C’è rock e rock. C’è il rock impegnato e impegnativo che desidera smuovere le coscienze e ben si adatta a essere analizzato e accettato come linguaggio lirico, e poi c’è il rock che ricorda al pubblico la sua inesauribile energia e potenza liberatrice. Il rock degli Airbourne rientra senza ombra di dubbio nella seconda categoria e ieri sera all’Alcatraz di Milano ne abbiamo avuto un esempio più che concreto.

La serata si è aperta con la carica ruvida e senza compromessi degli Asomvel, power trio inglese che fin dalle prime note ha lasciato emergere con orgoglio la propria filiazione sonora dagli immortali Motörhead. Il loro è un rock sporco al punto giusto, costruito su riff solidi e una sezione ritmica che non concede tregua. Il mondo musicale conosce altri esempi di band che hanno raccolto l’eredità sonora di gruppi musicali, poi entrati nella storia, portandola avanti con fedeltà e coerenza. Di fronte a queste band la critica si spacca solitamente a metà tra chi punta il dito e chi incoraggia. A me è bastata la reazione del pubblico dell’Alcatraz che ha lasciato emergere con chiarezza quanto quel suono continui a essere necessario. Al di là delle inevitabili somiglianze stilistiche, sul palco la band ha dimostrato una personalità che non si limita al semplice tributo: ho visto sicurezza nei movimenti e una naturalezza quasi sfrontata nel modo in cui dialogano con il pubblico. La risposta della platea milanese è stata immediata e calorosa, fatta di teste che si muovevano all’unisono e pugni alzati verso il palco. È stata  la dimostrazione più semplice e più onesta di una verità che spesso viene dimenticata: quando un genere nasce da fondamenta così solide, non ha bisogno di reinventarsi a tutti i costi, ma di musicisti capaci di portarne avanti l’eredità con rispetto e competenza. E gli Asomvel, da questo punto di vista, dimostrano di avere tutte le carte in regola.

 

Quando sono arrivati gli Airbourne, l’aria nella sala era già carica di aspettativa. È bastato però l’attacco iniziale di Gutsy per trasformare quell’attesa in una vera e propria esplosione di adrenalina. Il nuovo singolo, pubblicato di recente per segnare il ritorno discografico della band, ha aperto il set con un impatto devastante e ha stabilito immediatamente il tono della serata. Dal palco è stato il frontman Joel O’Keeffe a incendiare ulteriormente gli animi annunciando che un nuovo album è in arrivo e sarà pronto in estate.

Il concerto è stato un flusso continuo di energia pura. Gli Airbourne hanno dimostrato ancora una volta di essere una macchina perfettamente oliata quando si tratta di portare dal disco al palco la loro carica adrenalinica. Il loro rock non concede pause, non chiede permesso e soprattutto non lascia spazio alla distrazione. Ogni brano è stato un colpo diretto allo stomaco, ogni riff una scintilla che ha acceso  la folla. Il rock degli Airbourne si beve come un sorso tutto d’un fiato: intenso, bruciante, capace di lasciare senza respiro per qualche secondo. E quando finalmente si torna a respirare, lo si fa con quella sensazione di stanchezza felice che solo un concerto vissuto fino all’ultima nota sa regalare.

 

Gran parte di questo magnetismo passa inevitabilmente attraverso la figura di Joel O’Keeffe. Carismatico, instancabile, completamente immerso nel proprio ruolo di frontman, ha guidato il pubblico come se stesse dirigendo un’enorme orchestra di energia. Non c’è stato un solo momento in cui sia sembrato distratto o distante: ogni gesto, ogni sguardo, ogni incitamento è stato rivolto alla folla. Joel non si limita a cantare e suonare, costruisce un dialogo continuo con chi sta sotto al palco, trasformando il concerto in una celebrazione collettiva del rock’n’roll. Uno dei momenti più memorabili della serata è arrivato durante Raise the Flag, quando si è lanciato tra la folla sulle spalle di un collaboratore continuando a suonare il suo assolo mentre l’Alcatraz è esploso in una corale acclamazione. Il tutto è culminato con uno dei suoi gesti più iconici: una lattina di birra spaccata a colpi di testa, tra schizzi di schiuma e urla entusiaste.

 

La scaletta è stata una sequenza di classici moderni che il pubblico conosce a memoria. Brani come Too Much, Too Young, Too Fast, Live It Up, Back in the Game e Ready to Rock hanno trasformato la platea in un unico organismo pulsante che ha cantato, saltato e si è mosso seguendo il ritmo serrato della band. Non c’è stato spazio per rallentamenti: ogni pezzo è stato un invito a lasciarsi andare completamente alla forza primordiale del rock.

Nel mezzo di questa tempesta sonora ha trovato spazio anche un momento di raccoglimento. Joel si è preso qualche secondo per ricordare Phil Campbell, scomparso solo 2 giorni fa. “Siamo andati in tour con lui. Gli volevamo bene”, ha detto. Parole che sono risuonate più come il ricordo di un amico che come l’omaggio formale a un collega. È stato un istante breve ma sincero, accolto dal pubblico con rispetto e partecipazione, a voler sottolineare ancora una volta quanto la comunità del rock sia fatta anche di legami profondi e duraturi.

Il finale è stato affidato all’inno per eccellenza della band, Runnin’ Wild, che ha trasformato gli ultimi minuti del concerto in un’esplosione definitiva di entusiasmo. Prima di salutare, Joel ha lasciato al pubblico una frase che è suonata come una dichiarazione di intenti e insieme come una promessa: finché loro saranno vivi, finché il pubblico sarà vivo, il rock’n’roll non morirà mai. E guardando l’energia che ha riempito l’Alcatraz in questo sabato sera milanese, è difficile trovare un motivo per dubitarne.

Testo di Isabella Memmo
Foto di Monica Ferrari

Si ringrazia MC2 Live

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