Ci sono serate nella vita in cui tutto sembra andare per il meglio: serate in cui non vedi l’ora di riabbracciare amici che non vedi da un po’ di tempo, serate in cui una delle tue band preferite suona in uno dei locali più fighi della tua città, serate in cui l’empatia tra il gruppo sul palco ed il pubblico in sala è tale da sublimarsi in un abbraccio collettivo votato alla celebrazione dell’amore per la musica e per la “rock’n’roll way of life”.

E’ una fredda serata di metà di gennaio quella che ci vede pronti a rituffarci nella scena “live” grazie al ritorno in città del lodigiani Hungryheart, pronti a presentare al pubblico milanese il loro ultimo eccellente album “Dirty Italian Job” (Tanzan Music, 2015, qui la recensione), lavoro di spessore che li ha meritatamente portati ai vertici di tutte le classifiche di settore pubblicate alla fine dell’anno.

Arriviamo al Blueshouse di buon ora, in tempo per salutare un bel po’ di facce note e per assistere allo show d’apertura del duo dei Six Impossible Thing, composto da Nicole Fodritto alla voce e da Lorenzo Di Girolamo alla chitarra: i due ragazzi, anch’essi provenienti dalla zona di Lodi e freschi di contratto discografico con la Tanzan Music, si prodigano a presentare il loro pop rock acustico, elegante e ben suonato ma forse un po’ freddo per riuscire a coinvolgere pienamente il pubblico di questa sera. La qualità comunque c’è, come dimostrato nell’esecuzione di un paio di azzeccate cover tra cui l’arcinota “Iris” dei Goo Goo Dolls: da rivedere, magari in un contesto più adatto alla loro proposta musicale.

Il classico intro di “’O Sole Mio”, come a voler sottolineare l’orgoglio nazionale del quartetto, dà il via al concerto degli Hungryheart, che partono subito a razzo con i primi due brani di “Dirty Italian Job”: “There Is A Reason For Everything” e “Back To The Real Life” mettono subito in chiaro che la band è carica a mille e che questa sarà una grande serata. L’acustica del locale è perfetta e ci consente di cogliere al meglio tutte le sfumature del melodic rock del gruppo, dal magico groove creato dalle note del basso dell’impeccabile Skool all’elegante drumming che evidenzia il bagaglio tecnico di un batterista come Paolo Botteschi, la cui eclettica estrazione musicale dona alla band una marcia in più.

L’intro di “Bad Love”, riuscitissima cover del pezzo di Eric Clapton, vede Mario Percudani regalare grandi emozioni con la sua sei corde, con la quale riesce a cesellare licks di gran classe senza perdere mai un’oncia di tiro. Il coro di “Angela” dal vivo non dà tregua : il “cuore affamato” tiene il palco in maniera egregia e l’interazione tra Mario e il cantante Josh Zighetti non ha nulla da invidiare a quella esibita dalle più note band straniere.

Seven Bridges Road” è il giusto tributo allo scomparso Glenn Frey (nonché a tutti gli altri musicisti che ci hanno lasciato di recente) ed introduce la bluesy “Second Hand Love”, in cui Mario si mette in evidenza anche alla voce duettando con Josh. La cover di “Man In The Mirror” di Michael Jackson mette in mostra tutte le qualità dello stesso Josh: oltre all’attitudine innata da frontman, la sua voce non perde un colpo e soprattutto il suo inglese è scevro da inflessioni e accenti, cosa abbastanza rara tra i vocalist italiani.

Il ritmo torna ad aumentare con la splendida “Boulevard Of Love”, prima che la ballad “You Can Run” ci faccia tutti sognare a occhi aperti. Il riff bluesy alla Badlands di “Let’s Keep On Trying” e l’altrettanto bollente “Devil’s Got My Number” scaldano ulteriormente l’atmosfera, tanto che la rigida temperatura esterna è oramai solo un lontano ricordo.

Le seguenti “All Over Again”, “Nothing But You” o la travolgente “One Ticket To Paradise” sono delle incredibili perle di classe sopraffina in grado di soddisfare i palati più esigenti: al fianco della solida base dei fan di vecchia data della band partecipi sin dall’inizio, comincia a ballare e cantare anche chi non aveva mai visto la band sino ad oggi e che adesso è completamente affascinato dalla magia delle composizioni degli Hungryheart.

Le potenti “Rock Steady” e “Get Lost” spianano la strada al gran finale con quel gioiello assoluto di “Shoreline”, sempre capace di regalare brividi sulla schiena di tutti grazie anche al refrain finale impossibile da non cantare.

Un divertente intermezzo, con la premiazione dei fans che per aggiudicarsi cd e t-shirt in palio hanno indossato i più incredibili accessori in tinta fucsia (signature colour della band), regala momenti di irresistibile ilarità, con la visione di rockers barbuti con boa di struzzo al collo oppure con cuffia e occhialini da nuotatore, e mette in mostra ancora una volta le doti da entertainer del buon Josh, prima che la conclusiva “River Of Soul” come da consuetudine metta la parola fine a una serata incredibile.

La grandezza di questa band l’avranno potuta verificare direttamente tutti i presenti, ma personalmente l’ho colta ancora di più da un particolare a fine concerto quando Mario (un musicista che ha suonato con gente del calibro di Jim Peterik, Ted Poley, Bobby Barth e Mitch Malloy solo per citarne alcuni), con grandissima umiltà mi ha detto che sono proprio serate come questa che li rendono orgogliosi, perché non c’è niente per loro di più bello che vedere tante persone felici sotto il palco che sono lì per cantare le loro canzoni.

Grandi Hungryheart, vero orgoglio italiano.

HUNGRYHEART:
Josh Zighetti – voce, chitarra acustica
Mario Percudani – chitarra, seconda voce, cori
Stefano “Skool” Scola – basso, cori
Paolo Botteschi – batteria

SETLIST:
1. There Is A Reason For Everything – 2. Back To The Real Life – 3. Bad Love (Eric Clapton cover) – 4. Angela – 5. Seven Bridges Road (The Eagles cover) / Second Hand Love 6. Man In The Mirror (Michael Jackson cover) – 7. Boulevard Of Love – 8. You Can Run – 9. Love Is The Right Way / Let’s Keep On Trying – 10. Devil’s Got My Number – 11. All Over Again – 12. Nothing But You – 13. One Ticket To Paradise – 14. Rock Steady – 15. Get Lost – 16.Shoreline – 17. River Of Soul

 

Foto: Marco Epi

 

 

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