Uno sguardo senza tempo dopo il ritorno di Viaggio Senza Vento

Abbiamo avuto l’occasione di fare due chiacchiere con lo “
Zio rock” bresciano Omar Pedrini, ex-leader degli storici Timoria, in occasione dell’uscita del suo concert book “Dentro un Viaggio senza vento” (qui il link del libro su Amazon) scritto insieme a Federico Scarioni, ispirato all’ultima data di un glorioso tour nel 2019 che ha celebrato la ristampa del disco per i 25 anni.

Intervista di Diana Moretti
Fotografie di Moira Carola

 

Ciao Omar, grazie per essere con noi di Long live Rock’n’Roll, come sono andate le presentazioni di questo concert book?

Direi bene anche perché le presento in un modo particolare: solo con la mia chitarra o insieme ad una parte della mia band, come abbiamo fatto a Milano alla Feltrinelli in Fondazione dove lo spazio ci ha permesso di fare anche un mini concerto, davvero un grande evento. “Contaminazione” è la parola d’ordine della mia vita, durante le presentazioni quindi vengono recitati alcuni estratti del libro da un attore, oppure da Federico Scarioni, poi ci sono le proiezioni di Andrea Manfredini con i suoi bozzetti su Joe che regaliamo al pubblico alla fine dell’evento e, a seconda della capienza del posto, io e Simone suoniamo le canzoni di cui si narra nel reading quindi diventa un happening vero e proprio più che una semplice presentazione.

Questo tuo ultimo lavoro ho notato che rappresenta molto il tuo modo di essere: l’ essere un artista trasversale con la capacità di riuscire a coinvolgere più generazioni attorno alla tua musica. Come avete concepito questo book tu e Federico, soprattutto il fatto di scriverlo così a più livelli visivi e narrativi?

L’idea è nata proprio dopo il Fabrique (ultima data del tour del 2019) perché non ci aspettavamo un successo di quelle dimensioni, insomma 2.500 paganti, è vero che il richiamo era grosso però sai si tende sempre a sottovalutare il “sottobosco” in Italia, no? Misuriamo il successo ormai con gli streaming, neanche i dischi venduti, tutto è numeri, tutto è social e usa e getta… e invece abbiamo visto che esistono ancora per fortuna delle sacche di resistenza che vanno a vedersi uno spettacolo pagando il biglietto. Per il concerto al Fabrique ho voluto Mauro Pagani e Eugenio Finardi a cantare e duettare, Scarioni con Matteo Guarnaccia e Nicolai Lilin che leggevano i testi sul rock tratti dai loro libri, la proiezione del Docu-film su Ferlinghetti: “ Lawrence, A Life in Poetry”; il rapper Ensi perché non voglio fare il vecchio matusa e in onore del fatto che il disco che stavamo celebrando è stato uno dei primi a contaminare il rock con il rap, abbiamo chiamato lui che è uno dei più bravi e per fortuna ha risposto con entusiasmo al nostro invito.

Insomma la risposta del pubblico è stata grande ed è allora che Federico mi ha detto “Omar hai visto che c’erano un sacco di ventenni al concerto? Si certo, c’erano i fedelissimi quarantenni, ma perché non facciamo qualcosa per il nuovo pubblico, perché non raccontiamo loro come é nato il disco. A quel punto è nato uno degli ormai infiniti spin-off da questo “best seller”, Viaggio senza vento ha figliato di tutto: fumetti, libri, serate, happening e quindi sono molto felice di questo ennesimo lavoro di approfondimento anche se di solito non amo spiegare le canzoni, ma in questa occasione ho pensato che si poteva scavare.

Mi avevano chiesto in un’intervista per il Corriere: “come mai dopo 25 anni ancora questo disco porta tutta questa gente con un tour lunghissimo tutto sold out?” Anche io ero sorpreso, perché dopo aver provato a riunire i Timoria senza successo, ho deciso quasi timidamente di fare questa cosa da solo perché infondo volevo celebrare quel disco non tanto i Timoria e il vero successo è stato vedere partecipare tanta gente giovane. Allora ho risposto alla domanda: “perché Viaggio senza vento è la storia di un ventenne, di un giovane in crisi. Il mio partiva da Brescia dal suo quartiere, tanti altri son partiti dal sud Italia, ma finché ci saranno ventenni in crisi, potranno riconoscersi in Joe. Joe è un derelitto umano, un ragazzo “perdente”, questa parola odiosa che io detesto che si usava molto e che si ricomincia a sentire, dividendo le persone tra perdenti e vincenti, la odio perché è violenza pura. Joe era si un perdente, ma ritorna come guerriero. Un po’ come Siddharta, non che io mi voglia paragonare a Herman Hesse, ma è un libro che vende continuamente perché è la storia di un ragazzo che va alla ricerca della spiritualità, quindi chi non si immedesima in un personaggio così.

