Judas Priest – Redeemer Of Souls

Judas Priest – ‘Redeemer Of Souls
Track by Track a cura di:

Luke Bosio & Nick Ludovici

 Sony Music Luglio 2014

Dragonaut
Il disco parte molto bene, con la più classica canzone che i Judas potessero scrivere nel 2014! In verità basta il primo tagliente riff messo a segno dopo i fragoroso rombo del tuono, per identificare immediatamente la grande band di Birmingham. Sinceramente, mi sarei aspettato un’entrata in pompa magna di Halford, con uno screaming da far venire giù il muro, ma purtroppo niente da fare! Pazienza… Comunque, il brano si attesta su un mid-tempo solido e martellante, sostenuto in maniera impeccabile dalla doppia cassa di Scott Travis e dal basso pulsante di Ian Hill. Da parte sua, Sir Halford, pare volersi trattenere un po’, senza dare sfogo a tutto il suo immenso potenziale. Ad ogni modo, pur senza essere deflagrante, Rob, pare districarsi abbastanza bene ed essere a suo agio in questa nuova composizione, mettendo in campo davvero tanto mestiere. Come vedremo in seguito, anche se in pochi dei 13 brani che compongono il disco, ci sarà modo e tempo per far innalzare la sua ugola dorata a vette stellari, non preoccupatevi. L’andamento di ‘Dragonaut’ è epico e maestoso, con l’incedere tipico della band che pervade tutto il brano riportando l’ascoltatore ai gloriosi giorni di ‘British Steel‘ e ‘Screaming For Vengeance‘. I Priest, quelli veri… sono tornati! Puntuale arriva il primo stacco che permette l’entrata folgorante delle chitarre soliste di Glenn Tipton e del nuovo arrivato Richie Faulkner che duellano ad armi pari nel più classico stile metal inglese: il ‘dialogo’ tra i due passa freneticamente dal canale sinistro a quello destro. Nelle intenzioni della band, sicuramente questo è un chiaro tentativo di riportare alla mente opener memorabili come ‘Electic Eye’, ’Freewheel Burning‘ e ‘Ram It Down’. E, pur non avendo lo stesso tiro dei classici appena citati, devo ammettere che ’Dragonaut’ ha tutto quello che si può chiedere all’opener di un disco metal che si rispetti: semplice, diretta, aggressiva, concisa (4 minuti è quanto basta). Ah sì, quel ritornello assassino: ’Fire In The Skyyyyy… the Dragonaut is near…’ non ve lo leverete più dalla testa per un bel po’ di tempo. Band immortale! Sound unico!

Redeemer Of Souls
Con la title-track ritorniamo a respirare in parte le stesse atmosfere fuligginose c

he permeavano ‘Angel Of Retribution’, ed anche questo brano porta con se un senso di ‘incompiuto’. La canzone, nonostante poggi su un riff molto simile a quello del classicone ’Running Wild’ (tratto da ’Killing Machine’), seppur sostenuta seppur sostenuta dai soliti eccellenti lavori delle chitarre in fase solista, non riesce a decollare. Il pensiero ricorrente, è che la band avrebbe potuto e dovuto dare qualcosa in più almeno per il brano che porta sulle sue spalle il peso dell’intera opera. Troppo ripetitiva, troppo ‘curva’ su se stessa, non riesce a sviluppare una sua identità anche a causa della monotona voce di Halford, svuotata e debole in tutte le strofe. Non basta il suo impegno nello scandire con toni vibranti e mediamente acuti un ritornello che, ripetuto troppe volte finirà senz’altro per fiaccare l’entusiasmo dell’ascoltatore. Purtroppo, la band non è riuscita a trovare ne uno stacco vincente ne una via di fuga alle poche soluzioni studiate lungamente a tavolino. Una canzone che sicuramente non passerà alla storia, né tantomeno verrà ricordata come una delle migliori composte in carriera dalla band. Un mezzo passo falso, dunque. Ritengo tuttavia che, dal vivo, potrebbe, come già più volte accaduto in passato, assumere ben altre connotazioni, non sfigurando affatto davanti ai classici ben più noti dei Judas Priest, pur non potendone replicare tutta la dirompente carica… si accettano scommesse sin da subito.

