Molti di noi pensavano che non sarebbe mai stato possibile vedere una reunion dei Bauhaus e rivivere un concerto dell’iconica band in formazione originale, capace di imporsi come uno dei gruppi musicali più rappresentativi e importanti del movimento post-punk e gothic rock . Questo grande desiderio fu infatti placato solo in parte dai progetti da solista di Peter Murphy, i tour di Mr. Moonlight (dove Murphy suonava un set tutto Bauhaus) e il suo Ruby Celebration Tour in collaborazione con il bassista David J per il 40° anniversario della band. Ci fu inoltre grande clamore al ritorno sui palchi dei Poptone, il gruppo di tre elementi formato dal chitarrista Daniel Ash e dal batterista Kevin Haskins (insieme a sua figlia Diva Dampé) in cui suonarono materiale da Tones on Tail, Love and Rockets e una o due canzoni dei Bauhaus per il bis. Tutto questo però, non è mai sembrato come qualcosa di completo. Sembrava che fosse qualcosa che dovevamo semplicemente accettare. Le linee sembravano piuttosto tracciate poiché Murphy e Ash dall’esterno sembravano sviluppare un ardente conflitto tra di loro, come narra il libro di memorie di David J Who Killed Mr. Moonlight? del 2014…

Poi accadde l’episodio dell’infarto di Murphy, che sebbene sia stato piuttosto traumatizzante vedere che il nostro eroe era anche lui umano, ne conseguì una notizia incredibile: una reunion dei Bauhaus!

Dopo l’uscita del nuovissimo pezzo “Drink The New Wine”, il primo brano dopo ben quattordici anni, la simbolica band di Northampton annunciò le date di un tour che comprendeva una gran parte di date negli Stati Uniti e qualche apparizione anche in Europa, tra cui l’evento a Milano di cui abbiamo avuto l’onore di poterne far parte.

In un Alcatraz quasi al completo, dove si percepisce una grande atmosfera di entusiasmo e di attesa, va in scena il suono inconfondibile della band inglese con gli storici toni dissonanti e macabri del dark punk combinati a quel tocco di atteggiamento teatrale ispirato al glam rock. Una vera rappresentazione sensazionale del rock gotico con toni lugubri, bassi distorti e chitarre cariche di effetti fuzz. Un Peter Murphy dalla voce imponente ed una giacca a spalle ricoperte di piume nere ruba l’intera scena come una presenza divina, da cui l’occhio riesce solo a distogliersi ad attimi per osservare il carismatico Daniel Ash sfoggiare una capigliatura degna da quinto membro dei Sex Pistols e una giacca a paillettes dall’effetto stroboscopico.

Si inzia subito con quattro pezzi tratti dall’album d’esordio della band del 1980 “In The Flat Field”, grande manifesto del post punk e anche simbolo della primissima generazione new wave britannica. La cover di John Cale “Rosegarden Funeral of Sores” suona come una rinascita psichedelica della band con un effetto d’entrata assolutamente d’impatto. Un pezzo capace di servire su un piatto d’argento l’intro per il secondo brano in scaletta “Double Dare” che vanta uno dei riff di basso distorti più sensazionali della carriera della band, garantendo un effetto di dipendenza strabiliante. E così anche le seguenti “In The Flat Field” e la più lenta ed introversa “A God in an Alcove” suonano come suggestivi presagi di dannazione dal carattere misterioso ed avvolgente, come a rappresentare dei psicodrammi da cui è impossibile non farsi coinvolgere. C’è un singolare connubio tra solennità ed esoterismo in questi pezzi. Il tutto viene infatti raffigurato alla perfezione dal rito di incoronazione esibito da Murphy proprio alla fine di “A God in an Alcove”, apportando quindi quel tocco teatrale simbolico di quel pizzico di irriverenza glam che ha sempre contraddistinto la band in un modo davvero eccezionale. Il suono è impeccabile fin da subito, il che dimostra un gran lavoro esibito in soundcheck (sicuramente aiutato anche dal fatto che non erano presenti gruppi spalla prima dell’esibizione dei Bauhaus).

Si cambia completamente atmosfera e ritmo su “In Fear of Fear”, brano tratto dall’ album “Mask” del 1981. Un pezzo dal ritmo decisamente funk e carico di groove su cui è praticamente impossibile non ballare. Anche se va detto che questo stile si dissocia in modo molto deciso dalla maggior parte dei pezzi che hanno reso celebre la band, è sicuramente un pezzo che va apprezzato per inventiva ed originalità, così come anche gli altri brani tratti da “Mask” che condividono questa tendenza quasi pop. Infatti, questo brano va rimarcato per l’assenza di chitarra e l’esibizione di Daniel Ash con il sassofono, il che crea un effetto scenografico particolarmente suggestivo. Un riff di basso estremamente catchy completa il tutto ed assicura un passaggio “off the track” decisamente riuscito.

Dopo la malinconica e particolare “The Spy In The Cab”, esplode l’entusiasmo del pubblico per l’inconfondibile “She’s in Parties”, arricchito da una lunga parte strumentale dove Murphy si esibisce suonando sia la melodica che il multipad.

