AC/DC – Autodromo Enzo e Dino Ferrari, Imola (BO) – 9 Luglio 2015

 

di Pippo ‘JL’ Sacco & Francesco Amato

Per riuscire a comprendere cosa spinga quasi 100mila persone (92.000 per l’esattezza) provenienti da tutta la penisola a radunarsi e vivere insieme un evento, bisognerebbe discuterne convocando super esperti e sociologi di turno.

Ancora di più se a guidare questi esodi semi-biblici in giro per il mondo è un ometto alto poco più di un metro e 50 e con una vocina da folletto dei boschi, allora qualche domanda in più sarebbe lecito porsela. Ma se il ministro di questo culto pagano è tale Angus Young da Sidney, e la sua combriccola di eroi dannati del rock’n’roll, allora ogni tipo di dubbio viene meno.

L’arena di turno è l’Autodromo di Imola, riempita dagli AC/DC fino all’estrema capienza e infuocata nell’unica data italiana del ROCK OR BUST WORLD TOUR.

Sin dal mattino, ma anche già dal giorno prima, i fedeli della rock band australiana più famosa al mondo si sono messi in viaggio con ogni mezzo intasando le autostrade del nord Italia, rendendo il nodo bolognese che dalla A1 immette sulla A14 per raggiungere Imola un’autentica ‘autostrada infernale’, tanto per parafrasare il noto brano dei padroni del rock’n’roll.

Ma si sa, il rocker, quello vero, è disposto a qualsiasi sacrificio pur di partecipare a un evento di tale portata, e la liturgia del rock’n’roll si compie puntuale poco dopo le 21:00.

La scenografia è abbastanza classica: mega palco largo più di 45 metri alla cui sommità  campeggiano due mega corna, simbolo ormai acquisito del gruppo, alle spalle della band un mega video dalla forma di semicerchio proietta le immagini di ieri e di oggi. Maxi schermi piazzati qua e là all’interno dell’arena per aiutare gli spettatori a godere di una spettacolo conosciuto e sempre unico. La quasi totalità del pubblico indossa piccole corna lampeggianti, anch’esse immancabili oggetti-feticcio dei seguaci di Young e famiglia, una mare scintillante di color rosso che invade il grande piazzale e la collina dell’Autodromo dedicato a Enzo e Dino Ferrari…

La band ormai orfana del batterista Phil Rudd, alle prese con seri guai giudiziari, e di Malcom Young, messo fuori gioco da gravi problemi di salute, sopperisce alla grande sostituendo il drummer col quasi settantenne Chris Slade, che rientra nella band dopo 21 anni, e  rimanendo in famiglia affidando la chitarra ritmica a Stevie Young, nipote di Angus e Malcom e figlio di Alex, ex chitarrista degli Easybeats.

Rock or Bust’, titletrack del nuovo e quindicesimo album, è il pezzo di apertura che scatena i fan in un urlo liberatorio facendo dimenticare a tutti attese snervanti sotto il sole e code assassine.

Il gruppo appare in ottima forma. Brian Johnson ha la vitalità di un ragazzino, nonostante sia alle soglie dei settanta. Ma questo è il miracolo del rock, che rende quasi eterni e fa sembrare immortali personaggi come Ozzy, Steve Tyler o Mick Jagger. Cliff Williams c’è sempre, la sua posizione è quella solita, non si muove, ma suona ed è lì…

L’iconografia del gruppo c’è tutta, la campana di ‘Hell’s Bells’, la bambolona gonfiabile che accompagna le note di ‘Whole Lotta Rosie’, fino ai cannoni che sputano fuoco e rock’n’roll per il conclusivo saluto affidato come sempre a ‘For Those About to Rock (we salute you)’.

Fiamme, inferno, ‘Hell, Ain’t a Bad Place to Be!’, tuona Johnson, accompagnato dal pubblico. Angus Young, lo scolaretto. non sarà più quello di 40 anni fa, ma il “duck walk” funziona ancora e le sue corse sono forse un po’ rallentate (ma ci sono sempre come la grinta e la passione) e Johnson non ha più la forza di prenderlo sulle spalle com’era solito fare un tempo. Sarebbe infatti un miracolo a settanta anni, e i miracoli si sa, avvengono in paradiso, e questo non è proprio il posto più adatto.

