John 5 with Travis Larson Band and The Aristocrats @ 1720 Los Angeles, 1 settembre 2019

ph: Antonio Carbone - www.longliverocknroll.it

Serata irrinunciabile per gli amanti della chitarra e non solo, un Parterre de Rois che non si vedeva dai tempi di Paganini con conseguente sciorinamento di semibiscrome e tempi dispari, dittongo che a qualcuno puo’ far decantare un laconico “echeduepalle”, ma non c’e’ da temere, e’ la fiera del gusto e della chitarra moderna e poi si sa, live persino Steve Vai diventa divertente.

La location mi e’ nuova, un club chiamato 1720 in downtown Los Angeles, angolo decaduto della citta’ degli angeli che piu’ che alla metropoli californiana assomiglia a Detroit, ma tant’e’, c’e’ molta gente e speriamo di ritrovare la macchina all’uscita.

Il club e’ scarno e diretto, come piace a noi, un impianto audio potente, due bar ben forniti e cucina con hamburgeracci unti che fanno bene il paio col rock’n’roll a volume alto.

Birra a 12$ in bicchiere di plastica e prepariamoci alla prima band…

TRAVIS LARSON BAND

Dimenticavo di aggiungere che il leit motiv della serata non e’ solo la chitarra, ma la composizione a trio di tutte e tre le band, la formazione piu’ difficile in assoluto in cui e’ vietato sbagliare e in cui non c’e’ tappeto sonoro che possa nascondere le eventuali lacune esecutive.

TRAVIS LARSON e’ un chitarrista che si autodefinisce “fusion-rock-psychedelic-alternative” (piantatela di dire “echeduepalle” e ascoltatelo), personaggio spesso legato a progetti con Lukater, Petrucci e Satriani scortato da una lady al basso di nome JENNIFER YOUNG (nomen omen) e alle percussioni DALE MOON.

Il trio californiano apre con ANICCA, atmosfere impegnate, amabili fraseggi  di chitarra e gusto a secchiate, chi suona uno strumento non puo’ non amarla. Tempi dispari che si riprongono con BEHIND THE AGE, maturita’ musicale, gusto sopraffino. Sempre dall’ultimo disco (dei 7 incisi) segue SNAKE EYES, la piu’ progressive di tutte, siamo nel terreno delle canzoni “impossibili da suonare” in cui la grande tecnica dell’intero trio si impone, il pubblico contempla e approva. Non si molla un colpo, segue la deliziosa WATCHMAN  e prematura uscita dal palco dopo A PRETTY REASON e DOUBLE TRAP.

Onestamente dopo questa performance mi chiedo cosa potra’ mai aggiungere John 5 alla serata, ma queste sporche illazioni fatte da un chitarrista che scrive su questa webzine suonano male, ergo la smetto subito e chiedo venia.

THE ARISTOCRATS

Di very e propri aristocratici stiamo parlando: definita “superband” in quanto facenti parte il tedesco MARCO MINNEMAN (che ho occasione di incontrare spesso alle jam sessions del martedi al Wiskey a go go), candidato a succedere a Portnoy nei Dream Theater (e scartato per chissa’ quale oscuro motivo). Il Tedesco vanta di essere stato al soldo di Joe Satriani e Steven Wilson, se puo’ bastare come presentazione. Al basso abbiamo dal New Jersey BRYAN BELLER, un altro incapace che suono’ con Joe Satriani, Dweezil Zappa, Steve Vai e vi risparmio il resto.

Come se non fosse sufficiente il piatto forte della band e’ GUTHRIE GOVAN, proveniente dall’Essex in UK, personaggio che ha scombussolato il mondo della chitarra, definito da alcune riviste “il miglior chitarrista del pianeta”, omaggiato da Vai, Batio, Paul Gilbert, coccolato da Steven Wilson. Personaggio che ha deciso consapevolmente di perseguire una sua carriera senza cedere alle lusinghe di affermatissimi musicisti e limitandosi al alcune apparizioni in dischi non suoi. Ennesimo particolare che non ho annunciato subito e’ il fatto che nessuna delle band prevede un cantante e relativa parte cantata (e piantatela con “echeduepalle” perche’ vi sento).

Celeberrimi per lo spiccato senso dell’umorismo parte un intro far west da cartone animato di Frankie Laine che preannuncia BLUES FUCKERS. Come lo chiamo, rock-funk-zappa-metal-elioelestorietese? I

l Gruppo che mette in crisi qualsiasi definizione, di sicuro figlio illegittimo di Frank Zappa. Qui si gioca con parti musicali da cardiopalma, stop-and-go, autostrade per assoli, tanta tanta tecnica superba e divertimento. I nostri nobili si danno il turno per spassose chiacchierate tra una canzone e l’altra ed e’ ora di D-GRADE FUCK MOVIE JAM, chiamiamolo rock dai, spezzato funk, con Hendrix a suggerire alcune parti, un’orgia tra Livin’ Colour, Rush, Rage Against the Machine. Apprezzate lo sforzo che faccio, la fatica nel descrivere la loro musica supera di misura quelle necessaria per definire un vino: i sommeliers si lanciano in acrobazie linguistiche  in quanto  estremamente difficile descriverne il gusto, immaginatevi una masnada di pazzi come questi quanto possano mettere in difficolta’ un povero emigrato come me.

