L’ultima giornata dell’AMA Music Festival, domenica 12 luglio 2026, ospitato nella splendida cornice del Parco di Villa Negri di Romano d’Ezzelino, alle porte di Bassano del Grappa, è dedicata a una vera leggenda della storia del rock. Con più di cinquant’anni di carriera alle spalle, Alice Cooper continua a incarnare alla perfezione il ruolo di icona assoluta dell’horror rock, dimostrando come il tempo sembri non avere alcun effetto sulla sua straordinaria presenza scenica. A 78 anni, il leggendario artista americano continua infatti a offrire spettacoli di livello impressionante, confermandosi ancora una volta uno dei performer più carismatici e teatrali che la musica rock abbia mai conosciuto.

Scenografie spettacolari, costumi iconici, interpretazioni teatrali e una collezione di brani entrati ormai nella storia rendono ogni concerto di Alice Cooper un vero e proprio evento, capace di richiamare appassionati di ogni generazione.

Ad accompagnarlo nella serata conclusiva dell’AMA Music Festival troviamo altri due nomi di assoluto interesse: gli storici The Damned, autentici pionieri della scena punk rock britannica, e gli italianissimi Messa, chiamati ad aprire la giornata portando sul palco il loro personalissimo doom metal.

The Loyal Cheaters

Lena McFrison e la sua band da Cesena hanno il compito di inaugurare la caldissima domenica del festival, con un buon Rock con radici nello Sleaze e l’hair metal anni ’80.

 

Messa

Sara Bianchin e compagni salgono sul palco addirittura con qualche minuto di anticipo rispetto all’orario previsto. Fin dalle prime note, la band veneta trascina il pubblico nel proprio universo sonoro fatto di atmosfere oscure, profonde e solenni, dove il doom metal si intreccia con sfumature gotiche e una forte componente emotiva.

Negli ultimi anni i Messa hanno vissuto una crescita costante e meritata, conquistando una fanbase sempre più ampia soprattutto all’estero e affermandosi come una delle realtà italiane più apprezzate della scena heavy contemporanea. Un percorso che non può che riempire d’orgoglio, soprattutto considerando come il gruppo continui a rappresentare l’Italia sui palchi dei principali festival internazionali.

Giocando praticamente in casa, essendo anch’essi originari del Veneto, i Messa mettono in mostra tutta la loro maturità artistica, confermando ancora una volta eleganza compositiva, solidità esecutiva e una personalità musicale assolutamente riconoscibile.

 

L’unico limite della loro esibizione non è certamente da ricercare nella performance della band, bensì nel contesto stesso. Il doom metal vive infatti di tempi dilatati, atmosfere intime e immersione emotiva: caratteristiche che trovano probabilmente la loro dimensione ideale in club raccolti o teatri, dove luci e ambientazione riescono a valorizzarne appieno ogni sfumatura. Esibirsi nel fine pomeriggio, con il sole ancora presente e su un palco imponente come quello dell’AMA Music Festival, finisce inevitabilmente per attenuare parte di quella magia che rende unico il sound dei Messa, dando talvolta la sensazione di una certa ripetitività. Una percezione che deriva più dalla natura stessa del genere che non dalla proposta della band.

Nonostante ciò, la qualità dell’esibizione rimane indiscutibile. Sara e compagni dimostrano di meritare pienamente palcoscenici di questo livello, salutando il pubblico con evidente emozione e sincera gratitudine per l’opportunità di aprire una giornata così prestigiosa. Un’altra prova convincente per una band che continua a portare il nome dell’Italia sempre più in alto nel panorama metal internazionale.

 

The Damned

Con il calare della sera è il momento di accogliere sul palco un’altra formazione che ha scritto pagine importanti della storia della musica britannica: i The Damned. Attivi fin dagli anni Settanta e considerati tra i pionieri del punk inglese, la band porta all’AMA Music Festival un’esibizione che mette in luce tutta l’esperienza accumulata in decenni di carriera.

