LIVE EXPERIENCE: MYSTIC FESTIVAL
DAY 2
Dopo due giorni di tempo clemente, oggi la temperatura si abbassa ed il cielo assume un aspetto poco rassicurante. Il secondo giorno inaugura con uno spiacevole annuncio, i Soilent Green, che avrebbero dovuto suonare prima dei Fulci, annunciano di non poter partecipare al festival.
Ed eccoci quindi, sotto la pioggia, iniziare la giornata al solito The Void coi Sever, metalcore band indipendente con inserti melodici, molto energica, proveniente dalla Lettonia. Nulla che faccia gridare al miracolo come gli incredibili Blood Incantation del giorno prima, ma neanche biasimevole, fanno la loro parte e scaldano gli animi ad inizio di questa giornata fosca.
Il meteo avverso non ci scoraggia e ci spostiamo al Park stage per l’esibizione dei Gatecreeper, anticipata dalle note di “It’s My Life” di Bon Jovi, direttamente dall’Arizona innalzano drasticamente l’asticella della violenza sonora proponendo un death d’impatto che ingloba elementi hardcore.
I rovesci atmosferici non si placano e favoriscono così l’affluenza verso il Sabbath, unico palco al chiuso ove scaldano i motori gli Czer?, polacchi, fautori di un gradevole death metal, ben fatto ed eseguito con perizia e convinzione.
Il maltempo non può certo ostacolare il nostro cammino verso il main stage, giacché vi si stanno per esibire gli Eyehategod, band molto amata anche dalle nostre parti. Il frontman Mike Williams volge lo sguardo al cielo asserendo, sarcasticamente, essere la giornata perfetta per un loro concerto! I titani dello sludge metal scelgono nell’occorso di omaggiare l’album Take as Needed for Pain, seconda prova in studio del ‘93, eseguendolo nella sua interezza. Anche loro, visti più volte, rappresentano una sorta di garanzia in sede live ed infatti non deludono le aspettative, tutto fila per il verso giusto, affiatati, impeccabili nota per nota, una pura gioia per gli amanti del genere.
Facciamo in tempo, previa sgambata, a vedere anche parte della suonata dei Vianova, giovane band visivamente apprezzata dai propri coetanei che non si ferma dinanzi ai continui scrosci, che propone un interessante connubio di vari generi, utilizzando anche basi. Molto simpatico e disinvolto il cantante, che indossa un copricapo, tipo colbacco, bianco!
Tempo di fare un’altra corsa per non perderci un nome pionieristico della scena elvetica, i Coroner. Autori, a suo tempo, del sorprendente Punishment for Decadence, il trio è riuscito a mantenere 2/3 della formazione originale pertanto l’interesse verso l’esibizione era particolarmente elevato. Come in altre occasioni, gli svizzeri non sbagliano un colpo e impostano la scaletta principalmente sull’ultimo album in studio, Dissonance Theory (2025), utilizzando sovente basi registrate. Il risultato finale risulta massiccio, possente e, loro caratteristica, altamente tecnico sì da consacrare il loro status di band di culto. Ricordiamo che saranno presenti al Metalitalia festival di quest’anno, insieme ad altri nomi di gran pregio, vi consigliamo pertanto di non perdervelo.
Con lo scorrere delle ore coerentemente si approssimano i pesi massimi, eccoci dunque balzare al main stage for un nome di lustro, i Corrosion Of Conformity. Tra i primi gruppi crossover (termine utilizzato negli anni ‘80 per significare un blend tra metal e hardcore), nel tempo hanno integrato il sound con elementi southern/sludge farciti di una percettibile anima blues, il tutto mantenendo invariata la qualità della proposta. La chitarra/voce di Pepper Keenan, membro della c.d. formazione “classica”, guida il quartetto con padronanza ed esperienza. La scelta dei pezzi è oculata così da soddisfare tutti i palati, si passa dagli episodi più tirati della vecchia produzione, sui quali risultano a particolare agio, al “nuovo” corso testé ricordato. Jimmy Bower, chitarrista degli Eyehategod e Patrick Bruders, già bassista dei Crowbar assistono divertiti da dietro le quinte e scherzano coi membri della band (con Keenan si ritroveranno dopo circa un’ora insieme sul palco).
Siamo intorno alle 19:30 quando la gente comincia ad affluire in massa, si fa fatica a percorrere il viale principale, il che tutto sommato è spiegabile, visti i nomi in arrivo.
