Nick Cave – Mantova (Piazza Sordello), 16/07/2025

Mantova, 16 luglio 2025Piazza Sordello è un luogo che sa custodire i silenzi. Ieri sera, li ha consegnati a Nick Cave, trasformandosi in una camera acustica a cielo aperto dove ogni parola, ogni nota, ogni respiro, hanno avuto un peso specifico. Non era solo musica. Era memoria, dolore, grazia, passione, luce e buio. Tutto contemporaneamente.

L’ultima tappa, in Piazza Sordello, del Mantova Summer Festival 2025, presenta un palco spoglio, con solo il pianoforte e l’amplificatore del basso a riempire la scena. Le quinte sono nere e le luci soffuse illuminano solo le postazioni dei due protagonisti. Già dall’allestimento è chiaro l’intento: conta solo la musica, importa solo il messaggio.

Sono da pochi minuti passate le nove. È bastato un attimo. Il pubblico ancora in attesa, poi una figura scura entra lentamente in scena. Boato. Cave, in giacca e cravatta, si siede al piano. Silenzio. Le prime note di “Girl in Amber” galleggiano nell’aria, da quel momento sappiamo che nulla sarà leggero, ma tutto sarà vero. La voce è profonda, fragile, spezzata e feroce insieme. Sembra parlare da dentro ognuno di noi.

Segue subito la lunga ed ipnotica “Higgs Boson Blues”: “vi avverto che è la canzone più lunga della serata, vi sto dando una buona scusa per andare via prima”, scherza Cave prima di eseguire il pezzo. Il brano è un flusso di coscienza che è anche una marcia nell’inconscio collettivo. Nick Cave non canta ma racconta, accusa, supplica. Piazza Sordello è tutta occhi ed orecchie. Nessuno si muove.

Jesus of the Moon” ed “O Children” sono momenti quasi religiosi. Le parole arrivano con il peso delle preghiere di chi non crede più, ma ha ancora bisogno di qualcosa. Colin Greenwood, al basso, accompagna tutto con una delicatezza quasi invisibile, ma assolutamente determinante. Peccato solo che, il volume del suo strumento, a mio parere, è troppo basso durante la prima metà dello show.

Con “Galleon Ship”, il concerto si fa etereo. Cave sembra sospeso nel tempo, come se non fosse più su un palco ma stesse vagando dentro un sogno. Introducendo la canzone confessa che, anche se non ha mai composto una canzone con l’intento preciso di dedicarla a sua moglie Susie, la sua presenza si insinua ovunque. È lì, nei testi, nelle pause, nella melodia. Seduta in platea con il figlio Earl, Susie è parte silenziosa di ogni brano.

Poi arrivano i tre pugni nello stomaco a livello emotivo: “I Need You”, sussurrata come una confessione tra innamorati distrutti, “Waiting for You”, che trasforma il dolore in attesa, “Joy”, nuova ma già inevitabile, urlata più che cantata.

Il tono cambia. Con “Papa Won’t Leave You, Henry” si apre il lato più teatrale del concerto. “I went out walking the other day…” – ed è come se le menti dell’intera piazza camminassero con la sua tra riflessioni e ricordi.

Balcony Man” arriva con ironia e leggerezza, ma non senza il peso delle cose dette tra le righe. Il riferimento ironico a chi sta assistendo al concerto dal balcone di un palazzo, scatena una risata collettiva – rara, liberatoria, quasi necessaria. Il lungo siparietto, attraverso il quale, Cave scherza con i due spettatori sorpresi sul terrazzo, invitandoli a “fare casino” ogni qualvolta ripete “balcony man”, contribuisce a smorzare la tensione emotiva e rafforza ulteriormente la sua splendida interazione con la platea.

Arriva il momento di “The Mercy Seat”: la detonazione. La voce diventa una condanna, il piano una lama, la piazza una prigione di sensazioni forti. Non si esce indenni da questo brano.

Il finale del set regolare è una lenta ma inarrestabile onda. “The Ship Song” ed “Avalanche” (cover di Leonard Cohen) sono soavi naufragi nella bellezza. “The Weeping Song” porta il pubblico a partecipare, cantando in coro come in un’eco tribale. Con “Skeleton Tree” e “Jubilee Street”, si torna nel buio più profondo. Infine, “Push the Sky Away”, quasi una benedizione. È una carezza, ma ha il peso di un addio.

