DAY 4 – DOMENICA 21/06 – SOPRAVVIVERE AL CALDO E CHIUDERE IN FESTA

Maid Of Ace (Warzone) – 8/10

Le sorelle Carter hanno aperto la nostra domenica nel migliore dei modi con un concentrato di pop punk e punk rock diretto, sincero e pieno di energia. Un concerto semplice ma estremamente efficace, perfetto per iniziare l’ultima giornata del festival.

 

Gnome (Valley) – 6/10

L’idea di distribuire al pubblico i celebri cappelli rossi a punta è stata semplicemente geniale. Nel giro di pochi minuti l’intera area concerti si è trasformata in una gigantesca setta di gnomi. Dal punto di vista musicale, invece, il giudizio è più contrastato. La base stoner proposta dal trio belga è molto interessante e presenta riff davvero notevoli, ma la voce non ci ha convinti completamente.

Black Tusk (Valley) – 6,5/10

Gli americani hanno proposto uno sludge metal sorprendentemente veloce e aggressivo, spesso molto vicino al death metal per attitudine e intensità. Un set sicuramente accattivante e fisicamente molto impegnativo, soprattutto considerate le temperature infernali della giornata.

President (Mainstage 2) – 3/10

Non ci siamo. Una delle peggiori prestazioni viste durante l’intero festival. Troppo pop, troppo affidato ai sub-bass e praticamente privo di energia. Per tutta la durata del concerto abbiamo avuto la sensazione che il volume dei bassi fosse l’unico vero protagonista dello show. Magari il cantante aveva semplicemente troppo caldo sotto la maschera…

Fulci (Altar) – 8/10

I portabandiera italiani del death metal hanno scaricato sul pubblico una quantità impressionante di brutalità che ci ha conquistato. Purtroppo il suono non sempre chiarissimo ha penalizzato in parte la resa generale del concerto, ma l’impatto complessivo è rimasto devastante.

 

Black Veil Brides (Mainstage 2) – 10/10

Grandissima energia e grandissima sorpresa. Andy Biersack e soci hanno ormai completato una trasformazione sonora che li ha avvicinati molto al metalcore moderno. L’ultimo materiale presenta infatti molti più growl e sonorità pesanti rispetto agli esordi, allineando in parte la band all’evoluzione del genere e a quella di alcuni gruppi rivali. Che questa scelta piaccia o meno, lasciamo ai fan storici il compito di deciderlo. Noi, che fan storici lo siamo eccome, abbiamo decisamente apprezzato. Bella scaletta, suono eccellente e splendida complicità sul palco tra Jake Pitts e Jinxx, ancora una volta protagonisti assoluti alla chitarra.

 

Three Days Grace (Mainstage 2) – 10/10

Il miglior suono dell’intero weekend. Non abbiamo dubbi. Il ritorno di Adam Gontier accanto a Matt Walst continua a rappresentare uno degli eventi più interessanti degli ultimi anni nel rock alternativo e la sintonia tra i due cantanti è apparsa evidente per tutta la durata dello show. Il pubblico ha cantato ogni singola parola di “Animal I Have Become”, “Pain” e “I Hate Everything About You” a squarciagola. L’unica vera critica riguarda l’assenza di “Break”, presente invece nelle scalette di altri festival.

Rise Against (Mainstage 1) – 8/10

Tim McIlrath si conferma uno dei frontman più credibili e coinvolgenti della scena punk rock contemporanea. Super energia, grande partecipazione del pubblico e una scaletta piena di classici. Abbiamo però notato alcuni problemi ritmici e diversi brani eseguiti a velocità decisamente superiore rispetto alle versioni originali. Forse un tentativo di recuperare tempo. Resta comunque un grandissimo concerto. “Help Is on the Way” è stata particolarmente emozionante.

 

Architects (Mainstage 2) – 6/10

Siamo tristi e delusi. Adoriamo gli Architects e la scaletta proposta faceva sperare in uno show mostruoso, sulle orme di quello visto qualche anno fa sullo stesso palco. Purtroppo non è andata così. Il suono è stato semplicemente disastroso, come se il fonico si fosse addormentato con il dito appoggiato sul pulsante “bass boost” della console. E la situazione è addirittura peggiorata nel corso del concerto. Risultato: si sentivano praticamente soltanto batteria, sample e la voce di Sam Carter. Le chitarre emergevano solamente quando rinforzate dalle basi, dando spesso la sensazione che tutto fosse artificiale. Un’ora di autentico minestrone sonoro nel quale era difficilissimo distinguere i singoli strumenti. La sufficienza arriva soltanto perché Sam Carter ha comunque offerto una prestazione vocale eccellente e perché la responsabilità non sembra essere della band.

 

The Hives (Mainstage 1) – 8/10

Sicuramente tra i migliori “performer” del weekend. Pelle Almqvist è un frontman straordinario e non perde occasione per ricordare al pubblico, tra una battuta e l’altra, che “The Hives sono la miglior band del mondo”. Le interazioni con il pubblico sono state continue e spesso esilaranti. Geniale il momento in cui la band si è improvvisamente bloccata nel mezzo del concerto come se qualcuno avesse premuto il tasto pausa.

 

Bad Omens (Mainstage 2) – 10/10

Che sorpresa! Non sapevamo esattamente cosa aspettarci da una band che, in poco più di dieci anni di carriera, è passata dall’essere una promessa del metalcore moderno a una delle realtà più popolari dell’intera scena. Non siamo rimasti delusi. Quello dei Bad Omens è stato uno show nel vero senso del termine: luci, laser, fiamme, una produzione degna di qualsiasi headliner e una prestazione vocale eccezionale da parte di Noah Sebastian. Il gruppo naviga con incredibile naturalezza tra atmosfere malinconiche e passaggi metalcore tra i più pesanti visti durante l’intero weekend. Il tutto con una classe e una maestosità rarissime per una band così giovane. La scarica finale di rabbia su Deathrone durante l’encore non ha lasciato indifferenti.

The Offspring (Mainstage 1) – 10/10

Per concludere quattro giorni di inferno climatico non potevamo chiedere di meglio. Dexter Holland e Noodles si sono presentati in grandissima forma, pronti a dispensare riff, cori e battute a raffica. Certo, ormai sono praticamente le stesse da dieci anni, ma funzionano ancora. Musicalmente c’è poco da dire: “Come Out and Play”, “Self Esteem”, “Pretty Fly (For a White Guy)” e “The Kids Aren’t Alright” sono ancora inni generazionali. Il momento più surreale del concerto è arrivato con l’improbabile cover di “Love Story” di Taylor Swift, accompagnata da circle pit e wall of death spontaneamente organizzati dal pubblico. Unica nota dolente, Hit That tagliata a metà. A parte ciò, gli Offspring hanno portato sul palco tutto ciò che serviva per chiudere alla perfezione un’altra edizione dell’Hellfest: buon umore, grande musica, effetti speciali e soprattutto una gigantesca festa collettiva.

Live Report a cura di Marco Fanizza
Fotografie a cura di Daniele Fanizza

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