Percorrendo la strada a ritroso ci imbattiamo nei Death To All, noto tributo ai Death del compianto Chuck Schuldiner. Già visti in altre occasioni si confermano le stesse impressioni, è un progetto di alto profilo, suonato divinamente da musicisti strepitosi che hanno sicuramente titolo a rendere omaggio a Chuck. Ovviamente lo stesso è stato un personaggio unico ma questa, ben più che i Left To Die ove aleggiano parecchie perplessità in ordine alla genuinità dell’operazione, è la miglior opzione sulla terra per rievocare il mito di Schuldiner. Uno straordinario tour de force che inizia con “Living Monstruosity”, opening track di Spiritual Healing e termina con uno dei classici del death di tutti i tempi, “Pull the Plug”. Ricordiamo che la band si esibirà il 22 p.v. al Live Music Club di Trezzo sull’Adda (MI).
20:30, l’ora fatidica che ci regala quasi un’utopia, due band enormi, consecutive, per le quali saremmo venuti anche a nuoto!
Partiamo dalla prima, nientemeno che i Down, uno dei migliori supergruppi che la storia del metal abbia partorito. Tre soli lp (+ 2 ep), uno meglio dell’altro e un’aura quasi mistica che da sempre li circonda. A giudicare dalla percettibile adrenalina nell’aria non era arduo immaginare la reazione del pubblico, e così è stato all’apparire sulla pedana di Phil Anselmo, scalzo e con l’inconfondibile grugno. Anche in questo caso, c’è poco da questionare, Anselmo possiede un carisma innato, un frontman che non necessita di particolari fronzoli o salamelecchi e riesce ad avvincere il pubblico col solo sguardo. Per non parlare del gruppo, affiatati e consumati musicisti la cui armonia tra loro è avvertibile in ogni solco. Il set sarà quasi interamente incentrato sul leggendario album d’esordio, Nola, e si parte con “Lysergik Funeral Procession” il cui testo, come la conclusiva “Bury Me in Smoke”, è ispirato al consumo di sostanze stupefacenti. La seconda canzone, “Lifer” viene dedicata da Anselmo a Ozzy Osbourne. Come premesso, la risposta del pubblico è stata vibrante e a tratti indiavolata ma c’era da aspettarselo, non essendo cosa facile assistere a un loro show.
A seguire, nel secondo palco principale si esibirà un altro gruppo di culto, che manca dall’Italia da ben otto anni (qualcuno si può destare dal sonno gentilmente?). Per chi ama lo stoner di razza, gli Electric Wizard rappresentano uno dei migliori gruppi in assoluto da vedere dal vivo. Il muro sonoro, grazie anche all‘innesto di Liz Buckingham nel 2003, le atmosfere cupe e lisergiche e l’impatto dei quattro sulla pedana sono dannatamente trascinanti e intensi, un misto tra esperienza musical e mistica. Sullo sfondo, come di consueto, immagini gore ma soprattutto suoni perfetti. Solo per questa accoppiata andrebbe eretta una statua agli organizzatori, eccezionali. Una setlist clamorosa che ti arriva dritto allo stomaco, la quale rompe gli indugi con “Witchcult Today” e termina in pompa magna con “Funeralopolis”. Peccato non vi fosse alcun merch, per il resto Magna cum laude.
Non bastava una doppietta coinvolgente come poche laddove il Mystic continua a viziarci, torniamo infatti al main stage in attesa del Black Label Society. L’intro è affidato al celebre mashup “Whole Lotta Sabbath” e poi si parte con “Funeral Bell”. Zakk Wylde, oltre essere un chitarrista sopraffino è innanzitutto un professionista di altissimo profilo che si avvale di musicisti di egual spessore coi quali v’è oramai una collaudata alchimia. Oltre all’estro, è nota l‘ilarità di Wylde, con video sui propri canali seguiti da milioni di utenti. Anche oggi estro e carisma si fondono riuscendo a coinvolgere la platea fin dalle prime note. Peccato, così come era avvenuto per i Megadeth, che i suoni non siano dei migliori, soprattutto sugli assoli, scarsamente percepibili. Vocalmente Zakk è in gran spovero e ci conduce in un viaggio che vede due episodi particolarmente emozionanti, “No More Tears”, della quale è coautore e la penultima “Ozzy’s Song”, il brano che mai avremmo voluto che componesse e che prevedibilmente suonerà di qui all’eternità. La scaletta è stata di nostro particolare gradimento fino a che, con “Stillborn” si chiude l’ennesimo concerto ben riuscito di mr. Zakk Wylde & soci.