Il libro è nato quindi sull’entusiasmo, guardandoci negli occhi quella sera, guardando le fotografie e vedendo poi l’interesse generato su più fronti. Federico mi dice: “Omar sarebbe bello raccontare a questi ragazzi come erano gli anni ‘90, come è nato il disco, perché i ventenni di oggi non ne sanno molto”. La nostra generazione al contrario all’epoca era stata più che informata perché si è parlato tanto del disco, e allora ho ritenuto che questo libro potesse diventare un “vademecum” per le nuove generazioni.

Parlando dell’altra metà di questo lavoro, Federico Scarioni, coautore anche per la tua prima biografia nel 2017 “Cane Sciolto”. Raccontami della vostra collaborazione, come vi siete conosciuti ?

Quando abbiamo scritto Cane Sciolto l’ho strapazzato molto, la cara e paziente Chiara, moglie di Fede, ne ha sofferto perché comunque gli ho fatto fare quasi un anno di Rock’n’Roll allo stato puro, chi non è allenato ne può uscire con le ossa rotte quindi per questo libro gli ho promesso che facevamo solo un mesetto di promozione (ride). Con Federico c’è un rapporto di amicizia, è una persona seria e mi ha fatto da badante per un anno quando abbiamo promosso la biografia… solo che ho sempre paura di creare attriti o problemi in famiglia, quindi questa volta ho specificato che poteva tranquillizzare la moglie dicendole che non abuserò di lui e della sua salute.

Omar Pedrini live @ Black and Tube Festival – foto di Moira Carola

Tornando al contenuto del libro, l’intreccio generazionale è al centro del tuo lavoro.
Un approfondimento come il tuo casca a pennello poi pensando anche a come si sia risvegliata l’attenzione sugli anni ‘90 negli ultimi tempi. Non ho potuto fare a meno di notare poi il riferimento ad alcuni “guerrieri caduti” come Chris Cornell e Chester Bennington, artisti che non sono veramente mai usciti da un certo disagio nato forse proprio in quell’epoca…

Sono stati anni tosti quelli… le cicatrici restano. Io posso dire di essere uscito dagli anni ‘90 un po’ ammaccato, insomma con un’operazione cardio vascolare da fare ogni due anni, però son vivo, tanti non ce l’hanno fatta. Sono stati anni terribili e lo racconto nell’introduzione del libro.

Avevamo alle spalle gli anni ‘80 dove sembrava che la vita potesse essere tranquilla e si pensava a un grande futuro, l’arrivo delle carte di credito, così da farti spendere anche i soldi che non avevi. La Milano da bere con la sua settimana della moda… fino a che negli anni ‘90 ci siamo accorti del grande bluff. Ricomincia a circolare l’eroina che era sparita dagli anni ‘70, poi arrivano le droghe chimiche ed è così che metà della mia generazione si è spappolata. Questa fragilità resta anche nei sopravvissuti fino ai giorni nostri che finiscono suicidi 15/20 anni dopo. La mia è stata una generazione iper sensibile che cercava di riportare il rock e il punk dopo un decennio di pop sfacciato, anche se non dimentichiamo quel 5% di grande musica come la new wave inglese, il post punk, la scena di Manchester e l’heavy metal che negli anni ‘80 ha dato il massimo, però erano comunque nicchie, io mi riferivo più che altro a quella sensazione della vita bella per tutti ascoltando alla radio Madonna e Cindy Lauper. Quindi noi della generazione successiva abbiamo manifestato un cambio di rotta iniziando dal vestirci senza importanza, quasi stracciati con le nostre camicie in flanella e le all stars, eravamo saturi di pop star che celebravano i brand. In sostanza eravamo una generazione un po’ perduta e questo, credo che faccia parte anche del nostro fascino.

Io vedo Manuel Agnelli, me, Cristiano Godano, Morgan coi suoi alti e bassi, insomma vedo che chi ha avuto successo in quel decennio è rimasto e non so quanti di quelli che hanno successo oggi resteranno. Quelli della nostra epoca è vero che sono tutti in qualche modo segnati, ma forse artisticamente hanno più spessore, non avevi successo per caso negli anni ‘90, ci sono almeno 5 dischi del rock italiano di quel decennio che rimarranno nella storia della musica italiana .