Halls Of Valhalla
Ci siamo! Ecco i Judas che adoro! Il pezzo definitivo dell’album, i nostri lo centrano con questa canzone e pareggiano così i conti con tutti i detrattori della band, ovvero i soliti soggetti ipercritici e provvisti altresì di una lingua molto ‘sciolta’ e tagliente, che prospettavano ormai per la band il prepensionamento della band, in vista di un lento ed inesorabile ritiro dalle scene. I Judas Priest puntano ad innalzare il livello qualitativo a vette non raggiunte sinora nel contesto dell’album, dunque, con quello che sicuramente è uno dei punti forti del disco. ‘Halls OF Valhalla’ è dotata di un’epicità che rasenta l’immenso (il titolo la dice lunga) ed enfatizzata dall’azzeccatissima scelta di Halford di doppiare la propria voce. Strettamente paragonabile per enfasi, a due classici della band come ’The Sentinel‘ e ‘Nightcrawler’, dato che vanta una struttura molto simile a quei due capolavori. Questo brano fa viaggiare l’immaginazione dell’ascoltatore, grazie anche ad uno di quei refrain letteralmente destinati a stamparsi in testa per non lasciarla più, senza tuttavia essere né banale né scontata. A tratti, sembra che la band stia suonando a dieci metri di altezza da terra, guardando tutti dall’alto in basso, tanto nitido pare essere il loro stato di grazio. Finora, il Metal God non aveva ancora ecceduto, anzi… sin qui pareva quasi dosasse la sua estensione vocale, ma dopo il preludio chitarristico a cura di Tipton, finalmente Halford da via libera al suo diaframma con un urlo iniziale spaventoso! Mentre sale ancora più in alto, verso vette proibite alla stragrande maggioranza dei singer, sia passati che moderni, raggiungendo i confini del Bifrost, noto come l’arcobaleno di Asgard! Divina, magnifica ugola dorata! Comunque l’indiscusso dominatore del brano è ancora Scott Travis, con il suo martellante drumming non perde un colpo, facendo ciò che gli aggrada e contribuendo in maniera determinante alla riuscita del brano… Le chitarre lavorano alla perfezione, proponendo le solite stilettate di riffs ed assoli al fulmicotone. Un altro super-anthem da concerto che farà accoppiata vincente con ‘Down In Flames‘. Eccellente composizione! Semplicemente immensa! !

Sword Of Damocles
Primo episodio di una sorta dei mini-trilogia epic metal contenuta in questo nuovo album della band inglese, figlia legittima dei Priest dell’era Les Binks (batterista ingiustamente dimenticato, parrebbe, anche dai fans storici della band). Torniamo dunque al biennio 1978-1979, con un riff portante che odora di ‘Stained Class’ come pochi, e la doppia cassa di Scott Travis e l’incedere marziale della sua batteria a costituire l’ossatura su cui Tipton e Faulkner ricamano splendidi intrecci di doppia chitarra solista (à la Thin Lizzy/Wishbone Ash per intenderci), creando un epos a cui nemmeno le grandi bands del genere epic metal possono lontanamente aspirare. In apertura pare che il Metal God si immedesimi in una specie di cantastorie e voglia narrare una storiella scandendo i tempi quasi fosse una filastrocca, mentre il riff molto carico di elettricità ed elaborato, continua il suo percorso in modo da creare una specie di cerchio nella testa dell’ascoltatore. I ritmi poi cambiano sino ad arrivare ad un rallentamento su cui si staglia un arpeggio da brividi, chiamando in cuasa il Tony Iommi di ‘Children Of The Grave’. Il falsetto di Halford rimanda a certe sfumature gotiche-barocche del periodo ’Sin After Sin’. Ottimo brano, anche questo necessita di svariati ascolti per essere compreso fino in fondo.

