Alice Cooper riunitosi con la storica band originale formata da Dennis Dunaway (basso), Neal Smith (batteria) e Michael Bruce (chitarra) dopo oltre cinquant’anni, è pronta a tornare con un nuovo capitolo della loro leggenda. Il 25 luglio uscirà “The Revenge of Alice Cooper”, un album che incarna lo spirito autentico del rock con riff velenosi, teatralità e un tocco di horror vintage.
Registrato in uno studio old school del Connecticut con il produttore e “sesto membro” Bob Ezrin, l’album riporta la band al presente mantenendo vivo il suono crudo e potente che li ha resi iconici. Tra i brani più attesi c’è anche “What Happened To You”, che vede la chitarra postuma di Glen Buxton come omaggio al suo indimenticabile contributo.
Il 24 luglio, a Londra, Alice Cooper, insieme a Dennis Dunaway, Neal Smith e Michael Bruce, torneranno sul palco per un evento esclusivo di presentazione in livestream, anticipando un’estate di musica autentica e grintosa. In questo contesto abbiamo intervistato proprio Neal Smith, Michael Bruce e Dennis Dunaway per farci raccontare la genesi di questo ritorno, l’energia dietro l’album e i ricordi di una carriera che continua a influenzare il rock mondiale.
In attesa del disco, è stato pubblicato recentemente l’ultimo singolo estratto “Up All Night”, un brano energico e ribelle che celebra le notti senza freni e il caos del rock ‘n’ roll.
Intervista a NEAL SMITH, MICHAEL BRUCE e DENNIS DUNAWAY
A cura di Antonio Carbone
ANTONIO CARBONE: Ciao, grazie mille per essere qui con me. Oggi è anche il mio compleanno.
MICHAEL BRUCE: Oh, buon compleanno!
ANTONIO: Grazie. Allora, come sapete, vivo in California, ma scrivo per siti italiani. Questo intervista sarà pubblicato il 24 luglio, quindi saluti a tutti i vostri amici italiani.
NEAL SMITH: Oh, fantastico.
ANTONIO: Ho ascoltato il vostro album almeno dieci volte e sono rimasto subito colpito da “Black Mamba”, il primo brano reso pubblico. È davvero un gran pezzo, sensuale, caldo. La voce tiene tutto insieme. Quindi, prima di tutto, grazie per la musica.
DENNIS DUNAWAY: Grazie a te.
ANTONIO: E c’è Robby Krieger dei Doors che suona nel brano. L’ho visto qualche volta al Whisky a Go Go a Los Angeles salire sul palco a caso. Come mai è nel vostro disco?
NEAL: Robby è un buon amico di Alice e partecipa spesso ai suoi eventi di beneficenza per la Solid Rock Foundation in Arizona. Ho suonato con lui in quelle occasioni. La nostra amicizia con Robby risale agli anni ’60.
DENNIS: Era anche amico di Glenn Buxton, sapevamo dei Doors già dal 1967. Abbiamo pensato che Glenn avrebbe suonato lo slide in quel pezzo, e Robby era perfetto per sostituirlo.
MICHAEL: Inoltre, Robby ha suonato anche nei Blue Coupe, la mia band con i membri dei Blue Öyster Cult. Ha partecipato quasi a tutti gli album.
NEAL: Dennis, ti ricordi quando abbiamo aperto per i Doors al Cheetah Club? Il pubblico ci ha applaudito così tanto che il manager dei Doors ci ha impedito di tornare sul palco perché temeva li oscurassimo.
DENNIS: Sì, abbiamo fatto tre spettacoli con loro in un giorno. Da lì è nata l’amicizia, stavamo tutto il giorno dietro le quinte con loro.
ANTONIO: Il resto dell’album è puro rock’n’roll, senza compromessi, diretto, potente. Anche i testi sono fantastici. Si sente che vi siete divertiti a registrarlo. Com’è stato lavorare insieme dopo 50 anni?
DENNIS: È stato uno spasso. Quando siamo insieme torniamo come adolescenti, scherziamo tutto il tempo.
MICHAEL: Ma siamo anche molto seri nel fare musica di qualità.
NEAL: Cerchiamo di evitare tensioni in studio, anche nei momenti di pressione. Ci prendiamo in giro per scaricare l’ansia, come avrebbe fatto Glenn. Era lui l’anima sarcastica e ribelle della band.
NEAL: E non solo in studio. Io e Dennis siamo cognati, quindi ci vediamo spesso anche fuori. Michael è un amico di sempre. Quello che ci lega è reale. Non siamo una band creata da una major. Siamo partiti da Phoenix per Los Angeles vivendo insieme per sette anni. È un’esperienza che ti segna per sempre.
DENNIS: Quando suoniamo insieme si sente quella chimica. Collaboriamo con altri musicisti, ma non è mai la stessa cosa.
ANTONIO: Avete lavorato anche con Bob Ezrin, produttore importantissimo. Che ruolo ha avuto nella creazione dell’album?
NEAL: Bob è parte del nostro nucleo. È diventato il “sesto membro” della band. È entrato nel gruppo ai tempi in cui eravamo alla fattoria nel Michigan. È una figura fondamentale.
DENNIS: È stato battezzato col fuoco, con tutto il nostro sarcasmo. Ma ha resistito. Anzi, è riuscito anche a rispondere colpo su colpo!
ANTONIO: In un documentario Alice dice che trovare musicisti bravi è facile, ma trovare quelli con cui non ti ammazzi dopo una settimana è la vera sfida.