I Timoria hanno portato per primi il rock italiano nei palazzetti dello sport (cosa che prima era vietata) penso al concerto al Palalido del ‘97, dove prima si esibivano i Clash e i Led Zeppelin perché era un luogo riservato alle band straniere. La nostra “Senza Vento” è stata la prima canzone hard rock italiana, un po’ una “Smells Like Teen Spirit” italiana, che è riuscita ad arrivare in radio e raggiungere il disco d’oro. Ad un certo punto han dato fiducia a un movimento che aveva una grande qualità intrinseca e come me il resto dei componenti è ancora in giro, qualcosa vorrà pur dire della qualità, altrimenti non avremmo resistito 20/30 anni perché in questo lavoro si sparisce in fretta ed è facile essere sostituiti. Nonostante gli anni facciamo ancora numeri e abbiamo il nostro seguito da parte di nuove generazioni che non ascoltano il trap o il rap e ci cercano perché capiscono che c’è dell’altro e questo chiaramente mi fa molto piacere. Chi è rimasto ha trasformato quelle cicatrici, quel dolore in arte, allora si che essere stato “maledetto” è servito a qualcosa. Certi artisti degli anni 2000/2010 già non li trovi più in giro, si tende a far di tutto usa e getta, noi forse siamo stati gli ultimi ad avere un certo carattere e stile… poi chiaramente ci vorrebbe un sociologo per definire meglio.

Dentro un viaggio senza vento – Ed. il Castello – 2021

Grazie a a questo approfondimento che regali nel libro, conosciamo bene quali siano i tuoi riferimenti, i valori e la filosofia. Come osservatore contemporaneo, dal punto di vista che puoi offrirci oggi nelle vesti di padre, insegnante universitario e musicista, quali credi che siano i valori più influenti per i ventenni di oggi?

Mah io credo che le giovani generazioni siano delle bombe, io li amo anche perché percepisco il loro disorientamento, sia come papà che come insegnante abituato a parlare e a rivolgermi a questi ragazzi. Vedo che oggi non hanno più un’idea di futuro, perché sanno che il pianeta così come lo conosciamo ha i decenni contati. Ai miei tempi mio padre, il quale non aveva altra preoccupazione che rimanessimo poveri, mi diceva: “studia, laureati così farai un bel lavoro e avrai un bello stipendio” ed era vero, oggi mio figlio più grande – millennial – mi risponde: “si, mi laureo papà e poi farò il disoccupato”. Oggi dopo l’università i ragazzi fanno i camerieri, a mio figlio è capitato.

Così si riflette sulla musica che oggi è disimpegnata, si parla solo di amore. Se negli anni ‘90 non ci mettevi un po’ di impegno sociale, morale o politico non ti guardavano in faccia, eri uno sfigato. Oggi i testi tendono un po’ alla leggerezza, mi viene in mente ad esempio “Musica leggerissima” che ne è un manifesto ed è stato successo dell’anno perché descrive perfettamente un momento storico. I giovani hanno bisogno di leggerezza, tanta è l’ansia che hanno per il futuro. Io che ho fatto un figlio a 50 anni, (nato durante lo scorso lockdown) dentro di me sono sconvolto perché penso al suo futuro e mi dico “Omar vedi di tornare sano e giovane perché per questo bambino devi fare i miracoli”. Non servirà raccontargli che suo papà nel ‘94 è stato “profeta” scrivendo 25 anni prima un disco che indovinava questi tempi. Se ci fosse un Omar di oggi che scrive del 2045 parlerebbe di apocalisse. Ecco perché secondo me bisogna difendere anche l’ascolto di musica “orecchiabile” per trascorrere una bella serata, ne hanno bisogno. Eppure sono impegnati e lottano per il domani, sono una generazione straordinaria.

Parlando di ascolti musicali quindi, a quale concerto andresti o semplicemente chi segui con piacere?

Tra i nuovi ce ne sono tantissimi che mi piacciono, con alcuni è nata anche una bellissima amicizia, chissà che un giorno non nascano anche delle collaborazioni… ti faccio il nome di Colombre che ha prodotto adesso l’album di Chiello, collaboratore di Calcutta che è il nuovo Vasco Rossi per la semplicità con cui entra nell’orecchio e nell’anima. Poi penso a Maria Antonietta, un’altra artista bravissima che adoro, mi sembra un po’ un Omar Pedrini in gonna di oggi e lo dico con grande umiltà… lei che ha il coraggio di leggere i libri. Sai quando lo facevo io sul palco la gente era sconvolta, tanto che dicevo: “sarebbe meno difficile tirarmi fuori il pisello e masturbarmi davanti a voi come Jim Morrison che non leggervi una poesia, ma oggi voglio leggervi una poesia quindi state zitti e ascoltate!”. Io facevo così negli anni ‘90 , ma la gente non era pronta ai reading come oggi, mi ricordo ancora una volta a Roma quando mi gridarono “Gassman cantaaa!!!”.

