jupiter per andare a rifocillarci e ci avviamo verso lo Zamora Stage per lo show dei Nubian Rose, band guidata dall’avvenente Sofia Lilja Åkerlund che si rivelerà come la vera sorpresa del festival. Dotata di un forte impatto scenico, grazie al carisma magnetico della vocalist che, con tanto di trucco tribale sul viso, tiene ottimamente il palco dispensando sorrisi ai fans delle prime file, la band propone un classico hard rock dalla forte impronta melodica. Christer Åkerlund mette in fila un riff dopo l’altro, la sezione ritmica è compatta, ma la vera star è proprio Sofia con la sua voce maestosa e versatile che le permette di passare agilmente da pezzi tirati come “Mountain” o “Tough Guys Don’t Dance” alla suggestiva semi-ballad “How Am I”. Al termine di una setlist che va a pescare equamente dai loro due album (”Mountain” del 2012 ed il recente “Mental Revolution”), la band lascia il palco fra gli applausi convinti del pubblico.

Arriva il momento di una band che non si concede spessissimo dal vivo ai propri fans, ossia i Work Of Art del compositore/chitarrista Robert Såll (una delle menti anche dell’eccellente progetto W.E.T., insieme a Erik Mårtensson e Jeff Scott Soto): il sound elegantissimo della band, debitore soprattutto a gruppi come Toto e Giant, cattura da subito l’attenzione degli astanti, nonostante una non ottima equalizzazione dei suoni ne penalizzi inizialmente l’esibizione. Ma, soprattutto grazie a un ottimo cantante come Lars Säfsund ed alle capacità tecniche di tutti i musicisti sul palco, la band non demorde e nell’ora a disposizione regala perle Aor assolute, tra cui bisogna assolutamente citare la splendida “Shout Till You Wake Up”.

Il freddo e una leggera pioggerellina non riescono a scalfire lo show degli eroi della N.W.O.B.H.M. Tygers Of Pan Tang. Introdotti dal ruggito del possente felino da cui la band prende il nome, i cinque rockers inglesi, guidati dal leader Robb Weir alla chitarra (unico membro originale della storica formazione) e dal fiorentino Iacopo Meille alla voce (un vero leone in mezzo alle tigri), danno vita ad uno show potentissimo in cui, accanto ai loro classici come “Gangland”, “Hellbound” e “Love Don’t Stay”, trovano spazio anche la splendida “Paris By Air” o le nuove “She” e “Keeping Me Alive”. Promossi a pieni voti, con una menzione particolare proprio per il “nostro” Iacopo, autore di una prova davvero strepitosa, e per il giovane e funambolico chitarrista Michael McCrystal.

Tra il pubblico c’è molta attesa di rivedere dal vivo gli Eclipse, autori a nostro modesto parere di quello che sino ad oggi è l’album dell’anno nell’ambito dell’hard rock melodico (“Armageddonize”, uscito qualche mese fa su Frontiers). Il quartetto svedese, che già a marzo all’Hard Rock Hell in Galles aveva dato vita ad uno show eccellente (ripetuto purtroppo solo in parte al Frontiers Rock Festival), sale sul palco pronto a conquistare tutti: Erik Mårtensson non sta fermo un momento, correndo su e giù per il palco senza perdere una nota e creando una particolare coreografia con i nastri bianchi, rossi e neri legati all’asta del microfono; Magnus Henriksson è una precisissima macchina da riff ed assoli incendiari, mentre Magnus Ulfstedt e Robban Bäck costituiscono una spina dorsale ritmica di assoluta tecnica e compattezza. Lo show, incentrato ovviamente soprattutto sugli ultimi due lavori della band, non concede un attimo di tregua e conferma l’elevato livello di una band che non dovrete assolutamente perdere quando arriveranno in Italia per un paio di date a fine settembre.

E’ la volta poi di vedere all’opera la band americana degli Heaven and Earth, guidata dal chitarrista Stuart Smith, vero e proprio discepolo di Ritchie Blackmore: il sound della band si rifà infatti a coordinate stilistiche che non possono non ricordare i Deep Purple ed i Rainbow più melodici. La band è affiatata e precisa ma sembra mancare qualcosa che ci coinvolga davvero pienamente, nonostante la qualità dei pezzi presentati. Da segnalare la presenza alla batteria del potente Simon Wright (ex Dio, Ac/Dc) in sostituzione di Kenny Aronoff in tour negli States insieme a John Fogerty.