March Of The Damned
Questo brano sinceramente non sono riuscito ad apprezzarlo neppure dopo ripetuti ascolti, ed anche se è stato ispirato da una delle mie serie televisive preferite come ’The Walking Dead’, non sono ancora riuscito e a farmela piacere. Non capisco e nemmeno voglio incaponirmi nel tentare di capire come e perché la Sony abbia potuto scegliere un brano così scialbo ed insignificante come questo, nel ruolo di ‘preview esclusiva’ di 30 secondi di ‘Redeemer Of Souls’. Almeno le chitarre ‘graffiano’ all’inizio del brano, ma è solo un’ illusione che dura pochi secondi e nulla più! Qui Halford scimmiotta in malo modo quell’Ozzy inadeguato in cui ci siamo imbattuti (fatta eccezione per ’13’ dei Black Sabbath) nelle sue ultime prove soliste, il che non va proprio giù. La band tenta in extremis il recupero del mood di ’Metal Gods’ ma questa canzone è veramente troppo poca cosa per essere paragonata solo per un istante a quel pezzo di storia presente su ’British Steel’. Nulla da eccepire sugli assoli precisi e deflagranti di Tipton/ Faulkner, ma a volte tanto mestiere non basta per sollevare dalla polvere un brano davvero mediocre quale si rivela essere ’March Of The Damened’. Canzone dunque destinata a dividere molti fans della band con il suo easy listening (e nemmeno di buona fattura) del metal… in assoluto uno dei peggiori brani mai realizzati dai maestri del metal britannico! Da dimenticare ad ogni costo.

Down in Flames

Gran bella canzone, davvero ispirata con forti richiami al periodo ’Defenders Of The Faith’! Tutto scorre via liscio, tutto perfetto, riff assassino, cori bellissimi, assoli folgoranti ed ennesimo ritornello azzeccato: ’Goin’ down in flames, goin’ down in a blaze of glory…’ che mi sta facendo uscire fuori di melone! Un mid-tempo accattivante e molto efficace, interpretato con coerenza e semplicità da Halford. Un vero anthem che molto presto troverà il meritato spazio nella set-list dei Judas Priest dal vivo! Null’altro da aggiungere… alzate il volume! TOP!

Hell & Back
Ancora atmosfere gotiche derivate da ‘Stained Class’, e – udite, udite!- da quell’ inarrivabile capolavoro che è ‘Heaven And Hell’ dei Black Sabbath, però riproposte con classe e coerenza! Il wah-wah di Tipton urla letteralmente nell’assolo, e il nostro macina un riff splendido in simbiosi con Faulkner. Appropriata e significativa anche l’accelerazione finale con il singer indiavolato. Ritmicamente si assesta nuovamente sul midtempo classico, con un riff semplice e granitico che lascia spazio a chitarre libere di tessere assoli nuovamente molto coinvolgenti e melodici. Molto sentita e carica di pathos la performance di Rob Halford. Buon brano!

Cold Blooded
I nostri puntano, come per la conclusiva ‘Beginning Of The End’ sull’atmosfera e meno sull’impatto dovuto alla velocità. ‘Cold Blooded’ è un altro brano riuscitissimo, forte di cambi di tempo mozzafiato, splendidi testi (che immagino essere opera di Mr. Halford) e un lavoro encomiabile di Scott Travis, che qui che funge da autentico ‘collante’ musicale tra un variazione di atmosfera ed un’altra. Promossa….

Metallizer
In questo brano si riaffacciano personaggi stile The Punisher tanto cari a Rob Halford, ovvero quelli che vengono chiamati a sistemare situazioni estreme, vendicare soprusi e redimere anime! Le similitudini con il ‘Demonizer’ di ‘Angel Of Retribution’ sono davvero tante. Altro, ottimo pezzo improntato su ritmiche molto spinte, risente fortemente delle influenze più moderne portate da Richie Faulkner, che è splendidamente in evidenza per tutta la durata del brano sia in fase ritmica che solista. Così come lo è Rob Halford, che mette in carnet un’ altra bella prestazione individuale per quel che riguarda quest’album.

