Racconta il direttore del penitenziario di Attica State, nello stato di New York, che molti fra i reclusi ce l’hanno e non poco, con uno dei detenuti, perchè, a loro modo di vedere, ha ‘fallito’ nel suo folle compito. Tanto che per un lungo periodo ha dovuto anche badare all’incolumità del detenuto. Il detenuto in questione è Mark Chapman. In quel carcere nessuno gli ha mai perdonato di non avere esploso almeno uno dei cinque colpi della sua colt contro Yoko Ono. Probabilmente non solo tra le celle umide di quella prigione ma, molti, tra quanti non si rassegnarono alla fine della band dandone la responsabilità alla donna venuta dal Sol levante, in questi 25 anni, sottoscriverebbero questo terribile e crudemente sarcastico stato d’animo. Quasi, un non epilogo beffardo di una storia che dall’8 dicembre del 1980 è diventata mito, leggenda e beatificazione ad uso e consumo del meccanismo stritolatore della celebrità. L’omicidio di John Lennon.

Loro, i detenuti, forse schiettamente, forse spinti dalla brutale e grigia realtà di un carcere, dicono apertamente un pensiero terribile che noi, esseri liberi e timorati di Dio e ben educati oramai al politicamente corretto non avremmo il coraggio di dichiarare. Perchè non un solo colpo verso la donna dell’uomo che Chapman odiava in modo irreversibile. Verso quella coppia che era l’irraggiungibile modello di tutte le coppie innamorate e felici, specchio dei fallimenti di un adolescente cresciuto con il suo idolo trasfigurato, chissà per quali meccanismi, in ossessione. E molti fra noi continuiamo, ogni tanto, a chiederci, magari tra un disco e l’altro della band più famosa di sempre che mai verrà scalzata dal trono, perchè fu ucciso John Lennon. Non esiste al mondo, mai, nessun motivo talmente plausibile, convincente, inequivocabile, certo che possa giustificare l’eliminazione di uomo o di una donna. Perchè Lennon? Il buon senso e il raziocinio, fuggiti via dal cervello e dal cuore di Chapman in quella fredda notte newyorchese di venticinque anni fa, non ci aiuterà a sapere cosa spinse quel ragazzo robusto e anonimo, a scaricare quasi un intero caricatore sulla schiena dell’ex beatle. Fu un gesto gratuitamente insensato, inutile. Una violenza fine a se stessa, come tante, come tutti i giorni ne capitano. Un ingiustizia come tante in ogni angolo della nostra terra. Un atto balordo e violento come lo sono tutti quelli volti alla mortificazione o alla cancellazione della vita, di ogni forma di vita.
Quel giorno Mark Chapman credeva, nella confusa nebulosa che si annidava dentro la sua psiche, di mettere fine una volte per tutte alle menzogne degli anni 60. A quelle che per lui, dopo un iniziale infatuazione per l’epoca d’oro delle canzoni, per le gioie dell’amore e della fratellanza universale, per i fiori che adornano finalmente le bocche da fuoco, si trasformarono in aggrovigliate allucinazioni di una mente fragile e votata all’auto indulgenza. E invece col suo gesto insondabile, malato, ha definitivamente contribuito alla nascita del mito di un uomo di 40 anni, alla sua ascesi verso un olimpo eterno che risplende, oggi, ancora più luminoso di ieri. Chapman ha reso Lennon un santo. Ha dato il via al processo di beatificazione di quel ragazzo inglese che suonava rocknroll. Se sino al 7 dicembre del 1980 Lennon era stato amato ammirato ascoltato odiato discusso, dal mattino del 9 dicembre il suo corpo straziato dagli spari divenne una reliquia e la sua memoria un dovere.

Oggi è trascorso più di un quarto di secolo da quella notte. Più di un quarto di secolo è abbastanza, probabilmente, per osservare i fatti con quel distacco che li rende talvolta più morbidi, meno ruvidi e duri da accettare; il tempo che scorre e passa e avvolge tutto, anche quei cinque freddi spari.