Potrebbe finire tutto qui, ma non al Mystic, dove fino all’ultimo minuto c’è sempre qualcosa di azzeccato e accattivante.
È così, al park stage si cambia nettamente rotta col sound dei Carpenter Brut, una collaborazione nata quasi per scherzo ma che si è poi concretizzata in un progetto “horror elettronico” d’estremo interesse. Ancora una volta si balla e apprezza il contrasto con quanto venuto prima, sembra letteralmente di essere dentro la colonna sonora di un film dell’orrore degli anni ‘80, immersi in un genere che potremmo definire techno elettronic horror. A nostro avviso, sarebbe un’accoppiata perfetta coi nostri Fulci, chissà che qualcuno colga il suggerimento!
Rush finale, ci spostiamo al chiuso dove al Sabbath stage vi sono gli Eihwar, che si muovono in direzioni sonore in parte simili, con musica quasi tutta elettronica ma con meno appeal rispetto ai Carpenter Brut, dando l’impressione di progetto forzato, perfino improvvisato.
DAY 3
Dopo la pioggia di ieri, il meteo torna clemente, niente poncho né ombrelli tascabili stavolta!
Come tradizione, iniziamo la maratona dal The Void ove ci attende un duo di inaspettata creatività, i The Hebridean Sheep. Il simpatico nome deriva da una specie di pecora scozzese, a loro dire l’animale più “metal” della natura! Un duo, dicevamo, ma che suona come un’orchestra impazzita, all’occorrenza polistrumentisti (si scambiano gli strumenti e il batterista suona anche il sax) e riescono a coinvolgere il pubblico, bravi!
Purtroppo, a seguire facciamo una scelta errata con gli Avralize, band che non incontra i nostri gusti ma la cui scarsa affluenza e diversi commenti negativi dei presenti suggeriscono che forse non abbiamo tutti i torti. Si tratta in buona sorte di una boy band molto attenta al look, con chili di lacca e abiti sgargianti, ma la musica è un’altra storia.
Cambiamo palco, ci aspettano ordunque i Caskets che riprendono in parte i concetti degli Avralize, risultando però maggiormente convincenti.
Quando il morale è basso, il Mystic sembra sempre avere la pozione magica per porre rimedio ed infatti, spostandoci di poco, ci imbattiamo negli Acid King. Evidentemente gli organizzatori in questa edizione hanno voluto un gran bene agli amanti dello stoner, con un altro nome storico e tra i più apprezzati della scena. Reduci da una brillante tappa italiana il 2 giugno u.s. al Legend Club di Milano, anche nell’occorso hanno reso omaggio all’album Busse Woods, apice della carriera e classico del genere, ricreandone la magia sul palco. Il loro è un muro psichedelico e sulfureo senza pari, tra gli EW ieri e loro oggi, gli aficionados possono tornare a casa altamente appagati. Come per altre band, l’ordine di esecuzione dei pezzi non corrisponde a quello su disco, è evidentemente studiato per riservarsi in chiusura il bellissimo pezzo d’apertura “Electric Machine”, reso in maniera lenta e pachidermica, creando una versione acida che ammalia e trasporta i presenti verso altri universi paralleli.
Torniamo al main stage. Nulla di più facile che ritrovare i Turbo nel bill di qualsivoglia evento metal in Polonia. Venerati dalla comunità locale e molto conosciuti dai vecchi thrasher, nonostante infiniti cambi di lineup e vicissitudini di tutti i tipi i Turbo risorgono sempre riscuotendo una meritata popolarità. Attualmente, delle origini resta il chitarrista Wojciech Hoffmann e Bogusz Rutkiewicz, il secondo bassista del gruppo. On stage all’occorrenza vediamo una seconda voce, entrambi giovani, pertanto la scaletta necessariamente attinge da un po’ tutta la discografia ma è quando parte il riff del classicone “The Last Warrior” che scorrono i brividi lungo schiena, anche se il cantato è completamente diverso dall’originale.
Ci concediamo buona parte dello spettacolo degli Harakiri For The Sky, anche loro reduci da tre quotate date italiane e già nel bill del Metalitalia festival di quest’anno, che confermano il loro valore, e poi di corsa al the void per un altro gruppo non nuovo sul suolo italico.
