La celebre “Voice of Rock”, Glenn Hughes, è tornato a riflettere in una recente intervista su uno degli episodi più complessi e discussi della sua carriera: la collaborazione con i Black Sabbath per l’album Seventh Star del 1986. Nonostante il disco sia oggi considerato da molti un piccolo classico, Hughes ha chiarito che far parte della band non era affatto nei suoi piani originali.
Tutto ebbe inizio a metà degli anni ’80 ai Cherokee Studios di Hollywood, dove Tony Iommi stava lavorando a quello che avrebbe dovuto essere il suo primo lavoro solista. Glenn Hughes, reduce dall’esperienza con i Deep Purple e i Trapeze, fu chiamato per dare il suo contributo vocale.
Tony stava per realizzare un album solista nel 1985. Io sono stato il primo ad andare ai Cherokee Studios di Hollywood per registrare un paio di canzoni con lui. Abbiamo scritto e inciso un paio di pezzi la prima sera; lui mi chiese di tornare il giorno dopo e così continuammo, finché finii per essere l’unico cantante di quel disco solista.
Tuttavia, le pressioni della casa discografica spinsero affinché il progetto venisse pubblicato sotto il nome Black Sabbath featuring Tony Iommi. Per Glenn Hughes, questo cambio di etichetta rappresentò un problema non solo professionale, ma anche d’identità artistica.
Entrare nei Black Sabbath non era qualcosa che volevo fare. Stavo solo cercando di aiutare Tony con il suo album solista. Ma mi è piaciuto lavorare con lui, alla fine abbiamo realizzato tre album insieme.
L’immaginario cupo e sinistro che circondava la formazione di Birmingham non si conciliava con la sensibilità soul e funk di Hughes, che pur essendo cresciuto con Ozzy Osbourne, Geezer Butler e Bill Ward, non si sentiva a suo agio nei panni del frontman di una band “dark metal”.
È stato un cambiamento molto drastico per me trovarmi in una band con una fanbase così legata a un’immagine di culto, metal e oscura. Siamo cresciuti insieme, sono la mia famiglia e li conosco personalmente, ma il loro catalogo è molto cupo e sinistro, mentre loro non lo sono. Per me indossare quel mantello e quel pugnale, quell’aura di mistero, è stato un po’ strano.
Nonostante le difficoltà, che culminarono in un tour complicato e nel suo allontanamento poco dopo l’inizio dei concerti nel 1986, Glenn Hughes non rinnega il valore musicale di quel periodo. Oltre a Seventh Star, la collaborazione con il chitarrista ha prodotto negli anni successivi anche The DEP Sessions e il celebrato Fused del 2005.
Se me lo avessero chiesto allora, avrei rifiutato molto gentilmente, perché non faceva per me far parte di una band metal così oscura. Mi sono sempre piaciute le sfide, ma credo che le voci di Ozzy e Ronnie James Dio fossero perfette per quel gruppo.

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