Frontiers Music – ottobre 2020

Difficile.

Scrivere questa recensione mi risulta davvero difficile in quanto adoro i Blue Öyster Cult, ritenendoli da sempre criminalmente sottovalutati.  Dato che questo “è uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo”, cominciamo dunque.

Premo il play, supero il primo attimo di sgomento (dopo capirete il perchè), e mi rendo subito conto di come le mie aspettative riguardo questo album non corrispondano affatto alla realtà dei fatti. Naturalmente, dopo 53 (CINQUANTATRÉ, ripeto) anni di onorata carriera non mi aspetto certo un altro “Secret Treaties”, ma neanche… questo.

Le prime tre canzoni non sono altro che AOR, puro e semplice: ecco quindi un sound leggerino, cori, melodie ruffiane, chitarra elettrica in evidenza durante l’assolo, e tutto il campionario del genere.

Ok, ora sono decisamente in confusione in quanto ricordo benissimo un particolare: diversi anni fa dichiararono in un’intervista che non l’avrebbero mai suonato. Avere Albert Bouchard come ospite (uno dei fondatori della band, nel lontano 1967) in “That Was Me” di certo non contribuisce a chiarire la situazione.

D’accordo, non è certo un crimine cambiare idea, ma comprenderne il motivo è più arduo. Reputo poco probabile quello economico – gli anni ’80 son passati da un pezzo, e i dischi non li compra più nessuno – quindi? Perdita d’ispirazione? Mancanza d’interesse per composizioni più complesse? Influenza della nuova etichetta discografica? Come sempre, fatevi la vostra idea.

“Nightmare Epiphany” è una discreta canzone rockabilly, purtroppo con una linea vocale debole e un ritornello assai deludente. Oltretutto, la scelta di una coda strumentale di un minuto e mezzo nel finale mi lascia abbastanza perplesso.

Le due canzoni successive tornano sul rock melodico, soprattutto “Edge of the World”. La costruzione delle linee vocali e i ritornelli catchy continuano a non convincermi, ma almeno la prestazione al microfono di Castellano in “The Machine” è buona; la canzone decisamente meno (i cori alla Bon Jovi erano proprio necessari?), per quanto l’hammond nel finale mi strappi un grosso – e amaro – sorriso .

Arrivato a questo punto è palese come, rispetto all’album precedente (uscito ormai diciannove anni fa), il nuovo “The Symbol Remains” prema decisamente di più sull’acceleratore e mostri un’eterogeneità maggiore. Basterà per strappare un giudizio positivo? Di certo l’estrema compressione delle singole tracce non aiuta, spero che il supporto fisico mostri maggiore dinamica del sound.

Eterogeneità, dicevamo: in effetti “Train true” ha un registro totalmente differente da quanto ascoltato in precedenza; ad una partenza con un’armonica simulante il fischio di un treno (ovviamente), segue un andamento quasi country, ma elettrico: dovessi associare un’immagine, direi che questa canzone è la perfetta colonna sonora di un rodeo. Divertentissima, finalmente qualcosa d’interessante.

“The Return of St. Cecilia” e “Stand and Fight” sono decisamente le canzoni più hard del disco, arrivando nel secondo caso a toccare l’heavy. Purtroppo anche qui i cori banalizzano tutto il resto, ed è davvero un peccato. Va benissimo utilizzare soluzioni di mestiere dopo cinque decenni d’attività, però se ne sta abusando. Questo si riflette anche nella registrazione, con le chitarre prevalentemente in primo piano rispetto alle vocals.

“Florida Man” non smentisce quanto appena detto, in quanto le sue linee vocali sono veramente stucchevoli al mio orecchio, portandomi a saltarla ad ogni ascolto.

Discorso opposto per “The Alchemist”; qui il culto dell’ostrica blu mostra finalmente le sue carte vincenti, componendo una canzone davvero degna del loro nome. Sei minuti di tuffo nel passato: atmosfera, oscurità, c’è tutto quello che me li ha fatti amare. Peccato sia un episodio isolato; tra l’altro è stata composta da Richie Castellano, entrato nella band nel 2004. Dice nulla?

Le ultime tre canzoni preferisco non commentarle una per una, in quanto si distaccano poco dalle soluzioni musicali proposte in precedenza, anche se “There’s a Crime” merita una menzione: è ruvida e “rock” quanto basta per portare un’ultima ventata di freschezza.

Concludendo, via alle considerazioni finali: questo album ha sicuramente dei difetti, in primis l’eccessiva lunghezza. Il sound proposto è troppo easy listening per il sottoscritto, ma è questione di gusti personali.

Per il resto, aggiunge qualcosa alla precedente discografia dell’ostrica blu? No.

L’avrei preso in considerazione, senza quel monicker in copertina? Assolutamente no.

… ora avete capito perchè era così difficile scriverla?

www.blueoystercult.com

Tracklist:

  1. That Was Me (3:18)
  2. Box in My Head (3:46)
  3. Tainted Blood (4:17)
  4. Nightmare Epiphany (5:30)
  5. Edge of the World (4:52)
  6. The Machine (4:14)
  7. Train True (Lennie’s Song) (3:57)
  8. The Return of St. Cecilia (4:12)
  9. Stand and Fight (4:48)
  10. Florida Man (4:08)
  11. The Alchemist (6:00)
  12. Secret Road (5:24)
  13. There’s a Crime (3:37)
  14. Fight (3:12)

 

Band:

Eric Bloom – voce, chitarra, tastiera
Buck Dharma – chitarra, voce, tastiera
Richie Castellano – voce, tastiera
Danny Miranda – basso, cori
Jules Radino – batteria

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