I colossi del thrash metal, gli Exodus, hanno recentemente pubblicato il loro dodicesimo album in studio, “Goliath”, tramite la Napalm Records. A più di quarant’anni dall’inizio della loro carriera, la band californiana dimostra di non voler scendere a compromessi, regalando ai fan uno dei lavori più vari e potenti della loro intera discografia.
Nelle scorse settimane, gli Exodus hanno infiammato i palchi europei per promuovere il nuovo disco, accompagnati da pesi massimi del calibro di Kreator, Carcass e Nails. Durante la tappa a Helsinki, i giornalisti di Chaoszine hanno intercettato il frontman Rob Dukes per una chiacchierata intima e senza filtri.
Al centro dell’intervista c’è il suo percorso artistico: dagli esordi assoluti fino al suo attesissimo ritorno dietro al microfono degli Exodus.
Nel corso della conversazione, Dukes ha affrontato un tema cruciale per ogni cantante metal: la differenza tra la dimensione asettica dello studio di registrazione e l’impatto viscerale dei concerti.
“Chiunque è capace di cantare su un CD”, ha dichiarato Dukes, “ma quando ti trovi dal vivo, davanti a un pubblico in carne e ossa, le cose cambiano completamente. Lì si vede chi sei davvero.”
Il cantante ha poi ripercorso i momenti chiave della sua carriera, analizzando gli alti e bassi vissuti con la band, il periodo di separazione e la maturità artistica che lo ha guidato in questo nuovo capitolo targato Goliath.

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