Voglio citare anche Joan Thiele, mi piace tantissimo, che tra l’altro è del lago di Garda come la mia famiglia. Ce ne sono tanti comunque che vado a sentire, mi vengono in mente anche i Coma Cose, i Frah Quintale… sono attento insomma a quello che succede intorno a me, non voglio fare il vecchietto che dice “era figo solo il rock”, quindi viva i giovani e la loro musica, siamo noi che dobbiamo capirla, sennò mi sento come quando i nostri genitori dicevano “Hendrix non vale niente in confronto a Puccini” eh no! perché sono grandi sia Puccini che Hendrix e quindi non voglio fare lo stesso suo errore, chi mi conosce lo sa. Sarà che ho il privilegio di stare in mezzo ai giovani dal mio osservatorio all’università di Milano in Cattolica, quindi ogni anno posso sentirli, percepirli e confrontarmi e infine dare qualche dritta.

Quando facevo l’ecologista negli anni ‘90 eravamo solo io, Sting e i Rem nella musica e mi prendevano in giro per l’album “2020 Speedball” quando dicevo che l’aria non sarà più respirabile e saremo costretti ad andare su Marte. Pensando ai concerti il Mi Ami è il mio festival preferito, tutti gli anni vado da spettatore con la mia birretta e mia moglie. Devo dire che l’anno scorso al Sanremo di Amadeus mi è sembrato di vedere il Mi Ami.

Omar Pedrini live @ Black and Tube Festival – foto di Moira Carola

In effetti il volto di Sanremo sembra essere un po’ cambiato…

Purtroppo quest’anno è previsto un restauro dicono, però quello dell’anno scorso l’ho trovato bellissimo.

Concludo con una domanda su tutte. Puoi darci qualche anticipazione sul tuo nuovo lavoro in uscita? Ho letto che stavi lavorando al prossimo album e avevi previsto la pubblicazione entro la fine dell’anno .

Grazie della tua domanda, in realtà ho riascoltato in questi giorni le 4 canzoni che avevo registrato e mi sembrano già vecchie di 2 anni. Durante il covid purtroppo non sono riuscito a scrivere, cantavo per intrattenere la mia famiglia, ma non ho mai composto. Adesso però sono ispirato ed entrerò in studio a gennaio per iniziare i lavori al disco nuovo. Abbiamo previsto l’uscita del singolo prima dell’estate per cui a maggio e dell’album a settembre. Questi sono i piani e ne sono molto felice. Ormai faccio un album ogni 5-7 anni e lascio spazio ai giovani. Vado in studio solo quando sento che ho qualcosa di urgente e importante da dire.

Dall’ultimo disco del 2017 “Come se non ci fosse un domani” (anche quello un disco profetico), la differenza con il prossimo lavoro è che adesso sono molto coinvolto con la mia band e ho deciso di fare un disco con loro cosa che prima non avevo fatto per cui ho pensato di ripartire da zero.

Omar Pedrini – Black and Tube Festival, 2020 – foto di Moira Carola

Con quale augurio per il nuovo anno vorresti salutare i lettori di Long Live Rock’n’Roll?

Innanzitutto state tranquilli che il rock non morirà mai, come dicevano Neil Young e gli Who e poi l’augurio per me fondamentale è quello di ricominciare a guardarci negli occhi, per un amante e promotore dei rapporti umani come sono io è davvero importante. In questo rimango molto “old-style”. Questo è il dispiacere più grosso degli ultimi anni, poi da papà penso ai bambini che hanno sofferto più di noi. Vedere mia figlia di 7 anni per un anno giocare con le amiche a distanza mi faceva venire da piangere dalla tenerezza e pena, loro che hanno sempre l’entusiasmo di vedere tutto come un gioco anche nelle situazioni peggiori.

Questo per me è il vero orrore, io non penso al Pil e ai politici, ci siamo dimenticati che la vita non era solo Pil, sembra che questo periodo non ci abbia insegnato un cazzo. Secondo me erano i momenti giusti per nuove strategie, per l’umanità questi due anni potevano essere l’occasione per reinventare e impostare una società più equa e invece siamo subito presi dalla tenaglia del denaro, infilati nel cul de sac del capitalismo selvaggio. Non sappiamo più come uscirne da questo giro perverso che dobbiamo fare con la crescita del profitto e invece al Capitale umano come diceva Virzì nel suo bel film, non ci si pensa più.

 

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