Il loro nome potrebbe far immaginare atmosfere oscure e aggressive, ma la realtà è ben diversa. I The Damned propongono uno spettacolo sorprendentemente brillante e coinvolgente, caratterizzato da un rock dalle forti contaminazioni rockabilly e da un’attitudine estremamente positiva, capace di trasmettere leggerezza ed energia. Pur non mancando alcuni richiami a un’estetica più dark, il cuore della loro proposta resta vivace, dinamico e ricco di sfumature che spaziano ben oltre il semplice punk rock.

È inevitabile che il tempo abbia modificato parte dell’energia fisica che li contraddistingueva negli anni d’oro, ma la classe e il mestiere rimangono intatti. Per tutta la durata del set, di circa un’ora, la band dimostra di saper ancora tenere perfettamente il palco, alternando con naturalezza brani dal forte sapore rock’n’roll, rockabilly e classic rock, senza mai perdere il contatto con il pubblico.

 

Tra i momenti più significativi spicca naturalmente “New Rose”, autentico classico della loro discografia e brano che continua ancora oggi a influenzare intere generazioni di musicisti, tanto da essere stato recentemente riproposto anche dai Guns N’ Roses durante il loro tour. Un’ulteriore dimostrazione dell’importanza storica di una band che, pur senza aver raggiunto la popolarità di altri giganti del rock, ha lasciato un’impronta significativa nella musica contemporanea.

Lo show scorre piacevolmente dall’inizio alla fine. Forse manca quella lunga serie di inni capaci di coinvolgere l’intero pubblico in un coro continuo, ma la qualità dell’esecuzione, la solidità della sezione strumentale e l’interpretazione vocale rendono comunque l’esibizione estremamente godibile.

I The Damned non cercano di stupire con effetti speciali: salgono sul palco, suonano con professionalità, esperienza e convinzione, regalando al pubblico un concerto sincero e di assoluto valore. È impossibile non riconoscere il merito di una band che, dopo quasi cinquant’anni di attività, continua ancora oggi a esibirsi con passione sui palchi internazionali, portando anche in Italia una performance pienamente all’altezza della propria storia.

Alice Cooper

Con il sole ormai tramontato, il Parco di Villa Negri di Romano d’Ezzelino viene gradualmente avvolto dall’oscurità. È finalmente arrivato il momento più atteso dell’intera giornata: l’ingresso in scena del leggendario Alice Cooper.

A colpire inizialmente è un dettaglio piuttosto insolito. Nonostante la presenza di circa 3.000 spettatori, l’enorme estensione dell’area del festival fa apparire il pubblico piuttosto disperso, lasciando ampi spazi vuoti sia nel pit sia nelle zone più arretrate. Un colpo d’occhio quasi surreale che, tuttavia, si rivelerà completamente irrilevante non appena lo spettacolo prenderà vita.

Dietro un enorme ritratto raffigurante il Re dell’horror rock prende forma un’introduzione cupa e teatrale, perfettamente in linea con l’immaginario costruito da Alice Cooper nel corso della sua carriera. Pochi istanti dopo il sipario si apre e la band irrompe sul palco insieme al suo storico frontman sulle note di “Who Do You Think We Are”, accolta da un boato del pubblico.

Ancora una volta Alice Cooper dimostra perché, dopo tutti questi decenni di carriera, continui a essere considerato una delle più grandi icone della storia del rock. A 78 anni la sua voce conserva una solidità sorprendente, mentre la sua presenza scenica rimane magnetica dall’inizio alla fine dello show. È impressionante osservare come riesca ancora oggi a sostenere tournée continue tra Europa e Stati Uniti mantenendo uno standard qualitativo così elevato.

Parte del merito va naturalmente anche alla straordinaria formazione che lo accompagna ormai da molti anni, un gruppo di musicisti eccezionali che rappresenta una delle backing band più solide e spettacolari dell’intero panorama rock.

