Mordor – Metal

 

Autoprodotto – 1985

Questo misconosciuto EP ci giunge dal lontano Dicembre 1985 ad opera di un quintetto di baldi giovinotti provenienti da Wuppertal, in Germania, Mordor. Tanto per cambiare, direte voi… E’ assolutamente vero, i dischi underground tedeschi sono sicuramente in sovrannumero tra i miei reperti e faccio fatica a non estrarli. Preamboli a parte, quel che pesco, pesco. A chi ci piace ci piace, a chi non ci piace, sorry, nessuno vi obbliga alla lettura. Ora veniamo a questo Ep dal fantasiosissimo titolo: “Metal“.

Con una lunghezza abbastanza considerevole (o sconsiderata…), oltre sei minuti, si parte con “The Rock Warrior”, un’anthem piuttosto cadenzato e scontato, dal ritmo blando e ripetitiva nei ritornelli finche noia non ci separi. Curioso ed ingenuo l’innesto di finte acclamazioni ed applausi da finto Live. Brano scadente, non immondo ma insufficiente a destare un minimo di curiosità. Passiamo al successivo “Live Faster, Die Young”. Tutto ok? No! Qui i minuti sono addirittura nove!!! In verità mancano una quindicina di secondi, ma sono decisamente tanti, almeno per i miei gusti personali. L’inizio, ad opera di uno dei due furibondi seicordisti, è un pezzo di “bravura” deprimente poi, forse causa scazzamento o, mosso a pietà, l’altro collega si aggiunge con un riff che accende il brano dandogli un tocco personale. La voce è abbastanza carismatica ma il risultato è un pezzo molto, molto datato, inascoltabile ai giorni nostri. Per capirci siamo sulla falsariga degli Accept dei primi due album ma senza Udo, il nano malefico, dietro al microfono. Anche il coro, che, per definizione, dovrebbe essere attuato da almeno due persone, è sostenuto dalla sola voce del nostro Holger Vom Scheidt e nel suo “…Ohhh, Ohhh…” è da lacrime agli occhi, desolante. Una specie di assolo infinito, finalmente, chiude questa agonia. Ribalto il disco e in “1964” non si può non notare una mostruosa accellerata da parte del nostro drummer che ci porta al limitar del power ottantiano, buono il contributo delle chitarre ed egregio anche il vocalismo. Finalmente dopo due eterni bidonazzi, in questo brano, di soli quattro minuti, qualcosa di buono si ode. Ultimo pezzo presente sull’Ep è  “Mankind Doesn’t Change”. Questi finali sei minuti di registrazione iniziano con un’intro in stile “The Bard’s Song” con parte narrante accompagnata dalla chitarra acustica, dal suono, volutamente, ottocentesco. Attimo di suspence ed arriva una “organata”, quantomeno inaspettata, ad aprir il brano vero e proprio. La lentezza doomeggiante del pezzo lascia il fardello nelle mani del solo singer, coadiuvato nell’opera da un buon lavoro del bassista. Per l’epoca era, sicuramente, una composizione varia e complessa dall’esito un po ambiguo che mi lascia indifferente. Un urlazzo senza senso chiude mestamente quest’incisione che la polvere ed il tempo faranno scomparire, a ragione, dalla memoria dei più. Ad eccezione di un ascolto concentrato su “1964” non ci perderei troppo tempo.

Un dischetto abbastanza inutile ed, a tratti, inudibile e non per la registrazione che, per i tempi, era piuttosto valida.

Quotazione: Mordor – Metal: € 70/100

Tracklist:
1. Rock Warrior
2. Live Faster, Die Young
3. 1964
4. Mankind Doesn’t Change

Band:
Holger Vom Scheidt – voce
Michael Stötzner – chitarra
Oliver Schlimmer – chitarra
Marcus Bielenberg – basso
Thomas Bergmann – batteria

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