Hellbreath – Slave of God

Rv-Records – Giugno 1988

Mi piacerebbe tanto essere qua a tasteggiare lettere a caso, più o meno quello che hanno fatto gli Hellbreath con questo “Slave of God” solo che anzichè le lettere hanno utilizzato gli accordi. Vi ho spaventati? Non è nulla in confronto a ciò che si ascolta in questo vinile, mai ristampato in cd.

La tiratura di questo gioiello dovrebbe essere stata di 5/600 copie e, onestamente, esclusa la cerchia degli amici, ma solo i più intimi, mi sfugge proprio chi lo possa aver acquistato nel lontano 1988. Iniziamo con il definire il genere che si vocifera essere Thrash ma che in realtà mi azzarderei a definire Psichedelic Thrash con radici Hard Rock anni ’70. Mi sembra chiaro come genere e potrei finire qua la recensione. Troppo facile, già…, me la caverei con due righe e, vista la difficoltà di questo platter sarebbe anche un bel vantaggio. Purtroppo debbo fare i conti con la coscienza ed ho il dovere morale di esplorare un po meglio codesto lavoro.

All’interno di questo album trovano alloggiamento canzoncine tra gli 8 ed i 9 minuti (ben quattro!) e, nonostante la mia vista sia ancora decente, non si riesce a capire, anche osservando il vinile ad una distanza di pochi centimetri dove finisca un brano e dove inizi il successivo, decine di solchi che sembrano la fine di un pezzo ed invece sono il proseguio di quello precedente, tutto si intreccia e non si riesce a venirne a capo. Le stesse canzoni non hanno alcun ritornello capace di orientarti, centinaia di stacchi, parti puramente Hard Rock si mescolano ad accelerazioni improvvise, atmosfere grevi e cavernose fanno da contraltare ad accordi ripetuti fino allo spasimo ed il continuo ragliare del cantante/bassista, sicuramente ubriaco durante le registrazioni, riescono a confonderti ancora di più le idee.

In mezzo a questo miscuglio di suoni solo un paio di canzoni mi aiutano a capire che non ho mai fatto uso di LSD: “Riding Free”, il cui inizio sembra “Living after Midnight” dei Judas Priest ed è un pezzo, sinceramente anche bellino, e “Invasion of the Undead” dove ad un iniziale ritmo cadenzato si susseguono importanti accelerazioni ed un bell’assolo, il tutto, ovviamente, rovinato dall’ubriacone che di nome fa Georg Manger. Album veramente tosto da decifrare, a confronto, i Mekong Delta fanno canzoncine di musica pop anni ’80. Per esempio “Gambler”, all’inizio, sembra un brano qualsiasi, senza arte ne parte, il solito intreccio di chitarre, una bella accelerazione e poi… Puff, vieni scaraventato in un nanosecondo sul prato di Woodstock ed incominci a bestemmiare perchè non puoi avere certezze di ritornare nel presente ad ascoltare il metallone che tanto ti piace. Mi sento di aggiungere ancora due note di colore su questi quattro evangelisti dello Psychedelic Metal, il loro look modello John Lennon fine anni ’70 (vedi foto) e la scritta  che, a caratteri ben visibili, campeggia nel retrocopertina: “No Thanks to SPV”. Forse qualcuno si è rifiutato di pubblicare questo disco… Ma chi l’avrebbe mai detto…

Questo disco mi da la conferma che sono un masochista. Come faccio a cacciarmi sempre nei casini nella vana speranza di dare un senso compiuto ad un disco fatto apposta per incasinarti il cervello?!? Basta, da oggi in poi solo AC/DC così posso utilizzare la recensione fatta di un qualsiasi loro disco degli anni passati e con copia/incolla il gioco è fatto. Dimenticavo il fatto che sono rimasto nel pratone di Woodstock, adesso come c***o torno in Italia?!?

Quotazione: Hellbreath – Slave of God: 250/300 Euro

Tracklist:
1. Satan’s Calling
2. Slave of God
3. Gambler
4. Riding Free
5. Invasion of the Undead
6. Chainsaw Massacre/Empire of Lords
7. No Clemen

Bnad:
Georg Manger – voce, basso
Adolf Klein – batteria
Götz Mursch – chitarra
Andreas Köhler – chitarra

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