Alla chitarra troviamo il fedelissimo Tommy Henriksen, anche membro degli Hollywood Vampires insieme ad Alice Cooper, Joe Perry e Johnny Depp. Dietro ai tamburi siede Glenn Sobel, batterista di livello assoluto, considerato da molti uno dei migliori interpreti rock della sua generazione. Ryan Roxie continua a incantare con il suo stile elegante e la sua straordinaria sensibilità chitarristica, mentre Chuck Garric conferma tutto il proprio carisma, dominando il palco con una presenza scenica inconfondibile. La principale novità della line-up di questo tour è rappresentata dalla chitarrista Anna Cara, chiamata a sostituire Nita Strauss, momentaneamente lontana dai palchi dopo la nascita del suo primo figlio. Un compito tutt’altro che semplice, ma Anna supera brillantemente la prova, inserendosi con naturalezza nello spettacolo e offrendo una prestazione convincente sotto ogni punto di vista.

Anche la scaletta si rivela di altissimo livello. Accanto ai grandi classici della sterminata discografia di Alice Cooper trovano spazio alcune graditissime sorprese, come “Spark in the Dark”, “House of Fire”, “Caught in a Dream” e “Dangerous Tonight”, brani che non compaiono con regolarità in tutti i festival e che vengono accolti con grande entusiasmo dagli appassionati.

Naturalmente non possono mancare autentici pilastri del repertorio come “Feed My Frankenstein”, “Dirty Diamonds”, “Hey Stoopid”, “Poison”, “Cold Ethyl”, “Billion Dollar Babies”, “The Ballad of Dwight Fry” e “Brutal Planet”, eseguiti con un’energia e una precisione che confermano ancora una volta la straordinaria qualità della band.

Come da tradizione, lo spettacolo di Alice Cooper non vive soltanto di musica, ma anche di quei momenti teatrali che da decenni rappresentano il marchio di fabbrica del suo inconfondibile horror show. Sono scene che il pubblico aspetta con impazienza a ogni tour e che, pur essendo ormai iconiche, riescono ancora a trasmettere lo stesso fascino di sempre.

Durante “Billion Dollar Babies” vengono lanciati nel pubblico i celebri dollari con il ritratto del cantante, mentre su “Dirty Diamonds” Alice distribuisce collane di finti diamanti ai fan delle prime file. Poco dopo, sulle note di “Feed My Frankenstein”, compare l’imponente figura del Mostro di Frankenstein sui trampoli, creando uno dei momenti scenicamente più spettacolari della serata.

 

A impressionare è anche la straordinaria sintonia tra tutti i musicisti sul palco. Ogni brano sembra incastrarsi alla perfezione nella scaletta e ogni cambio di atmosfera è gestito con una naturalezza impressionante.

Tra gli episodi più riusciti della serata spicca senza dubbio “Brutal Planet”, introdotta da uno splendido assolo della nuova chitarrista Anna Cara. La musicista dimostra tecnica, sicurezza e una presenza scenica di altissimo livello, raccogliendo con grande personalità la difficile eredità di Nita Strauss. Al suo fianco Tommy Henriksen e Ryan Roxie regalano ancora una volta splendidi intrecci di chitarra, mentre Chuck Garric domina il palco con il suo immancabile carisma e Glenn Sobel impressiona per precisione e potenza.

A valorizzare ulteriormente la performance contribuisce un impianto audio praticamente impeccabile. Il suono risulta potente, definito ed estremamente equilibrato, permettendo di apprezzare ogni dettaglio dell’esecuzione. È proprio questa sensazione di assoluta precisione a rendere evidente come Alice Cooper sia ormai una macchina perfetta dal vivo.

Quando arrivano i grandi classici, il pubblico esplode definitivamente. “Poison” viene cantata praticamente all’unisono da tutti i presenti, trasformando il festival in un enorme coro collettivo. È uno di quei momenti che ricordano quanto sia speciale poter assistere ancora oggi all’esibizione di un artista che ha contribuito a scrivere la storia della musica rock e che continua a farlo con un entusiasmo contagioso.

