Anche quest’anno Clisson si è trasformata per quattro giorni nella capitale mondiale del rock e del metal. Ma se l’Hellfest è da sempre sinonimo di fiamme, questa edizione 2026 ha deciso di prendere il concetto un po’ troppo alla lettera. Temperature infernali, sole implacabile, code ai punti d’acqua e una domenica talmente rovente da costringere l’organizzazione a limitare la vendita di birra a 25cl per ordine e persino ad annullare il tradizionale spettacolo pirotecnico conclusivo. Una decisione inevitabile viste le condizioni climatiche eccezionali.

Eppure, né il caldo né la fatica hanno avuto la meglio sui fedeli di Infernopolis. Perché l’Hellfest è questo: una gigantesca comunità internazionale dove il metal continua a vincere su tutto.

DAY 1 – GIOVEDÌ 18/06 – TRA LEGGENDE, RITORNI E PIRATI

We Came As Romans (Mainstage 1)

Il nostro Hellfest sarebbe dovuto iniziare con i We Came As Romans, ma un ritardo targato SNCF ha deciso diversamente. Riusciamo comunque ad ascoltare buona parte del set dalla strada che costeggia i Mainstage. Da lontano, il gruppo guidato da Dave Stephens sembrava in ottima forma e brani come “Daggers” e “Black Hole” sembravano funzionare alla grande. Peccato: uno dei grandi rimpianti del weekend.

Mikkey Dee & Friends (Mainstage 2) – 8/10

Con la scomparsa di tutti i membri storici dei Motorhead e di recente anche Phil Campbell, Mikkey Dee rappresenta ormai l’ultimo legame diretto con la storica band. Il batterista svedese, oggi stabilmente nei Scorpions, ha quindi deciso di rendere omaggio alla sua ex band con uno show interamente dedicato al repertorio del trio inglese. Il risultato è eccellente. La voce del cantante ricorda sorprendentemente quella di Lemmy e la sezione ritmica martella senza tregua su classici immortali come “Ace of Spades”, “Killed by Death” e “Overkill”. Grandissima sorpresa l’arrivo sul palco di Chuck Garric, storico bassista di Alice Cooper, che interpreta “Born To Raise Hell” e “Killed By Death”. Uno dei momenti più emozionanti della giornata.

 

The Plot In You (Mainstage 1) – 7/10

La band dell’istrionico Landon Tewers conferma dal vivo quanto mostrato sugli ultimi album: metalcore moderno, pesantissimo e caratterizzato da un lavoro chitarristico impressionante. I breakdown funzionano, il suono è devastante e pezzi come “Forgotten” e “Left Behind” fanno il loro dovere. Rimangono però alcune perplessità sui passaggi in clean vocals e soprattutto sull’utilizzo fin troppo evidente di sample e basi preregistrate.

 

The Pretty Reckless (Mainstage 2) – 10/10

Taylor Momsen si conferma una delle frontwoman più carismatiche della sua generazione. L’ex attrice americana domina la scena con una sicurezza impressionante, supportata dal chitarrista Ben Phillips e da una band impeccabile. La performance vocale è semplicemente perfetta e Taylor ci delizia con una scaletta piena di capolavori della sua band con brani come “Death By Rock and Roll”, “Heaven Knows” e “Make Me Wanna Die”. Momento magico durante “Follow Me Down”, impreziosita da un lungo assolo capace di lasciare tutti a bocca aperta, mentre la discesa di Taylor tra il pubblico su “When I Wake Up”  manda letteralmente in estasi le prime file. Maestosi. Un modo perfetto per promuovere il nuovo album “Dear God”.

 

Breaking Benjamin (Mainstage 1) – 6/10

Quella di Clisson rappresenta soltanto una delle rarissime apparizioni europee della band di Ben Burnley, notoriamente poco incline ai lunghi viaggi aerei. Le aspettative erano dunque altissime. Sul piano esecutivo non c’è molto da criticare: Burnley canta benissimo, Keith Wallen e Jasen Rauch macinano riff pesanti e “Failure”, “I Will Not Bow” e “The Diary of Jane” funzionano sempre. Tuttavia, alla lunga emerge una sensazione difficile da ignorare: molti brani finiscono per seguire schemi molto simili, alternando riff aggressivi, strofe malinconiche e ritornelli emotivi. Buono, ma non memorabile.