John Lennon, su di lui valanghe di parole, scritti, amori e odi. E’ giusto che sia cos’. E’ difficile dire cose non dette, giuste o banali che siano. Neppure una parola di tutte quelle che si sprecheranno per questo triste anniversario, comprese queste ovviamente, sposterà, comunque, di una virgola la consapevolezza che è impossibile tacere su John Lennon, sarebbe come tacere delle nostre vite, del nostro tempo e forse anche di ciò che verrà. Impossibile non parlarne. John Lennon è stato un grandissimo compositore, un musicista di valore, un talento cristallino della melodia, le sue canzoni sono tra le più belle che una mente e un cuore umano abbiano mai concepito. Chi ha fatto di meglio? Chi oggi, chi in futuro, regalerà emozioni pure come lui ha fatto.

John - Lennon Interno
Lennon e i Beatles appartengono al Novecento come il sale al mare, ne sono costituenti insostituibili. Sono entrati nel secolo più cruento, violento, più contraddittorio e ancora incomprensibile, sotto molti aspetti, con la leggerezza delle note di un pentagramma.  Li conosciamo tutti quei quattro volti, prima adolescenti e poi, man mano che le barbe e i capelli si allungavano, forieri di un fascino ammaliatore o succubi di un destino che con gli anni si è ripreso molto di quanto aveva loro generosamente elargito. Le abbiamo ogni giorno nelle nostre orecchie le melodie che come raffiche, quelle non ammazzano nessuno, incantano oggi più di ieri. Melodie che emigrano da canzone a canzone, da genere a genere, da generazione a generazione, da speranza a speranza, da bellezza a bellezza. Abbiamo in mente le immagini e le foto in bianco e nero e poi a colori, di folle di ragazze e ragazzi stregati e caduti come folli per le canzoni degli ‘scarafaggi’. Loro seppero essere la speranza di un mondo diverso. Stati e nazioni che negli anni sessanta si ritrovavano dopo il macello delle Guerre mondiali. Loro erano il simbolo delle nuove generazioni, quelle che dovevano portare l’Amore la Fantasia e l’Immaginazione al potere. Per loro, con loro e grazie a loro il cuore degli anni sessanta ha battuto più velocemente. Le voci di milioni di voci. “All you need is Love”.

Gli anni sessanta sono stati anche grazie a Lennon e ai Beatles, anni lucenti, veloci vividi come un cielo rischiarato dopo una pioggia rigenerante. Nonostante le tensioni dei due blocchi, la guerra in Vietnam, le conquiste degli stati che si affrancavano dal giogo del colonialismo, l’acuirsi della tensioni nord sud del mondo, si respirava nitida la speranza per un mondo migliore. Nonostante nessuno di quegli ideali si realizzò pienamente, figuriamoci oggi, allora si potè toccare quel mondo più autentico. Molti hanno avuto la fortuna di farlo, anche solo per un tempo limitato.

Qualcuno, chi in senso ironico, chi appartenente alla categoria malelingue bigotte, diceva che i quattro da Liverpool avevano fatto un patto col diavolo. Non era possibile che tante qualità artistiche fossero convenute solo per loro. Non erano espressione di un amore universale, ma di diabolici meccanismi. Sarà stato anche così, ma alla fine a chi interessa. E poi è risaputo che le invidie e le meschinit… fanno inesorabilmente parte delle vite dei grandi. E Lennon era un grande. Assieme a Paul Mc Cartney, divenne velocemente il più rappresentativo della band. La prima su cui il business allenò i suoi desideri ingordi. Certo il business è cresciuto proprio con quei quattro ragazzi dall’aria spensierata. Ma tant’è. Faccia un po’ tagliente, occhialini che divennero status simbol dell’artista prima e del pacifista poi. Uno sviscerato amore per la musica della sponda occidentale dell’Oceano. Un sound che provocava strane eccitazioni – la musica del diavolo – i quattro quarti della ribellione e delle consapevolezza, dell’amore libero e della autentica felicità, della freschezza e dell’innocenza, della corsa verso un sole talmente caldo da scottare.

