Oggi mi sento molto Doc Brown!

Vi ricordate quale fu il vero punto di rottura? Vi ricordate quando alla musica metal venne ‘concesso’ il privilegio di varcare i confini italici? Vi ricordate com’era (desolante) il panorama  per la musica Rock in Italia nella prima parte degli anni ottanta? Niente magazine, concerti ridotti al lumicino tanto che per andare a vedere Maiden, Judas e Kiss bisognava come minimo andare in Svizzera o Francia. Almeno per me, torinese di nascita, mi bastava varcare le alpi e lo facevo volentieri, anzi lo vivevo come un vero e proprio avvenimento.

Fattostà che ciò non toglie che qui fosse come essere abbandonati nel mezzo del Sahara! A quei tempi l’economia discografica girava a pieno regime specie in Inghiltera, Germania e ovviamente USA. Qui da noi, fatta esclusione dei Kiss (per i cultori del rock duro erano robetta risibile) l’Italia era assopita tra le braccia di Morfeo, assopita in sonni profondi.

Mi spiego meglio: un consumatore medio di musica negli anni ottanta era quello che in un mese spendeva i suoi soldini all’incirca per quattro Lp e sei 45 giri, i suoi ascolti erano davvero interlocutori e mal indirizzati, dato che spaziavano da un ‘Making Movies’ qualsiasi degli allora sconosciuti Dire Straits a ‘Tu cosa fai stasera’ di Dario Baldamnembo direttamente dal festivalaccio dei buoni propositivi italioti della riviera ligure. Da ‘Enola Gay’ degli OMD (hit radiofonica ai tempi), ai Clash di ‘Should I Stay’, da ‘Eye In The Sky’ di Alan Parsons Project sino alla colonna sonora di ‘Flashdance’. Quelli erano i dischi che un po’ tutti avevano per le mani a quei tempi. Metal?! Diciamo che il 2% degli ascoltatori/consumatori di musica comprava e seguiva: Ac/Dc, Iron Maiden, Saxon, Judas Priest e Motörhead. Per molti Heavy Metal era una parola legata più che altro a quel bel film di animazione di Gerald Potterton uscito nel 1981, per giunta affiancato da una colonna sonora di tutto rispetto con Black Sabbath, Sammy Hagar e Blue Öyster Cult tra gli altri.

Il breaking point avvenne quando Linus, un pomeriggio del settembre 1986, alle 14:20 passò su D.J. Television (Italia 1) il video di ‘The Final Countdown’ degli Europe! In meno di 10 minuti il centralino di Radio Dj fu sommerso di telefonate! A quella canzone fu concessa l’occasione di far transitare il rock più metallico in Italia, dove stazionò per 29 settimane nelle nostre classifiche, di cui 9 al primo posto! Un record! Da li il passo fu breve; dagli Europe a Bon Jovi di ‘Slippery When Wet’ passò circa un nano secondo! Venne così data una chance anche agli Scorpions, per poi arrivare, l’anno successivo, ad abbracciare ‘Hysteria’ dei Def Leppard e pure ‘Appetite For Destruction’ dei Guns, per poi schiantare malamente il naso contro lo specchietto (per le allodole) tutto nero di Lars Ulrich nel caldo agosto del 1991. Se il metal è arrivato in Italia il merito/demerito (fosse rimasto un fenomeno circoscritto sarebbe stato pure meglio per me) è della canzone meno metal per antonomasia mai composta ovvero ’The Final Countdown’ nel 1986!

Un vero paradosso se vogliamo! Da quel momento in poi, guarda caso, come per magia divennero tutti metallari in Italia! Pure il mio vicino di casa che andava avanti con afro-music, sguardo spento e cartine lunghe fisse in tasca un pomeriggio si presentò con una cassetta in mano e un: ‘Per favore, me li registri gli Europe?’ La mia ragazza di allora esordì con: ‘Eh, ma questi sono bravi e pure belli! Mica come quei ‘cosi neri’ che ascolti tu!’ scese l’oblio e cominciai a odiare gli Europe e il loro arrivo qui da noi! L’Italia è questa, è sempre stato così il nostro paese, dei ritardatari nati su tutto: dalla musica, allo sport (Spagna 82 in realtà fu un caso isolato avvenuto per combinazioni astratte delle costellazioni di Cthulhu completamente folli), alla tecnologia, agli armamenti, a internet… sempre due se non tre passi dietro! Tuttavia il suo meglio il caro ‘metal’ l’aveva già sfornato poco prima con i vari: ‘Defenders Of The Faith’, ‘Black Out’, ’Pefect Stangers’, ‘Black Metal’, ‘Restless & Wild’, ma gli Europe fecero in modo che la gente qui da noi si accostasse a quello che prima era definito solo come  rumore e non musica (concordo se i termini di paragone era quelli tra Judas Priest e i Ricchi & Poveri oppure tra Ozzy e Umberto Tozzi ci stà) popolare di facile fruizione per tutti.

Per tornare agli Europe, da cui tutti i metal-heads ai tempi si dissociarono in toto (me compreso) devo dire che i loro primi due dischi – ai tempi disponibili in Italia solo d’importazione – erano proprio belli… e lo stesso ‘The Final Countdown’ (un disco volutamente commerciale) era perfetto per gli scopi della band. Pochi altri hanno saputo svoltare verso il commerciale con tanta consapevolezza centrando a pieno l’obiettivo. D’altro canto mi hanno sempre fatto ridere le band che hanno avuto una svolta commerciale inconcludente che non ha mai portato a nessun successo. Fai roba da classifica, ma almeno vacci in classifica sennò oltre a suonare ‘merda’ sei pure un cretino!

Gli Europe le classifiche le hanno dominate, obbiettivo centrato! Che oggi le band suonino tecnicamente meglio è un dato di fatto (i giovani sono più preparati dei vecchi quando avevano la stessa età), ma è anche vero che scrivono peggio (hanno capacità artistiche inferiori), quindi il problema è che oggi prevale la qualità esecutiva su quella compositiva! Quello che la storia dimostra è invece che ciò che conta di più l’idea sulla tecnica (‘Let It Be’ è una canzone che poteva scrivere chiunque sapesse suonare una chitarra: sono solo quattro accordi tra i più semplici in assoluto) il problema non è come suoni, ma cosa suoni… mi rimane la sensazione che in un mondo perfetto 1 idea = 1 traccia… bella, sviluppata fino in fondo espansa ed esplorata abbia un peso specifico superiore! In un mondo come il nostro, le idee vengono buttate nel mucchio in modo totalmente inconsapevole… e nessuno si è più accorto che da sempre vale la regola ‘Less is More’.

 Luca Bosio

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