Canaja – Energy Drunk

 

 

Moka Records – Gennaio 2016

Non fa mistero che gli Stati Uniti rimangano un punto di riferimento imprescindibile quando si parla di groove metal. Persino dopo un ventennio buono dai primi vagiti di quel genere fumoso identificato come NWOAHM e nonostante tanti ottimi acts, anche europei, gli americani sembrano avere una marcia in più. In un certo senso non sorprende: è impossibile scindere completamente questo tipo di sottogenere dalle influenze del folk americano, del country. Stesso dicasi per lo stoner, il southern o per categorizzazioni pure apparentemente lontane, come il thrash moderno. Insomma, per farla breve: se in un certo senso la culla di questa musica resta il sud degli Stati Uniti, c’è un solo modo per suonarla come si deve. Bisogna essere redneck dentro.

Ecco spiegato, a mio modesto avviso, perché ben poche band extra-USA raggiungano la necessaria credibilità quando si cimentano con sonorità che pure tutti amiamo, ma che non fanno davvero parte del nostro DNA musicale. È dunque con piacevole sorpresa che devo riconoscere ai modenesi Canaja di fare eccezione.

I nostri non sono esattamente dei novellini ma, con l’esclusione di una prima autoproduzione ormai risalente al 2011, questo “Energy Drunk” rappresenta la prima release ufficiale (Moka Records).
Il titolo di sicuro non mente: l’EP parte subito a canna ed è un bolide da 26 minuti molto inquinante, che può solo ingranare marce, mai scalarle. Siete avvertiti.

L’opener “Rizla” non è forse memorabile ma ha il giusto mood, un ottimo rifferama e le vocals abrase dall’alcool sono come una dichiarazione d’intenti. Decisamente tutt’altro tiro per “Dirty dirty Sanchez”, per quanto mi riguarda il miglior pezzo del lavoro. La strofa, persino più dei ritornelli, è trascinante. Si prosegue con l’ottima “Pork Chop Express” e, giunti pressappoco a metà disco, si è fatta ormai evidente la coerenza stilistica e sonora che permea ogni brano. Chitarre monolitiche e basso pedissequo, suoni di batteria punchy e ben definiti (qui forse avrei preferito un po’ più di sozzura ma si tratta di un dettaglio) e voci che tributano più di qualcosa al filone Pantera, Lamb of God e consorteria varia, pur mantenendo caratteri di personalità. Sono sicuro che anche i testi debbano essere estremamente godibili e divertenti ma non posso affermarlo con certezza, perché purtroppo la dizione non è molto comprensibile. Questa è una pecca di certo migliorabile.

Con “Big Tasty” si mette il turbo all’ignoranza, oscillando come un pendolo tra lo stoner e il groove metal più patinato. Questo è un brano il cui ascendente, più che al disco, appartiene all’esibizione dal vivo. “White Knuckle” è l’unico pezzo che quasi grida all’apostasia, lasciando Jersey ed Alabama per ricordare, a grandi linee, un incrocio deviato tra pattern maideniani e la ruvidezza dei Motörhead… ma hey, neanche il tempo di convincersene che la coerenza stilistica riprende le briglie, le suddette sonorità si ridimensionano a semplici nuances e le linee di voce ci riportano immediatamente a casa. La closing track “My name is Jesus but you can call me Juju” occupa la propria posizione a buon diritto, con ampie sezioni in ternario ad alto tasso di memorizzabilità.

Una nota di merito anche per la produzione, sufficientemente arrogante ma pulita.

In conclusione: 26 minuti mai impegnativi all’ascolto ma sempre piacevoli, ve li berrete in una sorsata ancora, ancora e ancora. Assieme a una braciola e tanto whisky, s’intende.

www.canaja.it

1. Rizla
2. Dirty Dirty Sanchez
3. Pork Chop Express
4. Big Tasty
5. White Knuckles
6. My Name Is Jesus but You Can Call Me Juju

Band:
Alessandro Bulgarelli – voce
Lorenzo Dodi – batteria
Roberto Botti – chitarra
Andrea Serravalli – basso
Stefano Mattioni – chitarra

Canaja - Band 2016

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