Deep Purple – Live 2007 – Mantova, Pala Bam

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Cos’hanno in comune quattro signori britannici di mezz’età e un po’ più giovane e capelluto signorotto statunitense? Sicuramente l’amore per il colore viola, profondo… Poi una grande passione per la musica, il divertimento, lo spirito del rock’n’roll, il desiderio di condividere con gli altri le proprie sensazioni e poi suonare insieme divinamente…

Ebbene sì, i Deep Purple in tutti questi anni sono sempre loro. Un po’ ingrassati, solcati dall’età e dalla vita, ingrigiti dal tempo che scorre, ma pur sempre i Deep Purple, la band hard rock più longeva di tutti i tempi! Sono cambiate le line up (Ian Paice, Roger Glover, Ian Gillan, Steve Morse, Don Airey quella attuale), chi è andato via per sempre e chi da sempre è rimasto, chi è ritornato e chi si è inserito e ha messo radici. Inchino il mio capo, come faccio sempre quando mi riconosco colpevole di qualcosa, e chiedo venia a questi signori che hanno reso grande l’hard rock e lo hanno fatto amare e desiderare a migliaia di persone che dalle loro note hanno trovato giovamento e ristoro. Inchino il mio capo e chiedo venia per averli trascurati per lungo tempo poichè dall’ultima volta che li ho visti dal vivo sono trascorsi circa vent’anni, mi inchino e chiedo venia davanti alla loro infinita grandezza e giovinezza musicale che non finirà mai di stupirmi.

Stranito e con fare un po’ scettico e superficiale, ma con il profumo del rock’n’roll nell’animo, sono lì, ai cancelli del PalaBam di Mantova; entrato e una volta abbassate le luci e accesi i riflettori viola sui pannelli tendati di colore bianco e nero, pervaso dal classico fremito che solo poche cose sono in grado di sucitare in me riuscendo a toccare i miei centri nervosi, ascolto quei riff, seguo quei movimenti dell’ugola ed entro in quei ritmi conosciuti, sembra solo da ieri, e scetticismo e superficialità scivolano via in un batter d’occhio e il mio cuore sussulta impossessatosi di quel miele che per anni mi ha fatto sopravvivere.

Dalle prime note l’atmosfera non è la solita di un solito concerto rock (ripetizione voluta). Ci sono cinque colossi della musica di fronte a me e a tutto il pubblico che a bocca spalancata è lì per assaporare un gusto modernamente classico. Tre generazioni e forse qualcosa in più pendono dai riff eterni che ormai fanno parte del patrimonio genetico di un qualsiasi appassionato e non solo… Cinque dinosauri (nel senso più affettuoso e rispettoso del termine) che con i loro suoni riempiono l’aria di quel senso oramai perduto negli abissi del caos della contaminazione musicale. Cinque mostri sacri che album dopo album, concerto dopo concerto, vita dopo vita hanno reso grande il rock’n’roll, quello vero, quello ricco di energia, quello pieno di passione e sentimento. Un’ora e 45 minuti di piacevole e corposo spettacolo in cui nulla è stato scontato, la storia del rock nuovamente davanti a me. Ciascun musicista ha proposto il proprio assolo, tributo ai classici Led Zeppelin, Jimi Hendrix, Free, proposti da Steve Morse, all’omaggio a Pavarotti di Don Airey, all’impressionante bravura di Ian Paice (rullata in crescendo di velocità con una sola mano), al cupo solo di Roger Glover per introdurre “Black Night”… e poi l’ugola di Ian Gillan, che forse più di tutti ha risentito dell’inclemente scorrere del tempo, ma sempre potente e straordinaria, meglio di quanto mi aspettassi. Ciascun musicista in un unico caloroso ed intenso corpo: Deep Purple. E poi i brani, dal conosciuto (e mal sfruttato da parte di qualche programma televisivo di scarso gusto) “Smoke on the Water”, a “Strange Kind of Woman”, “Perfect Stranger, “Into the Fire”, “Hush”, “Lazy”, “Highway Star”, “Space Truckin'” e via via tutto il resto… musica classica, insomma…

Di fronte ad uno stile senza tempo, tutto viene avvolto dal viola e dal suo profumo…

 

 

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