Per lui il destino confezionò una storia tutt’altro che facile. Poco sole e tanto grigiore nelle cruciali fasi dell’infanzia e dell’adolescenza. Abbandonato dal padre che in realtà non conobbe mai, “Mamma Don’t go Daddy come home…  How can i give love if love is something i never had”. La madre Julia, lo affidò alle cure di zia Mimi, a cui lo legò sino all’ultimo un affetto particolare. Per la mamma, morta in un incidente, la struggente canzone “Julia …Ocean’s Child”, e per se stesso un adolescenza e una giovinezza inondata di timidezza e insicurezze affettive che per tutta la vita occultò dietro i suoi occhiali tondi e un piglio spavaldo che lo rendeva simile a quei bulli di quartiere dei film fine anni cinquanta. Fantasmi, suoi fedeli compagni di viaggio.

Ma John Lennon era un fascio di creatività e sensibilità, oltre che un carattere ambivalente. Difficile da racchiudere in poche parole. Dopo lo scioglimento dei Beatles, Geoge Harrison rilasciò un intervista in cui diceva candidamente che John era un santo col piglio da bastardo e che a volte si lasciava andare a meschinità degne dell’ultimo fra gli uomini, per poi sorridere con una dolcezza disarmante. Contraddittorio e per questo attraente, affascinante. Per riflesso alle sue insicurezze, trova naturale sfogo nella abbagliante popolarità, sotto i riflettori la sua dolente eccentricità si moltiplica a dismisura. Celebre, da fare tanto scalpore, la prima di una lunga serie di esternazioni: quando se ne uscì che i Beatles erano più famosi di Gesù Cristo. Il piglio da bullo. Questo i greci dell’antichità l’avrebbero chiamato un peccato di ‘ubris’. La tracotanza e la superbia per un uomo di rendersi addirittura superiore alla divinità. Chi sceglie questa strada, per i nostri progenitori, ha davanti a sè inesorabile, un destino tragico.

Lennon irresistibile per le donne, anche se Paul ‘era più carino’. Il suo matrimonio con la storica fidanzata Cinthia, da cui era nato il figlio Julian, entra in crisi e sprofonda allorquando ad una mostra conosce una donna un po’ misteriosa, Yoko Ono. Qualche tempo fa Cinthia Powell ha pubblicato un libro sugli anni accanto a John e dice cose non dissimili da quelle che la Ono ha riferito, nelle rare occasioni in cui si è lasciata a intimi ricordi. John era fondamentalmente un ragazzo e, poi, un uomo fragile, alla continua ricerca di amore, affetto, sicurezza “All you need is Love”; sempre in bilico, in gara con se stesso per creare canzoni sempre più belle. Fragile ma non debole, come quella voce a volte sottile a volte tagliente e rabbiosa ma sempre malinconica, lasciava intravedere. La tensione creativa lo rendeva un uomo superiore alla categoria ‘cantante’ ma ne minava l’equilibrio umano. Facilmente si lasciava andare a momenti di rabbia e sconforto. Viene in mente la canzone “God” in cui Lennon si annulla in un nichilismo assoluto, nessun valore o idea, fede o passione, niente in cui credere se non se stesso, il fatto di essere vivo e respirare. Sempre alla ricerca della canzone ideale, perfetta. Quella tensione a volte lo faceva sentire in gara con il modo, doveva dimostrare di essere lui il più bravo. Nove anni meravigliosi e incredibili ma poi con Mc Cartney esplose il conflitto, tanto che per anni solo con Ringo Star riuscì a mantenere veri rapporti d?affetto. Con Harrison le incomprensioni, da sempre, per una sostanziale diversità caratteriale, ma forse in fin dei conti, i due erano più vicini di quanto loro stessi credevano. La doppia firma delle canzoni era stato un marchio di garanzia, di autenticità, di irripetibile originalità: Lennon – Mc Cartney, uno tra i sigilli più belli del ventesimo secolo.