Crossfire

Difficile non parlare con fervente ammirazione, per uno come me che ha adorato quello splendido ‘pasticcio’ (pur in mezzo a tante pecche a livello di arrangiamenti e scelta dei suoni/produzione) che è ‘Rocka Rolla’, di questo fenomenalebrano di pura matrice heavy blues, che riscopre il succitato ‘Rocka Rolla’ tanto quanto ‘Stained Class‘. I Priest che fanno il verso a sé stessi? No! Piuttosto, i 5 di Birmingham che riscoprono le loro vere radici con coerenza ed intelligenza, proponendo un brano se vogliamo anche un po’ fuori contesto, ma che suona freschissimo e vitale, per una band che ha già dato praticamente tutto o quasi a questa musica, ma vuole continuare a stupire con soluzioni innovative che guardano al passato senza ripeterlo pedissequamente!

Secrets Of the Dead
I Judas riprovano a scrivere un brano oscuro alla ’A Touch Of Evil’ per intenderci, pur senza riuscire a toccare nuovamente quei livelli eccelsi… direi però che anche in questo episodio gli old-boys ce la mettono davvero tutta! Necessita di ripetuti ascolti, e ai poco attenti, potrebbe far perdere la pazienza e far premere lo skip del lettore. Lo splendido riff iniziale fa da preludio ad un brano cadenzato ed atmosferico, forte anche di una narrazione/spoken-word nella parte centrale. Per quanto possa sembrare ridicolo affermarlo, si tratta del brano più sabbathiano del lotto. Discreto pezzo, anche se verrebbe da pensare se non si tratti di un ‘Lleftover’ da ‘Nostradamus’ o un pezzo ‘figlio legittimo dell’esperienza legata a quell’album. Sono assai curioso di sentire le rimanenti 5 canzoni lasciate fuori dal disco e destinate alla versione deluxe, secondo me almeno 2 su 5 potrebbero anche esserle superiore a ‘Secrets Of the Dead’, e così come per ’March Of The Damned’ la terrei pronta per la sostituzione e farla accomodare in panchina.

Battle Cry
Vale lo stesso discorso fatto in precedenza per ‘Halls Of Valhalla‘! Indiscutibilmente uno dei più bei ‘fast’ priestiani dall’epoca di ‘Defenders Of The Faith‘. Melodica, potente, forte di furiosi intrecci di chitarra tra il nuovo arrivato Richard Faulkner e il veterano Glenn Tipton. Qui Rob Halford comincia a ‘spingere’ sul serio e a chiedere qualcosa in più alla sua voce, che nonostante anni di ‘abusi’ dovuti ad estenuanti tour mondiali, sembra aver recentemente recuperato almeno parte dell’antico splendore. Brano capolavoro. Così si suona puro heavy metal classico, maledizione!

Beginning Of The End
Qui ho ravvisato le stesse vibrazioni prodotte lo scorso anno dall’ascolto di ’13’ dei Black Sabbath: i maestri del metal risiedono sempre in Inghilterra! Potrebbe essere quindi intesa, vista anche la similitudine col il titolo, come una risposta a distanza ai conterranei maestri, oppure una rivisitazione dei fasti degli anni ‘70 (segnatamente, ‘Sad Wings Of Destiny‘)? Lecito probabilmente propendere per la seconda. Ho sentito usare, addirittura sprecare termini ingiuriosi per questo brano, di notevole impatto emotivo e molto atmosferico, che fa coppia (ciò, ovviamente, per i fans storici della band inglese) con ‘Dreamer Deceiver‘. Per quanto mi riguarda, respingo in toto cotante ingiurie. Se questa sarà veramente l’inizio della fine per la gloriosa band lo scopriremo solo vivendo, per il momento spegnete la luce, chiudete gli occhi e fatevi guidare dalla voce di Rob Halford in questo cammino finale, non vi chiedo altro…

Tacklist:
1. Dragonaut
2. Redeemer of Souls
3. Halls of Valhalla
4. Sword of Damocles
5. March of the Damned
6. Down in Flames
7. Hell & Back
8. Cold Blooded
9. Metalizer
10. Crossfire
11. Secrets of the Dead
12. Battle Cry
13. Beginning of the End

Band:
Rob Halford – voce
Glenn Tipton – chitarra, tastiera
Richie Faulkner – chitarra
Ian Hill – basso
Scott Travis – batteria

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