In occasione dell’uscita del suo nuovo progetto discografico, vi presentiamo un’introduzione al cantautore valdostano Davide Mancini e al suo ultimo lavoro in studio. Dopo la pubblicazione del singolo satirico “Sono un tipo problematico”, una descrizione acuta della complessità sociale odierna, è disponibile l’album concettuale “Effimeri, Erranti e Vagabondi”.

Questo disco indaga il disagio emotivo dell’uomo contemporaneo di fronte a un presente caotico, trovando nell’arte, nella cultura e nella natura incontaminata della Valle d’Aosta una via per recuperare la serenità. L’opera, composta da otto tracce (quattro in italiano e quattro in patois), chiude idealmente la trilogia aperta nel 2008 dall’album “Madame Gerbelle”. Al progetto hanno preso parte prestigiosi collaboratori, tra cui il bassista Massimo Spinosa, la cantante jazz Irene Burratti, la cantante Sara Borghese e il musicista Ezio Borghese al bandoneon.

La carriera di Davide Mancini affonda le radici negli anni passati come batterista della O’Connel Street Band e come frontman dei Celtica, formazione etno-rock con cui ha pubblicato l’LP “L’altro rock”. Nel suo percorso solista ha intrapreso tour internazionali e calcato palchi storici come il Pistoia Blues Festival e il Porretta Soul Festival, aprendo i concerti di formazioni come The Connells, La Crus e del cantautore Bruno Lauzi. Oltre ad aver collaborato con il celebre polistrumentista Mauro Pagani, la sua discografia include il secondo capitolo “Poesia e Democrazia” (2015) e i recenti singoli di successo underground “Aosta Capitale” e “Preghiera Punk”.

 

1. “Effimeri, Erranti e Vagabondi” conclude una trilogia iniziata con “Madame Gerbelle” nel 2008. Guardando oggi a questo percorso, qual è l’evoluzione più importante che riconosci nel tuo modo di scrivere e raccontare il presente?

Da Madame Gerbelle ad oggi, vale a dire nel corso di quasi 20 anni, il mio modo di scrivere è cambiato notevolmente. Ho lavorato molto sull’aspetto musicale e su quello che intendevo proporre nei testi, ho sperimentato la scrittura caratterizzata da tante anafore, ho investito molto sull’ironia e mi sono avvicinato ad altri idiomi. Insomma, una palestra formativa continua.

2. Nel disco descrivi un’umanità inquieta, ma eviti di trasformare le canzoni in manifesti o lezioni. Quanto è difficile affrontare temi come il disagio sociale, la precarietà e la crisi contemporanea senza cadere nella retorica?

Trovo il quesito molto intelligente; in realtà detesto tutto ciò che si risolve in inno, slogan o retorica buonista. Cerco di evitare tutto quello che possa apparire come rivelatore, poiché non ho nessuna strada da indicare, se non quella del dubbio o della perplessità. Mi sforzo, quindi, di affidarmi il più possibile all’ironia e a quelle frasi talmente iperboliche da apparire paradossali.

3. Hai scelto di riproporre metà dell’album in dialetto valdostano. Dopo aver vissuto questa esperienza, credi che il patois possa diventare una parte stabile del tuo linguaggio artistico oppure rimane una sperimentazione legata a questo progetto?

No, non penso che il dialetto possa entrare in pianta stabile nelle mie proposte musicali. Penso, altresì, che sicuramente si possa replicare questa esperienza, ma con un brano soltanto, poiché è troppo complesso, lungo e faticoso lavorare con lingue differenti all’interno di un disco.

4. Nel singolo “Sono un tipo problematico” utilizzi l’ironia per parlare di una società che sembra vivere in uno stato di perenne inquietudine. Secondo te oggi l’ironia è ancora uno strumento efficace per far riflettere il pubblico o rischia di essere fraintesa?

Oggi penso che l’ironia sia bandita e vista molto pericolosamente, non tanto da chi non la percepisce, quanto da chi ne intuisce le potenzialità, vale a dire il potere, di qualsivoglia natura egli sia. Spesso nelle mie proposte mi ispiro a Gaber e Rino Gaetano, due autori molto differenti che hanno dipinto la società e sé stessi, a mio avviso, in maniera mirabile.

5. Nel tuo percorso hai attraversato il rock, il folk, il jazz e il cantautorato, collaborando con musicisti come Massimo Spinosa e Mauro Pagani. Oggi come definiresti la tua identità musicale e quali influenze senti ancora indispensabili nel tuo modo di comporre?

Ho attraversato numerosi generi perché le band, un po’ come le famiglie, subiscono spesso stravolgimenti, tempeste, crisi. Ho, quindi, obtorto collo, toccato tutti gli estremi, dal rock al jazz, non per scelta ma perché altrimenti mi sarei presentato da solo. È stata una palestra formativa enorme, oggi posso dire di amare la musica ancor di più di quando iniziai.

6. L’album invita a rallentare e a ritrovare equilibrio attraverso arte e natura, un message quasi controcorrente rispetto alla velocità con cui oggi si consumano musica e contenuti. Che cosa speri rimanga all’ascoltatore dopo aver ascoltato “Effimeri, Erranti e Vagabondi” dall’inizio alla fine?

L’invito, o meglio la direzione attorno alla quale ruota l’intero lavoro musicale, è quello di amare la lentezza, di non farsi travolgere dal frastuono del mondo, di avvicinarsi alla natura, all’arte e alla propria complessità. Sempre con umiltà.

7. Porterai l’album sul palco?

Si, ho già partecipato a three esibizioni, ora ne avrò un’altra il 26 di luglio a Plout e il 21 di agosto al castello di Sarre. Poi proseguirò il 10 ed il 26 di settembre ad Aosta. Oggi suonare dal vivo, soprattutto per chi non è sostenuto dal sistema mainstream, è praticamente impossibile. Penso sia lo specchio di una decadenza a mio avviso irreversibile del paese, nel senso che una volta esisteva un fecondo e florido mondo considerato “alternativo” che permetteva a tutti di esibirsi ovunque ed anche di vivere di musica, oggi quel mondo non esiste praticamente più.

 

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