Non è un miracolo l’assolo del folletto di Sidney sulle note di ‘Let There Be Rock’. Quasi un quarto d’ora dove Angus dimostra di bere alla fonte della giovinezza, rendendo la sua Gibson SG ‘diavoletto’ un prolungamento del suo arto, sputando note una dietro l’altra e incitando i fan a ‘suonare’ con lui, arrivando dritto al cuore, all’anima e insinuandosi nel sange dei 90mila…

Solo tre i pezzi del nuovo album, sarà caso? C’è chi pensa che la vena creativa del gruppo si sia fermata con Bon Scott, chi ritiene che gli ultimi album non siano altro che un pretesto per mettere su nuovi tour, ma questi sono discorsi da bar – immagino già i commenti post concerto e i blah blah senza senso (a proposito della scaletta troppo corta o troppo lunga, a proposito dell’incedere del tempo che i 90mila non hanno notato – ma che è stato colto da chi non c’era, dalla tecnica alle rughe, dal forse al semmai all’aver buttato così tanti soldi… hahahha…), commenti dei classici provocatori e ‘creativi’ di ogni età che rimbalzano sui social media tanto perché non si ha proprio nulla da fare se non occuparsi dei fatti altrui…

Un concerto degli AC/DC non può prescindere dai vecchi classici, ‘T.N.T.’, ‘Sin City’, ‘Shot Down in Flames’ che fanno parte dell’immaginario del pubblico e della storia della musica rock e gli stessi AC/DC lo sanno.

E a proposito di tour che rendono quasi quanto una finanziaria, la penultima tournée ha regalato alla band 441 milioni di dollari, al secondo posto nella storia per resa economica, non oso immaginare questa serie di concerti che profitti garantiranno ai colossi del rock’n’roll pensando che potrebbe essere l’ultimo percorso mondiale dei nostri terribili rocker.

Ma tutto ciò a noi fan non interessa, ci piace credere che con noi e come noi si divertano ancora i nostri vecchi idoli del rock. Ed è bello cogliere le sensazioni dei nostri compagni di avventura, guardando gli scatenatissimi ragazzi alla nostra sinistra saltare e buttarsi per terra in preda a convulsioni dovute a overdose di puro rock’n’roll, oppure osservando la marea di mani ruotare nell’aria ad applaudire scandendo l’incedere del ritmo, o anche ascoltare le voci all’unisono cantare insieme ogni singolo brano e lasciarsi semplicemente rapire da quel suono a tutti così noto…

L’inchino finale di Angus che, chitarra in mano, va da una parte all’altra del palco a salutare e ringraziare tutti, è la degna conclusione di un momento che rimarrà unico, come sempre…

Grazie…

Così, stanchi, assonnati e affamati siamo ritornati alla nostra auto parcheggiata a 4/5 km dall’Autodromo, chilometri percorsi a piedi, sia all’andata che al ritorno… per il rock’n’roll questo e altro… e forse qualche altro amico è ancora imbottigliato nel traffico e nella coda cercando disperatamente di uscire da Imola…

P.S.: Torino- Imola: 8 ore… niente male, vero?

Setlist:
1. Rock or Bust
2. Shoot to Thrill
3. Hell Ain’t a Bad Place to Be
4. Back in Black
5. Play Ball
6. Dirty Deeds Done Dirt Cheap
7. Thunderstruck
8. High Voltage
9. Rock’n’Roll Train
10. Hells Bells
11. Baptism by Fire
12. You Shook Me All Night Long
13. Sin City
14. Shot Down in Flames
15. Have a Drink on Me
16. T.N.T.
17. Whole Lotta Rosie
18. Let There Be Rock

Encore:
19. Highway to Hell
20. For Those About to Rock (We Salute You)

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