Dopo i Beatles la fuga a New York. Lontano dall’Inghilterra. Lontano dai fantasmi, ma quelli, si sa, non ci abbandonano per il fatto di andare lontano da dove li abbiamo incontrati e conosciuti o creati, anzi è vero il contrario. Lennon dovette aggiungerne un altro alla sua angosciosa collezione. La contesa con Paul continuò e si acuì. Durante il sodalizio la ‘competizione’ era ricchezza espressiva ma in seguito sfiancò gli stessi protagonisti. Una questione che rimarrà sempre e che ancora oggi divide molti. Scrivere canzoni migliori del suo alter, era la nuova ossessione e in questo ci uniamo alle malelingue che bisbigliano le responsabilità della sua compagna. Sembra il destino di John Lennon quello di avere vissuto la propria vita sempre con un doppio, un alter, come una metà che lotta tirannicamente con l’altra parte di se stessa per ritornare ad un antica unità. Quella unità che non conobbe mai nella famiglia e che inseguì a tratti disperatamente, nella sua storia con Yoko Ono. Dopo i Beatles i settanta furono gli anni della contestazione totale al sistema e di una irrequietezza creativa che tra alti e bassi, gli permise di pubblicare album all’altezza – quasi – del glorioso passato, cosa non riuscita, se non episodicamente a Paul e George. Lennon il socialista – “Working Class Hero” – si battè pubblicamente contro le ingiustizie e le guerre. Rispedì, un gesto spavaldo anche questo, al mittente l’onorificenza di baronetto della Corona. Le uscite con Yoko Ono, come quando nudi per una settimana in una camera d’albergo ad Amsterdam, incontrarono la stampa per protestare contro le inutili stragi dei conflitti asiatici e non solo, ne fecero un personaggio pubblico, politico a tutti gli effetti. Con Lennon il ruolo dell’artista sconfinò verso un orizzonte divergente da chi voleva che il cantante dovesse essere solo colui che allieta le platee e finita l’esibizione torna dietro le quinte, mentre il mondo va avanti. Lennon spinto di certo dalla Ono non abbandonò mai il posto da primo commediante. A suo modo era fatto per quello. Ci stava bene sotto i riflettori, li affrontava con la spavalderia dell’adolescente e le convinzioni da leader. La sua vita fu pubblica e politica. Difficile racchiuderlo in una definizione. Come sarebbe impossibile con un artista che ha scritto Imagine, la canzone perfetta assoluta, con “God” la canzone del nichilismo devastatore di ogni coscienza. Come sarebbe possibile conciliare la sua ingenua figura, quella di un uomo che si aggrappa alla sua donna, come se fosse anche sua madre, “Woman, I Love You.. the little man inside the man”, con l’autore di questi altri versi, tristemente profetici: ‘Tutti fanno l’amore ma a nessuno interessa veramente. Sta sempre accadendo qualcosa ma non succede mai niente’. ‘Nessuno mi aveva detto che ci sarebbero stati giorni così / Giorni davvero strani, giorni davvero strani’… ‘Tutti fumano ma nessuno va su di giri / Tutti volano senza mai toccare il cielo’. E una parte del testo di “Nobody Told Me” in cui traspare l’amara consapevolezza della fine di un’epoca, ma siamo solo nel 1972, eppure il riflusso dopo la sbornia del decennio d’oro, Lennon lo stava già vivendo. Quanto fu duro accettare la fine dei Fab four anche se fu lui il principale demolitore di quell’esperienza unica? Tornano i fantasmi. Eppure tra i pochi che lo frequentavano negli ultimi tempi, Lennon sembrava un uomo nuovo. L’uscita del suo ultimo “Double Fantasy” lo aveva rinfrancato. Era intenzionato a tornare a suonare in giro per il mondo, anche nella sua terra e poi chissà, dopo un decennio tutto poteva ancora accadere. Chissà altre splendide canzoni. Lennon lo sperimentatore in grado di stare in piedi una notte intera per perfezionare una linea di testo e disegnare la melodia perfetta. Lennon che partito dagli accordi blues e dalle armonie del rocknroll – l’amore della sua vita il rocknroll – nel 65, quarant’anni e passa anni fa, compose un pezzo come “Tomorrow never Kwnos” e poi “Strawberry Fields Forever”, “Rain”, “A day in the Life”. Canzoni di una visionarietà dolente e accecante. Irraggiungibile. Lennon il disfattista, capace di buttare nella tazza del bagno chissà quanto materiale, pezzi che chiunque faccia questo mestiere pagherebbe oro per riuscire soltanto ad imitare.