Parliamo dei Monkey3 col loro stoner/space rock d’atmosfera, suonato con perizia e passione. Mai un amante dello stoner poteva chiedere oltre quest’anno, un altro nome di altissimo livello che ci ha proiettati in un’altra dimensione spazio-tempo. Veramente un’edizione del Mystic che ha portato l’eccellenza del genere. Da segnalare un piccolo inconveniente tecnico all’inizio della seconda canzone, quando salta il collegamento col laptop e relativa base d’intro, problema risolto, tra un sorriso e l’altro, celermente dal fido tastierista!
20:30, ovvero il consueto orario d’arrivo dei giganti ed infatti sul main stage ritroviamo i Mastodon. Band non a caso scelta per il concerto/evento Back To The Beginning, dove li abbiamo visti l’ultima volta, rappresentano un’altra conferma in termini di eccellenza, tecnicamente eccelsi e superba padronanza del palco, è stata una gioia per gli occhi e le orecchie con un’acustica ancora una volta strabiliante e udibile da ogni dove.
É l’ora della vecchia guardia con un nome iconico della NWOBHM, gli inossidabili Saxon! Capitanati dal solito Biff Byford e impreziositi dall’ingresso del chitarrista Brian Tatler (Diamond Head), in squadra dal 2023 questa volta, anziché tributare l’album Wheels Of Steel, che ribrezzo non ci avrebbe fatto, optano per una scaletta variegata che, oltre i classici immancabili (“Heavy Metal Thunder”, “Strong Arm Of The Law”, “Crusaders”, “Princess Of The Night” ecc.), copre anche l’ultima uscita Hell, Fire and Damnation del 2024. Oggi Biff era un po’ in affanno nel prendere le note alte ma a un mito del suo calibro glielo si deve perdonare, peraltro a quei livelli sopperisce la sua immensa esperienza e carisma pertanto, a conti fatti, lo show è promosso a pieni voti.
Siamo in dirittura d’arrivo, ad attenderci sul palco principale si preparano i Behemoth. Il palco è coperto da un tendone per creare hype, in realtà il successivo allestimento non sarà nulla di diverso da quanto visto in altre occasioni. Puntualissimi, come peraltro tutto il festival, alle 23 in punto iniziano i preparativi per il malefico rituale che sta per andare in scena. L’inizio è malvagio e imponente e mostra una band compatta sulle note di “The Shadow Elite”. Il cielo si tinge all’improvviso di tinte oscure, quasi quale infernale presagio mentre Nergal conduce le danze alla stregua di un sacerdote occulto. Per gli amanti delle sonorità estreme il tutto rappresenta una manna, il gruppo è particolarmente ispirato e coadiuvato da scenografie che non lesinano fiammate da ogni dove! Tra la moltitudine, i Behemoth sono quelli che meglio hanno raccolto l’eredità dei Bathory, hanno realizzato un gran concerto che, nel suo genere, risulta il migliore di tutto il festival. Nergal ovviamente gioca in casa e infiamma il pubblico tra un brano e l’altro in lingua madre, noi ovviamente non abbiamo inteso una sola parola ma ci accodiamo all’entusiasmo! Mostruosi e solenni.
C’è tempo per una volata finale? Certo che sì, siamo al Mystic, che in corner ci fa andare via paghi e col sorriso in bocca grazie ai Frog Leap, una delle band più divertenti (e paracule) da vedere dal vivo. Sostanzialmente è una cover band che, con l’ausilio di un cretino (in senso bonario) vestito da coniglio che scorrazza nel pit e la furbesca scelta di una bella figliuola ai cori, divengono effettivamente irresistibili. Il loro repertorio, come noto, prevede cover di brani rock/pop riarrangiati. Nel loro caso, gli alti numeri sui canali social sono più che comprensibili e meritevoli.
E siccome ci piace esagerare, facciamo un’ultima tirata per gustarci l’ultima parte dello show dei The Gathering, gemma olandese, freschi di un sold out all’Alcatraz di Milano, validi musicisti supportati dalla gran bella voce di Anneke Van Giersbergen che esegue per intero l’album di culto Mandylion.
CONCLUSIONI
Si conclude nel migliore dei modi quest’esperienza polacca, sicuramente contraddistinta da un bill incredibile nel contesto di una città incantevole che, grazie agli orari saggi e agevoli dei concerti, è stato possibile, in parte, visitare.
Il rilevato aumento generale dei prezzi non ha inficiato il nostro portafogli, abituato a ben altri ladrocini, pertanto, a conti fatti, il gioco è valso la candela e ci sentiamo senz’altro di ergere il Mystic Festival quale scelta privilegiata tra i festival estivi europei.
Napierdala?!

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