Le vie del rock sono infinite e così le amicizie/collaborazioni che ne nascono. Una sicuramente curiosa è il sodalizio di vecchio corso tra Ritchie Kotzen, semidio della sei corde (Poison, Mr. Big, Winery Dogs) e il metallissimo Adrian Smith, colonna portante e songwriter degli Iron Maiden.

Anni di baci e abbracci immortalati sui social portano il duo a incidere un disco, “Smith/Kotzen” nel 2020 e indovinate un po’, sua malignità Covid-19 ci mette il becco e blocca ogni velleità di eseguirlo live. Onestamente il lavoro su vinile non mi ha inizialmente esaltato, ma la serata e’ ghiotta, specialmente per chi suona la chitarra e considera Kotzen nell’olimpo delle semibiscrome, dotato oltretutto di una voce incredibilmente simile a quella del compianto Chris Cornell.

Ci aggiungiamo una spiccata simpatia per il britannico dei Maiden e si preannuncia la classica serata coi fiocchi in quel di Hollywood che ha ritrovato, oltre alla libertà di suonare dal vivo, il suo tipico maledettissimo traffico.

Smith/Kotzen lanciano un minitour in California che precede un altrettanto minitour in Inghilterra, non è dato sapere se il progetto si svilupperà ulteriormente.

Cerchiamo di sviluppare il significato di un tour low-budget in piccoli club da parte di un milionario del metal e di uno dei più rispettati virtuosi del pianeta azzurro: ho la netta sensazione che il motivo scatenante sia l’uscire di casa e suonare dal vivo, non importa quale sia il posto e quanto pubblico possa accontentare; tenere due animali da palco legati in salotto può provocare reazioni simili senz’ombra di dubbio.
Ogni data supporta band locali, cosa che non ha portato portato molta fortuna in questo caso, vi risparmio i dettagli.

Fuoco alle polveri e possiamo finalmente svelare il mistero di chi possano essere gli altri componenti della band, visto che non sono stati annunciati.
Al basso troviamo Julia Kotzen, moglie di Ritchie e vecchia conoscenza del Whisky a Go Go visto che partecipa alle jam session del martedi, squisita musicista e affabile personaggio sempre pronto a scambiare due chiacchiere.
Alla batteria il giovane Bruno Valverde accolto dal pubblico brasiliano in sala come un eroe, e ne hanno ben donde, visto il seguito.

Niente fronzoli, scenografie o coreografie: chitarra, cavo e amplificatore ed ecco che parte “Taking my chances” cantata all’unisono dallo stipato pubblico del pub.
Sorpresona numero uno: la responsabilità al microfono è divisa in parti uguali tra i due eroi con il solito Kotzen che si arroga la prerogativa di avere due talenti immensi e Smith che fa il verso a Paul Rodgers con una voce calda, non follemente tecnica, ma decisamente piacevole.
Non essendo una diva Kotzen dà ampio spazio alla chitarra dell’anglosassone che sfoggia doti melodiche sentite nei migliori brani dei Maiden.

Sorpresona numero due: sottolineando il fatto che l’esecuzione sia stata (senza sorprese) impeccabile, i componenti della band si guardano e si parlano sul palco per coordinarsi, è evidente che siano usciti di casa in fretta e furia per suonare il prima possibile magari saltando un lungo periodo di prove; da non fraintendere, il tutto rende solo lo show più umano e divertente.

Bando alle ciance e si prosegue con la seconda hit del disco, Running, senza dare quartiere e chiedere quartiere, con Kotzen che dà il meglio di sé manco fosse davanti a 50.000 persone mentre la moglie e Bruno Valverde percuotono piuttosto duramente le mura del Whisky da fare invidia alla faglia di Sant’Andrea.
Dopo “Scars”, cantata quasi interamente da Adrian Smith, è tempo di chiacchiere con un Kotzen che non trattiene l’emozione e racconta quanto sia felice di esibire la sua nuova creatura live, finalmente.

E così sciorinano tutto il disco con Some People, Glory Road, Solar Fire etc. ed appare evidentissimo ai più che si stiano divertendo come matti. Una caratteristica che un personaggio di nome Edward Van Halen aveva costantemente: quell’aria di chi sta godendo del momento e non ha paura di darlo a vedere, una positività contagiosa (scusate il termine) che vale più di mille sedute da uno strizzacervelli.
Non mancano balletti di Adrian Smith che inscena simpatici teatrini e interagisce col vicinissimo pubblico, cosa che non può fare nel tipico suo ambiente di lavoro: lo stadio.

Finisce il set d’ordinanza e si esce dal palco per riprendere fiato in attesa dei bis e qui arriva la sorpresona numero tre: Wasted Years degli Iron Maiden. Inutile dirlo, pubblico in visibilio con Kotzen che lo aiuta a raggiungere le tonalità folli di Bruce Dickinson.

Discorsone di Kotzen che conferma la mia ipotesi, non ce la facevano più:”We forgot who the fuck we were in those 2 years and a half” che per i non anglofoni suona come: ”ci stavamo dimenticando chi cazzo eravamo in questi maledetti due anni e mezzo”.
Il giubilo di classic rock termina con la struggente “This is Life” del progetto solista di Kotzen che manda a nanna i presenti felici come bambini come dopo una serata alle giostre, un connubio dolce-piccante di due musicisti completamente diversi, ma così amici da trovare uno spazio comune che è piaciuto e che merita palchi più ampi.

Direi inutile soffermarsi sul lato virtuoso della chitarra, ognuno ha il proprio stile e non mi soffermerò ad elogiare troppo Ritchie Kotzen, non cadrò nella trappola del chitarrista giudicante, molti altri hanno da dire da loro con linguaggi differenti e con diversi tipi di virtuosismo.

MA Ritchie Kotzen è il migliore di tutti.

Punto.

SETLIST
• Taking My Chances
• Running
• Scars
• Some People
• Glory Road
• Solar Fire
• You Don’t Know Me
• I Wanna Stay
• ‘Til Tomorrow

ENCORE
• Wasted Years (Iron maiden)
• This is Life (Kotzen)

 

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