Il bis è dolce, delicato, intimo: “Watching Alice” è un quadro noir raccontato con tenerezza, “Love Letter” è una poesia su carta assorbente, capace di toccare anche i cuori più cinici. Il tributo glam con “Cosmic Dancer” di Marc Bolan (T.Rex) è sorprendente, malinconico, incantato, e ci regala anche un ottimo assolo di Greenwood al basso.

A chiudere “Into My Arms”. Il momento che tutti aspettavano. Intonata da centinaia di persone, con le voci tremanti vittime dell’emozione. “And I don’t believe in the existence of angels…” eppure, per qualche minuto, sembrava che fossero tutti lì.

Sono le undici e un quarto. Dopo i saluti, le luci sul palco si spengono. Nell’aria aleggiano ancora le emozioni contrastanti trasmesse dallo spettacolo.

Durante la serata, nessuna distrazione. Pochissimi telefoni alzati (divieto di audio, video e foto). Niente urla fuori luogo. Rispetto, silenzio, quella tensione collettiva che si crea quando si sa di vivere un incontro intimo con un artista. Un pubblico attento, partecipe, in sintonia assoluta con la performance.

Nick Cave a Mantova non ha semplicemente cantato. Ha parlato con le ombre dentro di noi. Ha trasformato una piazza rinascimentale in un confessionale notturno. Ha suonato con la voce, il corpo e l’anima.

L’australiano ha avuto una vita segnata da eventi profondamente dolorosi, che hanno influenzato in modo evidente la sua musica, i suoi testi e la sua visione del mondo.

Quando aveva 19 anni, proprio mentre stava cominciando a scrivere e costruire la sua identità artistica, suo padre, al quale era molto legato, morì in un incidente stradale.

Durante gli anni ’80 e in parte dei ’90, ha avuto una lunga e distruttiva dipendenza dall’eroina. Come ha più volte detto, scrivere era un modo per “contenere il caos”.

Uno degli eventi più devastanti della vita di Nick Cave è stata la morte del figlio quindicenne, Arthur, caduto da una scogliera nei pressi di Brighton, in Inghilterra.

Come se non bastasse, nel 2022, Cave ha perso un altro figlio, Jethro Lazenby, che aveva solamente 31 anni.

Tutte queste esperienze lo hanno reso un artista “esistenziale” nel senso più profondo del termine. Non ci sono album, interviste o concerti in cui non emerga una riflessione sul dolore, sulla perdita, sul perdono.

La sua arte, la sua musica, i suoi dischi, ancor più i suoi live, fanno emergere notevolmente lo spessore umano, di conseguenza artistico, di una persona che ha un’immensa sensibilità, forgiata con il suo turbolento cammino.

 

Setlist:

  1. Girl in Amber
    (Nick Cave & the Bad Seeds)
  2. Higgs Boson Blues
    (Nick Cave & the Bad Seeds)
  3. Jesus of the Moon
    (Nick Cave & the Bad Seeds)
  4. O Children
    (Nick Cave & the Bad Seeds)
  5. Galleon Ship
    (Nick Cave & the Bad Seeds)
  6. I Need You
    (Nick Cave & the Bad Seeds)
  7. Waiting for You
    (Nick Cave & the Bad Seeds)
  8. Joy
    (Nick Cave & the Bad Seeds)
  9. Papa Won’t Leave You, Henry
    (Nick Cave & the Bad Seeds)
  10. Balcony Man
    (Nick Cave & Warren Ellis cover)
  11. The Mercy Seat
    (Nick Cave & the Bad Seeds)
  12. The Ship Song
    (Nick Cave & the Bad Seeds)
  13. Avalanche
    (Leonard Cohen cover)
  14. The Weeping Song
    (Nick Cave & the Bad Seeds)
  15. Skeleton Tree
    (Nick Cave & the Bad Seeds)
  16. Jubilee Street
    (Nick Cave & the Bad Seeds)
  17. Push the Sky Away
    (Nick Cave & the Bad Seeds)
  18. Watching Alice
    (Nick Cave & the Bad Seeds)
  19. Love Letter
    (Nick Cave & the Bad Seeds)
  20. Cosmic Dancer
    (T. Rex cover)
  21. Into My Arms
    (Nick Cave & the Bad Seeds)

Formazione:

  • Nick Cave (voce e pianoforte)
  • Colin Greenwood (basso)

 

Un doveroso ringraziamento, per l’organizzazione dell’evento, alla Città di Mantova, Shining Production e Mister Wolf Events. 

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