Mercyful Fate – ‘Don’t break the Oath’ compie 35 anni

‘Don’t Break the Oath’, secondo album dei danesi Mercyful Fate, oggi compie 35 anni. Era infatti il 7 settembre del 1984 quando veniva pubblicato dalla band di King Diamond e soci. Un album oscuro e potente.

Non sempre è semplice confermare quanto di buono si è fatto dopo un clamoroso debut album come ‘Melissa’. I Mercyful Fate superano per bellezza, durezza e oscura malvagia potenza il loro album di esordio proponendo ‘Don’t Break the Oath’. Un album molto più cupo e intriso di empietà e spregiudicato metal particolare e unico. 

Molti definiscono questo lavoro come il migliore dei MF, il più elevato tra tecnica, sonorità e evoluzione del metal che la band riesce a creare. Straordinario nelle liriche e straordinario nelle evoluzioni della voce che King Diamond riesce ad elaborare con maggiore intensità e cattiveria posseduta. I suoni, i solo, i riff incredibili e complessi sono qualcosa di stupefacente e ipnotico in un solo soffio vitale. La tecnica del duo Shermann / Denner è inimitabile per il tempo. Il metal si affranca dalla scuola britannica e diventa sempre più europeo grazie anche alle intuizioni e alle idee originali della band danese.

Gli influssi del rock classico dalla metà degli anni sessanta, l’hard rock e l’heavy metal degli anni settanta e i primi passi del metal britannico moderno degli anni ottanta sono tutti presenti in questo lavoro che si eleva nella sua più profonda originalità proprio grazie alle radicate basi sonore e compositive su cui questo album getta le sue possenti fondamenta.

Difficile dimenticare l’iniziale ‘A Dangerous Meeting’ con il super riff introduttivo di chitarra, e il battito della gran cassa e del basso a sancire gli stacchi prima del momento principale quando entra la voce di King Diamond, limpida e spettrale allo stesso tempo. Il rallentamento con le sovrapposizioni della voce e il successivo rallentamento con le chitarre che regalano un passaggio celebrativo nei confronti di due grandi chitarristi Tipton / Downing.

Il tributo ai grandi del metal degli anni settanta viene presentato in ‘The Oath’, con il tuono e la campana in sottofondo, ma quando poi le dissonanze dell’organo che sono poi il sottofondo al giuramento e la risata malefica che sopraggiunge prima del ritmo e riff forsennati e con la voce del King che acuta si confonde con le note della sei corde. I ritmi che si spezzano per dar luogo a momenti più cupi e ai cori più blasfemi. 

‘Gypsy’ è un brano posseduto a cui molti rocker e metallari moderni si sono ispirati almeno nel riff iniziale e portante. 

‘Don’t Break the Oath’ è un album che esalta le qualità compositive del quintetto danese. Energia, modernità con un occhio verso i vecchi della cultura metal degli anni settanta, fantasia e tanta malvagità, oscura, iniqua, perversa e disumana.

Ed in ultimo ‘Come to Sabbath’… qui le parole sono inutili. Spettrale, un incubo, un crescendo frammentato di angoscia…

‘Don’t Break the Oath’… capolavoro!!!

Tracce:
A Dangerous Meeting
Nightmare
Desecration of Souls
Night of the Unborn
The Oath
Gypsy
Welcome Princess of Hell
To One Far Away
Come to the Sabbath

Band:
King Diamond – voce
Hank Shermann – chitarra
Michael Denner – chitarra
Timi Grabber Hansen – basso
Kim Ruzz – batteria

 

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