Frontiers Records – Febbraio 2016

Cosa ci prospetta di interessante il panorama rock mondiale per questo 2016 appena iniziato? Se dovessimo chiederlo alla zingara che in copertina scruta all’interno della sua palla di cristallo, la risposta non potrebbe che essere: Inglorious. Dietro a questo monicker si cela un quintetto nuovo di zecca, costituitosi nel febbraio 2014 per supportare l’incredibile talento del giovane virgulto dell’hard rock britannico Nathan James, nuova speranza del rock made in UK, con alle spalle già collaborazioni di rilievo con nomi quali Transiberian Orchestra e Uli John Roth.

La prima volta che abbiamo avuto modo di incrociare la nostra strada con quella di Nathan fu un paio di anni fa allo Sweden Rock Festival quando, invitato dall’amico Jeff Scott Soto, salì sul palco a jammare con la RockKlassiker All Star, cimentandosi in alcune cover di classici hard rock: capimmo subito che il ragazzo aveva talento da vendere e che non sarebbe stato difficile prevedere una rapida ascesa per la sua carriera.

Ritroviamo ora Nathan al microfono di questi Inglorious, intorno ai quali si è già creato un notevole “hype” da parte della stampa di settore, in particolar modo di quella inglese, che ha sentito nel sound della band tutte le qualità adatte a riportare in auge il classico hard rock di matrice britannica, quello che, caratterizzato da riff potenti ed un cantato molto caldo e ricco di feeling, dominava la scena musicale negli anni ’70, paradossalmente anni prima che nascessero gli stessi membri di questa band.

Proprio per cercare di recuperare le atmosfere seventies, l’omonimo album d’esordio è stato prodotto direttamente dal gruppo, che lo ha registrato alla vecchia maniera nell’arco di un solo mese, tutti insieme chiusi in uno studio del Buckinghamshire per mantenere il più possibile il sound genuino e live, senza sovraincisioni o artifici moderni come autotune o click vari. Questo appare subito evidente sin dal brano d’apertura “Until I Die”(del quale qui potete vedere il video apripista, già in circolazione da qualche mese per introdurre la band al grande pubblico): le coordinate del sound del gruppo sono subito chiare e si riconducono al sound di band come Deep Purple, Led Zeppelin, Bad Company e Whitesnake. L’incipit di tastiere del brano è infatti intriso di “profondo porpora”, a metà strada tra “Highway Star” e “Perfect Stranger”, prima che un roccioso riff di chitarra a-la Page arrivi a squarciare l’atmosfera, supportato da una formidabile e ben affiatata sezione ritmica, costituita dal groove bluesy del bassista Colin Parkinson e dal potente drumming del batterista Phil Beaver; la bella voce di Nathan regala poi la giusta dose di pathos ad un pezzo che lascia decisamente il segno, così come la successiva “Breakaway”, che pare uscita dal song book di David Coverdale era-“Lovehunter/Come an Get It”: il brano è più agile e sostenuto nelle ritmiche ed il coro è “Whitesnake” al 100% sia per l’impronta musicale che per i testi, mentre il chitarrista svedese Andreas Eriksson (ex Crazy Lixx) si mette in mostra con un bell’assolo al fulmicotone.

High Flying Gypsy” ricorda nell’andamento “Kashmir”, grazie ad un solido tappeto ritmico su cui Nathan può mettersi in mostra con le sue elevate qualità vocali, ma il vertice assoluto a livello emozionale dell’album è il torrido hard blues di “Holy Water”, riuscito incrocio tra i Bad Company ed i primi lavori solisti di David Coverdale: la voce di Nathan qui non teme raffronti con due mostri sacri del rock mondiale come Paul Rodgers ed il buon David, anzi, nei toni più bassi del finale del brano, sembra quasi di risentire il DC di trent’anni fa; da citare l’ottimo breve assolo Blackmoriano di un particolarmente ispirato Andreas Erikssson.

Un po’ sottotono risulta la veloce “Warning”, forse il pezzo più debole dell’album, ma con il sofferto mid tempo di “Bleed For You” si torna subito su ottimi livelli: qui il sound è più attuale e ricorda alcune cose degli Alter Bridge. “Girl Got A Gun” si sviluppa su un riuscito arpeggio bluesy ad opera del giovane chitarrista ritmico Wil Taylor, prima di esplodere in un coro prepotente che non farà fatica a rimanervi nelle orecchie dopo solo un paio di ascolti.

L’influenza Whitesnake riappare prepotentemente in “You’re Mine” unitamente ad alcuni passaggi richiamanti i primi Aerosmith, mentre il brano che dà il nome alla band si apre con armonie vocali che rimandano direttamente a “Sweet Emotion” per poi svilupparsi con un andamento orientaleggiante, ricco di accenni prog e passaggi epici in stile Rainbow, tali da renderlo sicuramente uno dei vertici assoluti dell’intero album.

Un delicato passaggio di pianoforte introduce il secondo singolo “Unaware” (qui potete vederne il relativo video), caratterizzato da un altro bel riff incisivo, da un ritornello avvolgente e dagli ottimi interventi della chitarra solista, prima che l’album venga chiuso in bellezza dalle atmosfere sognanti dell’acustica “Wake” con Nathan sugli scudi per l’ennesima volta grazie ad un ottima interpretazione vocale.

Questi Inglorious, alla resa dei conti, riescono a confermare le grandi aspettative riposte in loro, grazie ad un album che si rivelerà molto probabilmente l’esordio più interessante di questo 2016, consentendo loro di far sventolare in alto il vessillo della Union Jack e a riportare il rock inglese ai vertici che gli competono.

Nota a margine: il gruppo sta supportando i Winery Dogs nel loro tour europeo ed è appena passato anche da Roma; a chi li avesse persi non possiamo che consigliare caldamente di non mancare all’appuntamento col prossimo Frontiers Rock Festival, dove il 24 aprile saranno tra i protagonisti della seconda giornata della kermesse.

www.inglorious.com

Tracklist:
1. Until I Die
2. Breakaway
3. High Flying Gypsy
4. Holy Water
5. Warning
6. Bleed For You
7. Girl Got A gun
8. You’re Mine
9. Inglorious
10. Unaware
11. Wake

Band:
Nathan James – voce
Andreas Eriksson – chitarra solista
Wil Taylor – chitarra ritmica
Colin Parkinson – basso
Phil Beaver – batteria

 

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