Su “The Ballad of Dwight Fry” torna la celebre camicia di forza, in una delle interpretazioni più intense dell’intero concerto, mentre dopo “Only Women Bleed” prende vita uno dei momenti simbolo della carriera di Alice Cooper: la spettacolare esecuzione sulla ghigliottina. Alice viene accompagnato al patibolo da Sheryl Cooper, che interpreta magistralmente il proprio ruolo insieme al boia, culminando nella celebre decapitazione con la testa del cantante mostrata al pubblico tra applausi e sorrisi. Sono momenti che ogni fan aspetta con entusiasmo e che continuano a rappresentare uno degli elementi più iconici dello spettacolo.

Il gran finale è affidato all’immancabile “School’s Out”, proposta nella versione ormai consolidata che incorpora “Another Brick in the Wall (Part 2)” dei Pink Floyd, una fusione che è ormai diventata una vera tradizione degli show di Alice Cooper.

Per la prima volta durante la serata Alice si concede anche un momento di dialogo con il pubblico, presentando uno a uno tutti i componenti della band e ricevendo applausi calorosissimi per ciascuno di loro. È il giusto tributo a musicisti straordinari che, concerto dopo concerto, contribuiscono a rendere questo spettacolo uno dei migliori che il rock possa ancora offrire.

La chiusura riserva anche una piacevole sorpresa. Dopo un omaggio ai Nirvana con “Smells Like Teen Spirit”, dedicato a Kurt Cobain, arriva “Under My Wheels”, ultimo grande regalo per il pubblico dell’AMA Music Festival. Una conclusione esplosiva che suggella una scaletta semplicemente eccezionale e lascia inevitabilmente la sensazione che il concerto sia passato troppo in fretta.

Ancora una volta Alice Cooper dimostra di appartenere a quella ristrettissima cerchia di artisti senza tempo. A 78 anni continua a esibirsi con una voce sorprendentemente solida, una presenza scenica magnetica e un entusiasmo che molti musicisti ben più giovani potrebbero soltanto invidiare. Ogni tour aggiunge qualche dettaglio nuovo, qualche variazione scenografica, qualche sorpresa in scaletta, senza mai tradire l’identità di uno spettacolo che è ormai entrato nella leggenda del rock.

L’AMA Music Festival saluta così la propria edizione con un protagonista assoluto, capace ancora una volta di confermare perché il suo nome occupi un posto d’onore nella storia della musica. Alice Cooper non smette mai di stupire e ogni suo concerto rappresenta una nuova occasione per ricordare cosa significhi assistere a uno dei più grandi showman che il rock abbia mai conosciuto.

Quello che è certo è che, ogni volta che Alice Cooper torna nel nostro Paese, il risultato è sempre lo stesso: uno spettacolo memorabile, costruito con una cura maniacale per ogni dettaglio e sostenuto da una band straordinaria.

Ci sono artisti che salgono sul palco per suonare. Poi ci sono leggende che trasformano ogni concerto in un’esperienza. Alice Cooper, ancora una volta, appartiene senza alcun dubbio alla seconda categoria.

Setlist

    1. Who Do You Think We Are
    2. Spark in the Dark
    3. No More Mr. Nice Guy
    4. House of Fire
    5. Billion Dollar Babies
    6. I’m Eighteen
    7. Muscle of Love
    8. Feed My Frankenstein
    9. Dirty Diamonds
    10. Caught in a Dream
    11. Hey Stoopid
    12. Dangerous Tonight
    13. Poison
    14. Guitar Solo (Anna Cara)
    15. Brutal Planet
    16. Ballad of Dwight Fry
    17. Cold Ethyl
    18. Only Women Bleed
    19. Going Home
    20. School’s Out
    21. Smells Like Teen Spirit
    22. Under My Wheel

Testo di Daniele Fanizza
Fotografie di Daniele Angeli

 

 

 

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