La storica band inglese dei Magnum sale puntuale sul Väsby Rock Stage alle 20:30 e, nonostante Bob Catley e soci non siano più dei ragazzini, la magia del loro sound a metà strada tra il prog rock e l’Aor ha ancora un’ottima presa qui in Svezia, come già abbiamo avuto modo di verificare in precedenti occasioni. I rockers locali abbandonano velocemente i vari stand e l’area ristoro per andare a radunarsi in massa sotto al palco dove i cinque danno vita ad uno show che, dopo una prima parte incentrata sulla loro produzione più recente, nella seconda metà ci regalerà versioni emozionanti di ben tre brani tratti dal capolavoro “On A Storyteller’s Night”, per poi chiudersi con le gloriose “Vigilante”, Kingdom Of Madness” e “Sacred Hour”.

Altro personaggio amatissimo da queste parti sembra essere il leggendario Michael Schenker, qui presente con il suo progetto Temple Of Rock, in cui viene accompagnato dalla storica sezione ritmica degli Scorpions, ossia Herman Rarebell alla batteria e Francis Buchholz al basso, nonchè dall’ottimo vocalist scozzese Doogie White (ex Rainbow, tra gli altri). La band dà subito fuoco alle polveri con una bella versione di “Doctor Doctor” e prosegue alternando brani tratti dall’ultimo album “Spirit On A Mission” (In-akustik, 2015) a brani classici di UFO, MSG e Scorpions. Dopo una “Before The Devil Knows You’re Dead” dedicata a Ronnie James Dio, il finale non lascia scampo prima con “Rock You Like A Hurricane” e poi con una “Rock Bottom” sempre capace di regalare brividi lungo la schiena con il lungo assolo di Michael, perennemente ingobbito con berrettino di lana in testa e Flying V bianca e nera a tracolla. Ma non è ancora finita e, negli encores, c’è spazio anche per “Holiday” (cantata in coro da tutto il pubblico) e “Black Out”.

Si è fatta intanto la mezzanotte e, anche per il freddo che comincia davvero a penetrare nelle ossa, ci si accalca tutti sotto lo stage principale dove sta per avere inizio lo show degli headliner W.A.S.P.. La band americana, guidata dal sempre più carismatico Blackie Lawless, si presenta con un nuovo batterista (lo svedese Patrick Johansson, reclutato all’ultimo momento in luogo del defezionario Mike Dupke) e con una coreografia molto scarna, con solamente una serie di backdrop che verranno alternati durante lo show: mancano i botti, le lingue di fuoco e manca anche Elvis, la mastodontica asta del microfono cui è solito aggrapparsi Blackie. Anche la scaletta è la solita dei vecchi tour, nonostante ci sia un nuovo album “Golgotha” in uscita il prossimo 2 ottobre su Napalm Records. Eppure, nonostante tutto ciò, lo show è un vero pugno in faccia; raramente avevamo visto la band così carica e grintosa negli ultimi anni e chi se ne frega se i pezzi poi sono sempre gli stessi: sono proprio quelli che tutti vogliamo ascoltare e cantare tutti insieme, come “L.O.V.E. Machine”, “Wild Child”, “I Don’t Need No Doctor” e “I Wanna Be Somebody”. Quando poi arrivano brani emozionanti anche a livello lirico come “The Idol” e “Heaven’s Hung In Black” non si può restare impassibili. Blackie tiene in pugno la folla da consumato entertainer: punta il dito tra il pubblico, mima discorsi durante le parti strumentali e sembra davvero rivolgersi ad ognuno di noi quando ci fulmina con lo sguardo e la sua incredibile mimica facciale. Si chiude con “Blind In Texas” e con l’espressione sbalordita di Blackie nel vedere proprio in quel momento due ragazzi svedesi transitare nel photo pit vestiti in perfetto stile “redneck” con tanto di salopette, cappello da cowboy e barbe chilometriche.

Sono oramai le due del mattino e la terza edizione del Väsby Rock Festival volge purtroppo al termine: un plauso particolare va sicuramente agli organizzatori (guidati dall’instancabile Zinny Zan), che con la loro inesauribile passione hanno saputo dare vita a questo piccolo grande festival, grazie anche alla collaborazione dei tanti volontari che si sono dati da fare a titolo assolutamente gratuito per la perfetta riuscita del festival, dedicandosi chi all’assistenza agli artisti, chi agli stands del merchandising e delle signing sessions, chi alla cassa accrediti, chi alla pulizia dell’area.

Appuntamento al 22-23 luglio 2016 per la quarta edizione, per la quale sono già state annunciate le seguenti bands: Hardcore Superstar, Battle Beast, Dare, Pink Cream 69 e Art Nation.

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