Guthrie ci presenta direttamente il prossimo brano, SPANISH EDDIE, cosi’ chiamato perche’ “alcune parti mi ricordano la musica spagnola”, testuali parole. Siamo in un territorio nel quale lo spirito generalmente goliardico lascia il posto allo stupore e alla meraviglia, penso che solo in ambito operistico si possa apprezzare tanta varieta’ e complessita’ di esecuzione. Con WE ALL COME TOGETHER si torna a giocare con country elettrico facendo impallidire Albert Lee e lo stesso John 5, fatemelo dire. THE BALLAD OF BONNIE AND CLYDE viene annunciata da Bryan in quanto parte di una sua storia vera, un episodio spiacevole nel quale la sua strumentazione e’ stata rubata e venduta al mercato nero. Quanto possa essere “durchcomponier” una canzone senza testo lo si immagina, ma il premabolo di bryan ha strappato piu’ di una risata. Siamo su un tempo lento, percorso narrativo melodico, un’aria per chiatarra.

LAST ORDER viene annunciata da Guthrie, un brano di protesta contro la chiusura a ora prestra dei pub in Inghilterra: molto lento, di atmosfera, un argomento che si sicuro tocca nell’anima il nostro british. Siamo quasi alla fine ed e’ tempo di circo e di scherzi, GET IT LIKE THAT entra a gamba tesa con accordi sbilenchi alla moda jazz, animali con sonaglio fatti suonare al mocrofono e generale goliardia. THE KENTUCKY MEAT SHOWER manda il trio nei camerini dopo aver sciorinato un pseudo electric-country con vene jazz e tanta classe.

Onestamente dopo questa performance mi chiedo di nuovo cosa potra’ mai aggiungere John 5 alla serata, ma sono di nuovo sporche illazioni e meriterei di essere punito per averlo pensato.

JOHN 5

E’ ora del funambolo che gia’ ho avuto modo di apprezzare nel mio pub preferito, gran bravo ragazzo amato da tutti e col curriculum pieno di parole quali David Lee Roth, Marilyn Manson e Ron Zombie. Famoso per avere sul palco ospiti di eccezione: la volta scorsa infatti il suo show ha ospitato Nikki Sixx, Scott Ian ed Ace Frehley (mica pizza e fichi).

Atmosfere da film horror e carnevale, scenografia d’impatto e mimi vestiti da mostri in ogni angolo. Il trio presenta oltre lui il mai acclamato a sufficienza bassista IAN ROSS, giovane supervirtuoso. Alla batteria manca il batterista ufficiale LOGAN MILES impegnato a suonare in Europa, lo stesso John ci racconta di aver quindi ingaggiato uno dei batteristi che suono’ tempo fa nei suoi dischi, ROGER CARTER il quale ha pensato bene di farsi aggredire da un pitbull a due settimane dal concerto… In preda al panico chiama turnisti fino a fondere il telefono a riesce a rimediare qualcuno in grado di imparare le 8000 mila varianti dell’eroe del Michigan.

Bando alla ciance e parte FIGHT OF THE VULVAN KELLY, un’orgia di migliaia di note stile volo del calabrone con sezione ritmica a martello pneumatico. Suguono I classici dei suoi dischi precedenti come HERE’S TO THE CRAZY ONES e MAKING MONSTERS, indubbiamenti brani meno esibizionisti e piu’ simili a canzoni. Ne combina veramente di ogni colore, basti dire che ha dichiarato di suonare talmente tanto da far dire al suo medico che la pratica avrebbe potuto rappresentare un pericolo per la sua salute. Ovviamente il circo comprende chitarre-acquario con pesci finti dentro, maschere da zombie, scheletro, scimmia e chi piu’ ne ha piu’ ne metta. THIS IS MY RIFLE, MAKING MONSTER seguono la falsariga, sezione ritmiche di peso e scorribande al fulmicotone sulla tastiera. Non possono mancare episodi con mandolino e banjo, rigorosamente retro-illuminati.

E’ tempo degli ospiti d’eccezione, NIKKI SIXX viene nominato, ma non si presenta sul palco, mentre invece, udite udite, il nome mi colpisce in piena faccia come un sberla, il grande bluesman e rocker JOE BONAMASSA. Inutile presentare uno dei piu’ famosi chitarristi della terra, strappato al blues per incidere strepitosi album con GLENN HUGHES. Intermezzo dedicato a Hendrix con FOXY LADY e     SPANISH CASTLE MAGIC cantata in maniera eccellente. Grande personalita’, enorme chitarrista e delizioso singer cattura grida e gesti anche del sottoscritto ovviamente, in un tripudio onastico da chitarristi.

Sceso il grande Joes il nuovo singolo I AM JOHN 5 e un lunghissimo medley con Pantera, Slayer, Van Halen e Michael Jackson.

A fine serata e’ d’obbligo pensare a quanto la chitarra abbia fatto per la musica moderna e soprattutto per il rock’n’roll, sarebbe stupido fare paragoni, ognuno e’ parte di un mondo personale e di una espressione artistica unica.

Per la cronaca, GUTHRIE GOVAN batte TUTTI 10-0.

BUIO.

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