Stasera per me è l’occasione di colmare una “lacuna”: seguo gli Enslaved dalla metà dei Novanta, anche se finora non ero mai riuscito ad ascoltarli dal vivo; dopo tutti questi anni, il Traffic me ne concede – finalmente – l’occasione.

Mi avvio con grandi speranze verso il locale, trovando una quantità impressionante di traffico per strada e perdendomi quindi l’esibizione degli Oceans of Slumber. Me ne scuso con la band, ripromettendomi di recuperare appena sarà possibile.

Varcando la soglia del locale noto molta gente, tra cui diversi giovanissimi accorsi a vedere gli australiani Ne Obliviscaris, i quali prendono posto sul palco e iniziano il loro set.dscf8587
Descriverli non è semplicissimo, in quanto mi trovo di fronte ad un extreme metal dalle influenze più disparate: dal flamenco alla musica classica (è presente anche un violino), passando per lo shred e il progressive metal; il cantato è alternato tra clean vocals, scream e growl.
La durata delle composizioni – una media di dieci minuti a pezzo – mi permette di apprezzare l’eccellente tecnica strumentale di questi sei ragazzi (pur con una batteria eccessivamente triggerata), anche se il genere proposto non è decisamente nelle mie corde.
Alla fine quello che conta è il pubblico, il quale mostra di apprezzarli e divertirsi moltissimo, cantando ogni singolo pezzo fino alla fine dello show. Un buon riscaldamento in attesa degli headliner.

 

Setlist: Devour Me, Colossus (Part I): Blackholes – Of Petrichor Weaves Black Noise – Painters of the Tempest (Part II): Triptych Lux – Pyrrhic – And Plague Flowers the Kaleidoscope

 

Il momento tanto atteso, Enslaved sul palco.
Sin dalledscf8601 prime battute la band si mostra in un buon stato di forma, lo stesso dicasi per la voce di Grutle Kjellson: negli ultimi album non l’avevo apprezzato particolarmente, ma la buona prestazione di stasera suggerisce delle scelte poco felici in fase di registrazione, o un’eccessiva compressione in studio.
La setlist proposta attinge molto dagli ultimi dischi, forse troppo: non ho mai nascosto di preferire il vecchio repertorio, reputando la seconda fase della loro carriera eccessivamente rock oriented ed eterogenea. La dimensione live conferma le mie perplessità sulla produzione recente, pur riconoscendo alla band un’indubbia voglia di sperimentare e di non esser mai uguale a sé stessa.
Questo comunque non mi impedisce di esaltarmi per una Fenris (da “Frost”, 1994) eseguita magistralmente, e in chiusura per “Allfǫðr Oðinn” dal demo “Yggdrasill”. Potrò sembrare un nostalgico – e forse lo sono – ma la mia speranza ora è in un prossimo tour con setlist old school, come per altre bands loro contemporanee.

 

Setlist:  Roots of the Mountain – Ruun – The Watcher – Building With Fire – Ethica Odini – Fenris – The Crossing – Ground – One Thousand Years of Rain – Allfǫðr Oðinn

 

 

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