Iron Maiden, ritorno di fuoco a Trieste! – Piazza Unità d’Italia – 26 Luglio 2016

Live Nation porta i “Magnifici 6” della Vergine di Ferro ad esibirsi nuovamente nella splendida cornice di una delle dieci più belle piazze d’Italia. Sventato (per un soffio) il pericolo maltempo, divertimento, birra, e ovviamente il miglior heavy metal, scorrono a fiumi…

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Diciott’anni sono un po’ tanti, forse anche troppi per rivedere gli Iron Maiden a casa propria, ma i triestini, si sa, oltre che gente estremamente civile ed accogliente, sono anche molto pazienti.

In una splendida serata di fine luglio, resa più vivibile e ‘respirabile’ grazie anche ad un violento acquazzone abbattutosi sull’area della Giulia nel tardo pomeriggio, quando forse nessuno a Trieste c’avrebbe più sperato di rivederli calcare il palco di una qualsiasi ‘venue’ triestina, eccoli invece di ritorno, i sei veterani inglesi.

Sono passati 21 anni da quando li vidi per la prima volta, durante lo “X-Factour” del 1995, nell’ormai defunto Palatrussardi (denominazione poi cambiata a più riprese nel corso degli anni), e non posso dunque nascondere come faccia un certo effetto rivederli oltre quattro lustri più tardi, certo imbolsiti e meno agili di un tempo, ma sempre entusiasti e pieni d’energia.
Gli Iron Maiden vengono preceduti sul palco dai modestissimi The Raven Age, band alternative metal originaria dell’Essex con all’attivo un EP risalente al 2014 e un album uscito proprio quest’anno. Posto che Steve Harris, di che dicano i suoi più feroci detrattori, è tutto meno che un’arrogante e viziata rock star in vena di sospette ‘bizze’ e atteggiamenti che sanno poco di umanità e disponibilità nei confronti del prossimo, ma è al contrario una persona umile, sempre pronta a dare una mano alle nuove band emergenti, verrebbe forse da chiedergli “scusi Harris, ma quelli da portarsi in tour come gruppo spalla se gli sceglie Lei?”, soprattutto visto che i succitati The Raven Age risulteranno incapaci di suscitare la benchè minima emozione, tra sguardi indifferenti e sbadigli del pubblico. Chi maneggia il consueto (penso ormai anche detestabilissimo!) smartphone, chi ha viaggiato per ore attraverso il nord Italia e non solo si siede per riposarsi un po’ prima del ‘piatto forte’ della serata, chi fuma una sigaretta, chi ne prepara artigianalmente un’altra dal contenuto, diciamo, più… lisergico…

Il sole è ormai tramontato sulle celebri ‘rive’ triestine, quando, introdotti dapprima dalla storica “Doctor, Doctor” degli UFO (band di cui Steve Harris è da sempre, e notoriamente, grande fan) e successivamente, dai ‘corti’ proiettati sui maxischermi ai lati del palco che hanno per protagonista il buon vecchio Eddie, celebrata mascotte maideniana, la band dà il via alla settantaduesima ‘scorribanda metallica’ delle settantasei previste in giro per il mondo nel corso di questo ennesimo, mastodontico tour mondiale in supporto all’ultimo, e molto ben riuscito, album “The Book Of Souls”.

E’ proprio l’opener dell’ultima fatica della più popolare band heavy metal degli anni ’80, “If Eternity Should Fail”, ad aprire il concerto di stasera.

Il gruppo appare da subito in grande spolvero. Tutto, meno un elemento. E’ Janick Gers, che parte male, forse anche malissimo, suona poco e sporco, e si limita (al solito) a fare lo ‘showman’, anziché rimanere ‘sul pezzo’ e fare il suo lavoro. Il biondissimo chitarrista dell’ East Yorkshire impiegherà cinque, anche sei, brani, prima di entrare realmente in sintonia con il resto della band, riscattandosi con dei riff e almeno un paio di buoni assoli più consoni al suo reale valore.

Faranno decisamente meglio di lui, per fortuna, Adrian Smith (all’avviso di chi scrive, indiscutibilmente il migliore questa sera: grandi assoli e ritmiche assolutamente perfette) e Dave Murray, forse leggermente meno ispirato del collega Smith, ma sempre funambolico ed incendiario.

