Milano, 24 giugno: il Legend Club si anima per un sold out atteso e sentito, quello dei La Dispute, accompagnati per l’occasione dai Teenage Bubblegums in apertura.
Il trio italiano ha due album all’attivo, Days Of Nothing e In Limbo, più diversi singoli più recenti come The Mistery Of Pain, Infamia e Temporary and Permanent: il loro sound è tanto ipnotico quanto assordante, ricorda quello degli A Place To Bury Strangers tra rabbia post-hardcore e strumentali più sperimentali, ed è un piacere ascoltarli.
Poco dopo, i La Dispute fanno il loro ingresso sul palco: sono passati svariati anni dall’ultima volta, una decina o poco meno, ma nulla sembra essere cambiato; il pubblico li accoglie affettuosamente e loro iniziano in un crescendo di suoni scandito dal ritmo della cassa, per poi esplodere su I Shaved My Head, dall’ultimo disco No One Was Driving The Car uscito a settembre dello scorso anno. Il suono della chitarra definisce invece il pezzo subito dopo, Man With Hands and Ankles Bound, mentre vorremmo ci fosse più spazio per ballare il two-step sulla canzone successiva aka The Most Beautiful Bitter Fruit.
“È passato un po’ di tempo, fa caldo e siamo già sudatissimi”, ammette Jordan Dreyer, voce del gruppo. “Tuttavia non c’è altro posto al mondo in cui vorremmo essere sudati così”, e sono certa che ognuno di noi abbia pensato esattamente lo stesso.
I La Dispute parlano di come il palco e il tour siano casa, pur essendo lontani dalla loro vera e propria casa, il Michigan: lo fanno suonando HUDSONVILLE, MI 1956 con una nostalgia che ci entra nelle ossa, la stessa che sento su Sibling Fistfight at Mom’s Fiftieth / The Un?Sound ma soprattutto su Woman (reading) e che mi spezza il cuore per un po’, come solo questo tipo di musica emo è in grado di fare. Il modo in cui la malinconia delle chitarre riesce a mescolarsi con la poesia dei testi è pura magia: tutto quel che accade sul palco è vivido, sentito e reale, non si tratta solo di performance ma c’è qualcosa in più.
E in effetti, Jordan Dreyer ne parla, poco dopo il caos generato da King Park: “fate un applauso ai Teenage Bubblegums! È davvero bello essere in tour e scoprire nuove band, nuove persone, continuare a far parte di una comunità”. Ed è in questo che sta tutto il senso di un concerto dei La Dispute, nell’esistenza di una scena in cui ritrovarsi. Più che una questione di appartenenza ne si fa forse un luogo di ritrovo e aggregazione: ci raccontano di quando compravano i dischi aspettando di poterli ascoltare assieme dal vivo e di quanto quei legami li abbiano inevitabilmente definiti come esseri umani e non solo. Si trovano di fronte a noi proprio perché vent’anni fa qualcosa in loro è cambiato al punto da imbracciare le chitarre cercando di portare avanti quel senso di comunità nel loro piccolo, fino ad arrivare qui in questa serata.

Mentre mi chiedo quale sia la ragione di ognuno di noi per ritrovarci qui e ora assieme sotto questo palco, la band suona Landlord Calls the Sheriff In, seguita da All Our Bruised Bodies and the Whole Heart Shrinks e Woman (in mirror).
“Sogno un mondo in cui non si ha paura di camminare per strada di notte, in cui non si viene discriminati per provenienza e colore della pelle, un mondo in cui la Palestina è una terra libera”: la sensibilità riguardo l’esistenza di un luogo sicuro in cui si è circondati da persone che tirano fuori il meglio di noi stessi è tutta in queste parole, dichiarazioni che trovano il loro spazio nel loro esatto luogo e che non hanno bisogno di essere urlate, ma nemmeno di essere sussurrate.
Il concerto continua con Why It Scares Me e Andria e riesco a scorgere del movimento, forse qualche pazzo riesce davvero a farsi spazio e ballare il two-step nonostante l’assenza di spazio dovuta al soldout.
L’encore invece è affidato a No One Was Driving the Car eseguita nella sua natura acustica ed Environmental Catastrophe Film: i La Dispute hanno dimostrato di aver ancora molto da dire, e di essere ancora casa per un sacco di anime più o meno tormentate, in cerca di una ragione per cui sentirci in pace.
Gallery a cura di: Ilaria Maiorino

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