Korn – Untitled

 

Virgin – Luglio 2007

Avevamo lasciato i Korn pochi mesi fa con il loro “Unplugged”; un’operazione talmente stramba, che qui a Long Live Rock’n’Roll.it non abbiamo esitato a promuoverla come riuscita o quanto meno interessante. Chi vi scrive si meravigliò a parlarne bene dopo tanti anni; è anche vero però che quel disco non era certo capace di sedare le crisi di astinenza del fan incallito della band, neanche di rivalutarla alla luce dell’immondizia prodotta in questi anni.

Diciamoci la verità: i Korn sono rimasti al palo all’altezza di “Issues” (Immortal/Epic – 1999), ultimo lavoro davvero essenziale per apprezzarne e comprenderne la grandezza. I giovanotti, si sa, non perdono tempo, ed eccoci già a parlare di un disco nuovo di zecca, senza titolo ma rigorosamente non omonimo, al quale ci siamo avvicinati con, potete immaginare, un certo pregiudizio. Ascoltando con calma l’opera, bisogna riconoscere che i Korn sono tornati con l’intenzione di dimostrare di essere band di caratura superiore; di non essere la pantomima incapace di rifare loro stessi, ma di saper cambiare, di essere riconoscibili pur applicandosi a materia nuova. In quest’epoca di revivalismi vari, dove la new wave anni ottanta, soprattutto inglese, viene saccheggiata da figuri indegni che fanno affidamento su una ignara massa ascoltatrice di fighetti cresciuti a pane e Mtv, i Korn dimostrano di conoscere la materia molto, molto bene; al punto di prenderne spirito ed intuizioni e farne qualcosa di personale. Quello che solitamente si chiama FARE MUSICA!

Non sono certo gli ultimi arrivati che saltano sul carro per vedere se si può restare ancora a galla, perchè i Korn, e Jonathan Davies in particolare, hanno sempre dichiarato, sin dall’inizio, il loro amore per la new wave inglese; addirittura per il new romantic. Questo è il momento in cui i nostri mettono a frutto nel migliore dei modi quelle influenze, mettendo sul piatto un sound davvero nuovo e soprattutto incisivo. Accantonato del tutto (finalmente!) l’elemento hip hop, che aveva ormai esaurito la sua forza propulsiva all?interno del loro sound, i nostri attenuano anche la loro personale interpretazione del metal per progredire verso un sound più sintetico, che abbraccia tanto l’industrial, soprattutto quello primigenio ed europeo, quanto, appunto la new wave: i synth sono predominanti in questo disco, con Munky alla chitarra a svolgere il ruolo di eccelente rifinitore, e non è difficile riconoscere padrini eccellenti come i Depeche Mode nell’uso di suoni e di alcune soluzioni armoniche; ma anche le soluzioni industrial più recenti come quelle personalissime di Trent Reznor con i suoi Nine Inch Nails. Ma non è tutto qui, perchè i Korn non perdono il loro stile, offertoci con una potenza, direi piuttosto prepotenza, rock. “And then they were three”. Perso per strada anche il batterista storico David Silveira, che ha preferito la carriera da modello (meglio perderli che trovarli?); con Head ormai perso per le strade dell’evangelizzazione, i nostri tre superstiti si reinventano, dimostrando grande abilità di musicisti ma soprattutto di avere ancora qualcosa da dire. Questo è l’elemento più importante che va sottolineato alla luce dei nuovi Korn, a fronte di un disco che, in verità è bello solo a metà.

L’Intro, una sorta di valzer da base lunare, ci introduce ad una prima parte molto potente dove balza subito all’orecchio il drumming spettacolare del super-turnista Terry Bozzio (di recente anche con i Fantomas), elemento chiave per comprendere il nuovo corso della band, più fluida nelle sue composizioni, con Fieldy non più impantanato nei suoi slapping, ma impegnato a costruire con il suo basso una struttura solida con cui far andare la macchina. Che dire poi di Davies, anche lui finalmente scevro da clichè ormai abusati, che dimostra quanto stia ancora crescendo pur avendo raggiunto grandi livelli. Lo si nota soprattutto nella fase centrale dell’opera, la più interessante, in cui i nostri si producono in una sequenza di brani dall’atmosfera cupa e notturna da brividi: “Kiss”, ma soprattutto la magnifica Do what They Say, ma anche Ever Be. Purtroppo per? il disco finisce qui, perch? la magia ? rotta da una “Love and Luxury” che ricorda l’ultima Hillary Duff! Che apre una sequenza non più lucida, sopra le righe, buttata via che si riprende un po’ sul finale senza aggiungere, però, molto di più a quanto già espresso nella prima metà del disco.

Peccato, certo, però rimane la sensazione forte di una band ritrovata. Se questo “Untitled” è una premessa, c’è molto da attendersi ancora. Altrimenti ci rimane una manciata di ottimi brani che si fanno ascoltare molto volentieri.

www.korn.com

Tracklist:
1. Intro
2. Starting Over
3. Bitch We Got A Problem
4. Evolution
5. Hold On
6. Kiss
7. Do What They Say
8. Ever Be
9. Love and Luxury
10. Innocent Bystander
11. Killing
12. Hushabye
13. I Will Protect You

Band:
Jonathan Davis – voce
Munky – chitarra
Fieldy – basso
Terry Bozzio – batteria

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