‘Speed Of Light’ scalda ulteriormente i quindicimila accorsi in Piazza Dell’Unità D’Italia, e quando si attende la prima ‘bomba’ della serata, questa arriva puntuale con ‘Children Of The Damned’, accolta con un boato dal pubblico.
Le complesse partiture strumentali delle altre nuove estratte da “The Book Of Souls”, “Tears Of A Clown” e “The Red And The Black” innalzano ulteriormente il tasso adrenalinico, e quando si librano nell’aria le poderose note di “The Trooper”, e soprattutto, “Powerslave”, l’esibizione dei Maiden ha ormai raggiunto il suo climax.
.Nicko McBrain farà ormai ‘sfoggio’ di una pancia che ha più o meno le dimensioni di un’anguria, ma suona come se le sue sessantaquattro primavere non gli pesassero affatto. Altrettanto si può dire di Steve Harris, più statico nelle movenze rispetto a un tempo, ma che quando lascia ‘parlare’ le dita delle mani,  fa letteralmente rimanere a bocca aperta oggi come allora, durante quella magica epopea durata il tempo di un battito di ciglia e chiamata New Wave Of British Heavy Metal, di cui gli Iron Maiden furono indiscussi capostipiti.

E Bruce Dickinson?

L’eclettico frontman inglese – complice anche la malattia di cui ha sofferto in tempi recenti, che stava per portare ad una fine anticipata la sua carriera- dà tutto quello che può dare e forse anche di più. Si muove camminando a passo molto sostenuto, o anche correndo, da un lato all’altro del grande palco, arringa la folla, sventola lo ‘Union Jack’ sulle note di ‘The Trooper’, e fa vedere che a cinquantotto anni suonati non ha ancora nessuna intenzione di ‘abdicare’.

La sua performance di stasera risente un po’ dei recenti guai di salute, come pure del fatto che un tour di settantasei date non è certo poco impegnativo per un professionista del suo calibro ormai vicino ai sessant’anni, e che ad ogni esibizione chiede moltissimo alla sua voce. Tuttavia, guardandolo e sentendolo cantare, e soprattutto, vedendo quanta passione riesce a gettare in ogni singola nota cantata questa sera, viene solo voglia di stringergli la mano e salutarlo con un magari poco elegante, ma quantomai appropriato e sincero “respect, buddy!” in perfetto slang ‘yankee’, o se preferite, American English!

Peccato per la scaletta proposta alterni pochi classici pescati da altrettanto pochi album della nutrita discografia dei nostri, ignorando totalmente album che hanno fatto grandi gli Iron Maiden, quali “Seventh Son Of A Seventh Son” o “Killers”. Ripeto, peccato davvero, ma è chiaro che non si può accontentare i gusti di tutti dopo 36 anni di più che onorata carriera e ben 16 dischi in studio. Sarebbe tuttavia stato quantomeno lecito, aspettarsi che venisse dato meno spazio al nuovo disco in studio (magari due, anche tre, brani in meno dal succitato?), ma è solo un piccolo neo in un’esibizione che resta di primissimo livello.

La speranza è –ovviamente- quella di rivedere in azione almeno un altro paio di volte gli Iron Maiden sul suolo nostrano, anche perché pensare i rimpiazzare nel cuore di chicchessia la maestria a livello strumentale, il gusto compositivo e, non da ultimo, l’indiscutibile verve di questa straordinaria ed irripetibile band, soprattutto vista la pochezza delle proposte musicali odierne, è pura follia.

Up the Irons!

 

Setlist:
If Eternity Should Fail – Speed of Light – Children of the Damned – Tears of a Clown – The Red and the Black – The Trooper – Powerslave – Death or Glory – The Book of Souls – Hallowed Be Thy Name – Fear of the Dark – Iron Maiden – Encore: The Number of the Beast – Blood Brothers – Wasted Years

 

 

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2 Commenti su Iron Maiden, ritorno di fuoco a Trieste! – Piazza Unità d’Italia – 26 Luglio 2016

  1. Sono finito qua per caso e ho letto la recensione. Quasi totalmente d’accordo, tranne per ” Sarebbe tuttavia stato quantomeno lecito, aspettarsi che venisse dato meno spazio al nuovo disco in studio ”

    Il tour si chiama “The Book of Souls World Tour”, come fai ad aspettarti meno canzoni dal nuovo album? Secondo me invece potevano farne anche una in più. Tra l’altro, il nuovo album è un buonissimo album, quindi non c’è male a proporlo dal vivo (io avrei fatto come nel 2006 e suonarlo tutto dall’inizio alla fine, anche se avrebbero dovuto suonare Empire of the Clouds).

    Ai classici ci hanno dato fin troppo spazio: 2005, volendo 2007, 2008/09, 2012/13/14. Anche se amo tutte le loro canzoni, sentire per la terza volta Aces High/2 minutes to midnight/The Evil that men do sarebbe stato palloso (vorrei scriverlo anche di Seventh Son, ma quella forse sarebbe un’eccezione).

  2. Non discuto, Frank. Grazie per il tuo feedback, che ho molto apprezzato(come immagino il resto della nostra Redazione)!

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