Ripassando da un altro pezzo dal carattere molto funky come “Kick In the Eye” (non a caso tratto anch’esso da “Mask”) arriva il momento tanto atteso di “Bela Lugosi’s Dead”, inno assoluto della musica dark. Nato come un omaggio all’iconico attore ungherese che interpretò Dracula nella pellicola diretta da Tod Browning, il brano viene esibito in maniera impeccabile ripercorrendo ognuno dei dettagli che hanno reso celebre questo pezzo. Dettagli che si dimostrano tanto minimal quanto fondamentali: un inizio di batteria in solitaria, giri di basso essenziali, accordi di chitarra quasi grotteschi di Ash e le declamazioni raggelanti di Murphy. Un pezzo tanto semplice quanto geniale, che si snoda in modo sempre più sfibrante e sinistro, con un andatura psichedelica quasi ossessiva ricca di eco cupi che si dimostrano letteralmente da brividi. Unica nota negativa, per quanto il pezzo originale duri di per se già quasi 10 minuti, mi sarei aspettato che un brano del genere potesse godere di una versione live ancora più lunga, proprio perché ascoltando questo pezzo si entra in una dimensione spirituale che fa letteralmente viaggiare la mente e sarebbe quindi stata una pura goduria far perdurare quest’effetto ancor di più dal vivo…

“Silent Hedges” assicura una transizione pressoché perfetta, con la prima parte in clean sound che in modo progressivo si trasforma in un prevalente suono di basso carico di un effetto fuzz devastante, capace di generare grande entusiasmo tra il pubblico. Il che precede un cambio quasi brutale delle luci da palcoscenico (che fino a quel momento erano state prevalentemente bianche e molto sobrie per far prevalere l’effetto penombra) passando quindi improvvisamente ad un rosso estremamente accesso e dominante sulle prime note di “Passion of Lovers”, creando un effetto davvero suggestivo per questa ballata dalle cadenze gotiche esaltata da una grande interpretazione di un Murphy che si dimostra ancora una volta in gran forma vocale anche a 64 anni.

Giunge il momento a mio avviso più entusiasmante della serata, con due pezzi come “Stigmata Martyr” e “Dark Entries” a generare un ondata di suono stravolgente, di quelle che ti penetrano nelle vene e che ti fanno tremare le arterie. Sul primo pezzo, Murphy si cimenta anche nei panni di un tetro sacerdote intonando il pezzo con l’asta del microfono impugnata sopra le spalle come a simboleggiare un crocifisso. Il resto è tutto un susseguirsi di elementi horror con dissonanze e distorsioni in chiave punk che creano un effetto totalmente avvolgente ed estremamente carismatico.

Si spengono le luci e la band sparisce dietro le quinte prima di tornare sul palco per il gran finale del set, condito dal susseguirsi di ben 3 celebri cover della band britannica ovviamente rivisitate in chiave Bauhaus. Si tratta di “Sister Midnight” di Iggy Pop, “Telegram Sam” dei T-Rex e l’immancabile “Ziggy Stardust” di David Bowie. La nuova giacca eclettica indossata da Murphy per questo fine set dà una caratura meno tetra al frontman dei Bauhaus che interpreta questi tre pezzi dal carattere meno cupo in grande stile onorando in pieno i grandi artisti autori dei pezzi originali.

Il set si conclude bruscamente proprio sulla cover di Bowie, con la band che saluta abbastanza freddamente il pubblico e torna dietro le quinte, questa volta definitivamente. Il che lascia tutti decisamente perplessi perché è passata appena un ora e dieci minuti e il concerto è già finito… davvero un peccato. Stiamo parlando di una band che è tornata a suonare con la formazione originale con grande clamore e tanta attesa, che si è sicuramente esibita in una performance convincente, ma proprio dato l’attesa che c’era per questo evento e il prezzo decisamente elevato dei biglietti, non è accettabile che suonino così poco… per quanto l’età dei membri abbia inevitabilmente ormai un impatto sulle capacità fisiche, con tutto rispetto, ci sono molte altre band con musicisti ancora più in là con l’età che continuano ad esibirsi per molto più tempo, onorando al massimo la loro storia e soprattutto la presenza dei fan. Ecco, questa è proprio la sola nota negativa che ci lascia questo concerto… un atteggiamento della band un po’ freddo e un set assolutamente troppo corto vanno ad intaccare parzialmente quella che invece è stata una performance di tutto rispetto… c’era ampio margine in scaletta per aggiungere altri pezzi iconici della band come “Crowds”, “Spirit” o “All We Ever Wanted Was Everything”, solo per citarne alcuni. Anche banalmente il nuovo singolo “Drink The New Wine” si poteva inserire, il che sarebbe stato un segnale forte a testimone magari di qualche potenziale progetto in studio… insomma, c’arano molte soluzioni per fare durare il concerto almeno una ventina di minuti in più.

Detto questo, rimane la buonissima performance di tutti e quattro i membri dei Bauhaus così come una performance scenica di Peter Murphy molto convincente, senza essere prigioniero della sua immagine emblematica di personaggio demoniaco dei primi album e con una disinvoltura che dimostra la piena padronanza della sua maturità artistica. Stiamo parlando di una band che è un patrimonio storico per i cultori del rock più oscuro e che ha lasciato senza alcun dubbio un eredità importante al mondo della musica. A Milano, i Bauhaus hanno saputo portare sul palco sicuramente tanta qualità artistica, ma rimane il rammarico che quest’esperienza musicale tanto attesa sia durata veramente troppo poco…

Setlist

Rosegarden Funeral Of Sores (John Cale cover)
Double Dare
In The Flat Field
A God In An Alcove
In Fear of Fear
The Spy In The Cab
She’s In Parties
Kick In The Eye
Bela Lugosi’s Dead
Silent Hedges
The Passion Of Lovers
Stigmata Martyr
Dark Entries

Encore
Sister Midnight (Iggy Pop Cover)
Telegram Sam (T. Rex Cover)
Ziggy Stardust (David Bowie Cover)

Band
Peter Murphy – Voce
Daniel Ash – Chitarra
David J – Basso
Kevin Haskins – Batteria

Fotografie di Ilaria Maiorino
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Si ringrazia Vertigo

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