Durante la veglia in sua memoria a Central Park, una settimana dopo l’8 dicembre di 30 anni fa, a poche decine di metri dal marciapiede dove stramazzò, migliaia di uomini e donne piansero la fine di un sogno, perchè in fondo di questo si trattava. Si comprese in quei giorni che qualcosa era finito e i contorni del futuro apparivano più sfocati. C’era rabbia, si toccava con mano, e c’era tutto l’amore che il mondo restituisce ai benefattori quando questi ci lasciano. Lennon non era un santo, non lo fu mai, tutt’altro ma un benefattore a suo modo lo è stato. Un uomo come tanti altri, con tanti limiti e la genialità assoluta delle sue canzoni. Qualcosa stava cambiando. I capelli si accorciavano, le barbe venivano rasate. Gli hippy si persero per le strade del mondo e molti di loro finirono per andare a lavorare in banca o a Wall Street. Alla radio le chitarre lasciavano il posto alle tastiere, tutto si ovattava. Il fine settimana si cominciava a ballare nelle discoteche. Le guerre continuarono. Lo spazio del sociale si ripiegò in uno più angusto, individuale. L’ascesa rampante del mercato premeva prepotente. Qualche mese dopo spararono anche al Papa ma si salvò. E su un’isola moriva Bob Marley del male del secolo prima che una strana malattia con un piccolo nome ne prendesse il posto. Qualcosa stava cambiando. Tutta la seconda parte del secolo scorso, un pezzo per volta, anche in piccole tracce, la ritroviamo nella vita di Lennon. Una volta si diceva un uomo del suo tempo. Ecco lui lo fu senza alcun dubbio. In vita come in morte. Lui ‘apostolo’ senza dio dell’amore e della non violenza, ucciso come il peggiore dei traditori, alle spalle. La violenza del ventesimo secolo in cinque spari. Morto nella città, New York la città per eccellenza, ucciso da un arma da fuoco. La pistola, la rivoltella Revolver, tetro simbolo del ventesimo secolo. Lui che ha avuto l’onore di morire come Gandhi, Martin Luther King, Kennedy e Rabin. Tutti accomunati dalla speranza e dal sogno di un altro mondo. Perchè in fondo di un sogno si trattava. Anche i media allenarono le proprie tecniche di comunicazione con il simbolo Lennon e lui non si tirò mai veramente in dietro. Si allenarono su quel sogno, lo hanno sfruttato, svuotato, confuso, rivoltato; mentre altri dopo di lui e per fortuna continuano a credere in quel sogno. Ma con le sue canzoni era facile e meraviglioso immaginare un altro mondo, più libero e felice di questo.

Dopo quegli spari vennero gli anni ottanta scintillanti e illusori, simile in questo ai sessanta ma di gran lunga più miseri. Pieni di lustrini e sfavilli, reali come un miraggio nel deserto. Ricchi di parvenza. Poveri di spirito, d’amore e di fresca ingenuità. Poveri di cuore. Anche la musica cominciò a non sgorgare più solo dal nostro nobile organo. Ma queste sono soltanto parole, parole come quelle che Lennon metteva assieme per urlare e liberarsi dai suoi fantasmi. E per nostra fortuna escogitò un modo bellissimo per farlo: comporre canzoni come queste  “Help”, “Norvegian wood”, “Straberry Fields Forever”, “Julia”, “Come Togheter”, “I’m only sleeping”, “Tomorrow never Knows”, “In my Life”, “A Day in the Life”, “Nowhere Man”, “Girl”, “And your Bird can Sing”, “I want to Tell You”, “Happiness is a Warm Gun”, “Yer Blues”, “Rain”, “Sexy Sade”, “Two of Us”, “Revolution”, “Accross the Universe”, “Real Love”, “How”, “God”, “Mother”,  “Woman”, “Mind Games”, “Jealous Guy”,  “Imagine”.

Una lista per difetto, incompleta! Questi fantasmi, terribili e candidi sono stati la gioia e la felicità di milioni di uomini e donne che qualcosa devono a John Lennon, se non altro, almeno avere capito che “All we Need is Love”.

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