 

The Inspector Cluzo (Valley) – 7/10

Il duo francese composto da Laurent Lacrouts e Mathieu Jourdain dimostra che non servono grandi produzioni per tenere in pugno un pubblico. Punk, blues, southern rock e tanta attitudine. Il batterista conclude il concerto distruggendo il proprio kit, chiudendo nel modo più rock’n’roll possibile uno show pieno di energia.

Deep Purple (Mainstage 2) – 7/10

Vedere sul palco Ian Gillan, Roger Glover, Ian Paice, Don Airey e Simon McBride resta un privilegio. Gli anni però si fanno sentire, soprattutto sulla voce di Gillan, che fatica nei passaggi più impegnativi. Poco importa quando arrivano inni immortali come “Highway Star”, “Space Truckin'” e soprattutto “Smoke on the Water”, resa ancora più interessante dal magnifico assolo di Simon McBride, molto ispirato all’originale ma con il tocco del talentuosissimo McBride. Però, è mancata l’energia.

 

The Halo Effect (Altar) – 8/10

Con Mikael Stanne alla voce e buona parte della storica formazione degli In Flames alle spalle, The Halo Effect rappresentano una vera e propria lettera d’amore al melodic death metal di Göteborg. Pesanti, precisi e tremendamente efficaci. Brani come “Shadowminds” e “Feel What I Believe” devastano l’Altar. Le similitudini con gli Dark Tranquility si sentono tanto, ma l’identità propria di questa super band rimane intatta.

 

Papa Roach (Mainstage 1) – 8/10

Jacoby Shaddix rimane uno dei frontman più carismatici del panorama rock mondiale. Lo dimostra ancora una volta a Clisson, trascinando il pubblico dall’inizio alla fine. Molto toccante “Brain Dead”, eseguita con il figlio giovanissimo di Jacoby sul palco, mentre il medley “Nu Metal Time Machine”, omaggio a Korn, Deftones, Limp Bizkit e System of a Down, scatena la follia generale concludendo con l’immancabile Last Resort che ha infuocato Clisson.

Alice Cooper (Mainstage 2) – 10/10

Probabilmente l’artista più costante che abbiamo mai visto dal vivo. Alice Cooper continua a proporre show teatrali impeccabili, alternando ghigliottine, cambi di costume, humor nero e classici immortali come “No More Mr. Nice Guy”, “Poison”, “School’s Out” e “Feed My Frankenstein”. Pur mantenendo sostanzialmente invariati i brani in scaletta, il nuovo ordine narrativo dello show riesce a dare nuova vita anche a pezzi come “Brutal Planet”, normalmente tra i meno memorabili del repertorio. Ottima la prova della nuova chitarrista Anna Cara, chiamata nell’impossibile compito di raccogliere l’eredità di Nita Strauss. Missione compiuta. La cover integrale di “Smells Like Teen Spirit” come finale rappresenta una sorpresa assolutamente inattesa.

 

Kadavar (Valley) – 8/10

I berlinesi guidati da Lupus Lindemann confermano tutto il loro fascino vintage. Intelligentissima la scelta di iniziare con brani relativamente accessibili come “Last Living Dinosaur” per poi spingersi progressivamente verso territori sempre più psichedelici e lunghi. Psych rock di grande fascino.

Bring Me The Horizon (Mainstage 1)

Disclaimer: i vostri inviati non hanno mai nascosto il proprio scarso amore per i Bring Me The Horizon.
Abbiamo assistito soltanto a una parte dello show e nulla di quanto visto ci ha fatto cambiare idea. Troppa elettronica, eccessivo ricorso alle basi e un’esperienza che ci è sembrata più costruita che realmente suonata dal vivo. Anche l’atteggiamento di Oli Sykes continua a lasciarci perplessi, molto antipatico con il pubblico. Per rispetto dei numerosissimi fan non assegniamo un voto.

Alestorm (Mainstage 2) – 7,5/10

Christopher Bowes e soci arrivano a Clisson con il loro consueto carico di umorismo, testi da pirati, anatre gonfiabili e cori da taverna. Serve qualche canzone per coinvolgere completamente il pubblico, ma alla fine “Drink”, “Mexico” e “Fucked With An Anchor” trasformano il Mainstage 2 in un’immensa festa.

 

Live Report a cura di Marco Fanizza
Fotografie a cura di Daniele Fanizza

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