MICHAEL: Eh sì, e per compensare, noi ammazzavamo Alice ogni sera!
DENNIS: Eravamo diversi, ma avevamo tutti la stessa visione artistica. Anni duri, tra minacce, incidenti… Neil una volta ha preso una freccetta nella schiena. Io una pallottola nel piede.
NEAL: Siamo anche ribaltati tre volte sull’autostrada con tutto l’equipaggio!
ANTONIO: Siete già pronti per il prossimo album?
NEAL: Assolutamente. Siamo carichi, abbiamo altri pezzi pronti.
ANTONIO: Avrete un evento a Londra, giusto?
DENNIS: Sì, il 24 all’Union Chapel presenteremo l’album. Non è un concerto. Faremo ascoltare il disco su un grande impianto, forse con domande tra un brano e l’altro. Il giorno dopo Alice suonerà il suo show regolare all’O2.
ANTONIO: Avete mai ricevuto la domanda “Farete mai un tour su Billion Dollar Babies”?
MICHAEL: Oh sì, un milione di volte. Ma non l’abbiamo mai portato in Europa o in UK. Avremmo voluto, anche con Muscle of Love. Sarebbe stato grandioso.
NEAL: Se mai accadrà, Antonio, sarai in prima fila.
MICHAEL: E ti taglieremo la testa anche a te, stile show!
ANTONIO: Avete usato una parte originale di Glenn nel disco. Com’è stato tecnicamente possibile?
DENNIS: Ho una vecchia cassetta di un’idea che Glenn registrò nel 1973. Bob Ezrin è riuscito a pulirla con la tecnologia moderna e l’abbiamo usata come base per “Black Mamba”.
NEAL: Su quel brano suona anche Rick Tedesco con la SG restaurata che Glenn usava all’epoca. È il suo spirito ribelle che dà potenza a quel pezzo.
MICHAEL: Glenn era spontaneo. Una volta alla BBC sollevò una ragazza e le si vide tutto. Quello era Glenn.
DENNIS: Avevamo un altro batterista all’inizio, John Spear. Glenn raccontava mille storie su Akron e non ci credevamo, finché non è arrivato Neil che le confermava tutte.
ANTONIO CARBONE: In alcune interviste avete detto che “volevate fare le cose in fretta, altrimenti ci avrebbero fermati”. E oggi, nel 2024, vi sentite liberi?
NEAL SMITH: Sì, molto più liberi. Ai tempi dovevamo sempre cercare di convincere qualcuno: la casa discografica, i manager, i produttori…
DENNIS DUNAWAY: E c’era anche la paura della censura. Ogni volta che usciva qualcosa, c’era il rischio che venisse bloccato, vietato ai minori, eccetera.
MICHAEL BRUCE: Oggi possiamo fare quello che vogliamo. Il nostro pubblico è adulto, e non abbiamo più niente da dimostrare.
ANTONIO: I testi dell’album sono potenti e attuali. In particolare “The Sound of A” ha un tono quasi profetico.
DENNIS: Quel pezzo lo scrissi io negli anni ’60. Era molto ahead of its time. Lo proposi ad Alice che lo incise per il suo album solista “Paranormal” nel 2017. Ma l’originale non era mai stato pubblicato fino ad ora.
NEAL: È un brano che mostra come fossimo già allora molto avanti rispetto a quello che facevano gli altri.
MICHAEL: E molti dei temi di allora – controllo mentale, società del consumo, repressione – sono ancora validi oggi. Forse anche più.
ANTONIO: Tornando a parlare di Glenn, cosa credete penserebbe dell’album?
NEAL: Penso che sarebbe orgoglioso.
MICHAEL: Lo avrebbe trovato figo.
DENNIS: Glenn era il più difficile da impressionare. Ma quando qualcosa gli piaceva, lo diceva. E penso che questo disco gli sarebbe piaciuto molto.
ANTONIO: Molte giovani band dicono che siete tra i loro punti di riferimento. Cosa pensate della scena attuale?
NEAL: Ci sono molti ottimi musicisti. Ma il mondo è cambiato. La musica oggi è accessibile in un clic, e questo ha cambiato il modo in cui viene consumata.
MICHAEL: Ai nostri tempi dovevi guadagnarti ogni ascolto. E i fan ti seguivano davvero, comprando dischi, andando ai concerti.
DENNIS: Oggi l’industria è frammentata, ma allo stesso tempo ci sono più opportunità per chi ha talento. Quello che manca è l’esperienza di crescita collettiva di una band che vive insieme, si scontra e crea una propria identità unica.
ANTONIO: Cosa vi ha spinto a fare questo disco, dopo tanto tempo?
NEAL: Era da tempo che volevamo farlo. Il periodo della pandemia ci ha dato modo di riflettere, scrivere e registrare con calma.
DENNIS: E volevamo anche dare voce alla nostra visione musicale, senza filtri.
MICHAEL: Ci sentivamo in dovere di fare un disco che fosse “nostro” al 100%, con tutto ciò che ci ha resi quello che siamo.
ANTONIO: Ultima domanda: se poteste dare un consiglio ai giovani musicisti di oggi, quale sarebbe?
NEAL: Siate autentici. Non copiate nessuno.
DENNIS: Create qualcosa di vostro, che venga da dentro.
MICHAEL: E non mollate mai, anche quando vi dicono che non funzionerà. Perché se ci credete davvero, allora funzionerà.
ANTONIO: Grazie mille per il vostro tempo.
NEAL, MICHAEL, DENNIS: Grazie a te, Antonio!

Comments are closed.