2020 – BMG

Più di 25 anni dopo il loro debutto nel 1994 con Sixteen Stone i Bush sono tornati con un album che ricorda quei primi tempi, almeno nell’approccio più pesante dal punto di vista chitarristico. The Kingdom è infatti basato su riff diretti e duri rispetto al suo predecessore, il più pacato Black And White Rainbows del 2017, e segnato dal divorzio del cantante..

L’ottavo album della band di Gavin Rossdale è stato prodotto dallo stesso cantante e da Tyler Bates, già al lavoro con Marilyn Manson e l’ex marito di Gwen Stefani aveva dichiarato di voler tornare ad un ritorno alle origini, influenzato dal sound delle band con cui ha condiviso i palchi. La band, negli ultimi due anni, ha suonato infatti a molti festival metal e hard rock.

The sadness is the emptiness
We’re shadows in the rain
She covered me in loneliness
Like flowers on a grave

L’aspirazione di abbinare i suoni rock contemporanei al passato si evidenzia nei singoli Flowers on a Grave, sicuramente una delle migliori canzoni della band da venti anni, e Bullet Holes (presente nel film “John Wick 3 – Parabellum” con protagonista Keanu Reeves).

I’m on the highway, I’m walking ‘cross America
Sweat stain in my blue suede shoes
Race wars, Star Wars, planet wars, mind wars
Tryna find ways to get to you
Always on the precipice, candy wish
So what would you prescribe?
‘Cause every moment’s something sacred, yeah
It’s such a wild ride

Blood River mette in mostra il potenziale della chitarra di Chris Traynor, dove un forte riff centrale porta avanti la struttura ritmica della melodia. Tuttavia, questi momenti più forti di The Kingdom, tra cui la stessa titletrack, sono troppo spesso oscurati da uno stile di produzione abrasiva e a tratti confusa, soprattutto nella seconda parte del disco, con la voce emotiva del frontman Gavin Rossdale che permane sempre al centro e il suo flusso di coscienza a volte un po’ troppo derivativo, mescolando intense storie d’amore, droga, morte e persino Star Wars.

Undone è un bel momento di calma riflessione e onestà emotiva, che ci riporta alle ballad dei primi dischi, Quicksand ha un eccellente e solido lavoro strumentale, accompagnato dalla precisa batteria di Gil Sharone, che ha registrato il disco sostituendo lo storico batterista Robin Goodridge, anche se in pianta stabile nella band è subentrato Nik Hughes.

Ghosts In The Machine è un altro bell’esempio di come melodia e riff pesanti si intreccino attraverso la stratificazione della voce matura di Gavin Rossdale, in una canzone che può ricordare i tempi di The Science of Things o Golden State.

Give me the antidote
‘Cause I really want to stay alive
I get my feeling that you’re sinking
I’d like to pull you out in time, in time

Are we not slaves?
Ghosts in the machine

La determinazione dei Bush è ammirevole  e alla fine i devoti dei Bush e del Grunge che hanno vissuto gli anni novanta troveranno buoni spunti in The Kingdom, mentre chi ha criticato la band etichettandola come semplice clone continuerà a farlo. E per finire, la copertina, forse una delle più brutte della storia del rock.

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