Bologna, 11 luglio 2026, Il Sequoie Music Park accoglie una delle serate più attese dell’estate metal italiana. A inaugurarla sono i Blood Incantation, formazione di Denver diventata in pochi anni uno dei nomi più rispettati della nuova scena death metal progressiva e cosmica. Il quartetto statunitense, capace di fondere brutalità, psichedelia e atmosfere progressive, ha raccolto negli ultimi anni unanimi consensi dalla stampa internazionale: Decibel Magazine li ha più volte indicati come una delle band più innovative del death metal contemporaneo, mentre Metal Injection e The Quietus ne hanno elogiato la capacità di espandere i confini del genere senza tradirne l’essenza.

Dal vivo la band conferma precisione esecutiva e grande compattezza. L’impatto è notevole e il pubblico risponde con convinzione, anche se la resa sonora non valorizza pienamente la loro proposta. Dalla mia posizione, soprattutto nelle sezioni più heavy, il mix appare eccessivamente compresso: le frequenze basse tendono a sovrapporsi e le chitarre perdono definizione, rendendo alcuni passaggi meno leggibili di quanto meriterebbero. Una prestazione comunque convincente, penalizzata più dall’equalizzazione che dall’esecuzione, sufficiente a scaldare il pubblico in vista dell’arrivo degli headliner.

BLOOD INCANTATION

 

Quando le luci si abbassano nuovamente e gli Opeth fanno il loro ingresso sul palco, il boato del pubblico spazza via ogni residua incertezza. Il colpo d’occhio restituisce una platea eterogenea e sorprendentemente trasversale: giovani, veterani, musicisti e curiosi. Un pubblico composto, rispettoso, coinvolto ma mai sopra le righe, confermando ancora una volta quella sorta di “educazione metal” che caratterizza molti concerti di questo ambiente.

Con il set degli Opeth anche l’acustica migliora notevolmente. Il suono acquista profondità, le dinamiche respirano e ogni strumento trova il proprio spazio. Intanto il parco continua lentamente a riempirsi, pur restando lontano dal tutto esaurito registrato la sera precedente a Pompei. Un dato che non incide minimamente sulla prestazione della band svedese, che affronta il concerto con la consueta professionalità e con quella naturalezza maturata in oltre trent’anni di carriera. Da tempo la critica internazionale, da Prog Magazine a Metal Hammer fino a Louder, considera gli Opeth una delle realtà più autorevoli del progressive metal moderno, capace di reinventarsi senza mai perdere una precisa identità artistica. Una reputazione che sul palco continua a trovare piena conferma.

L’apertura con “§ 1”, tratta dall’ultimo lavoro in studio The Last Will and Testament, cala immediatamente il pubblico nelle atmosfere oscure e teatrali che caratterizzano questa nuova fase della carriera degli Opeth. Il successivo passaggio a “Heart in Hand” mantiene alta la tensione prima di lasciare spazio alla monumentale “Godhead’s Lament”, accolta con entusiasmo dai fan di lunga data. Il nuovo materiale trova ulteriore spazio attraverso “§ 7” e, più avanti, “§ 3”, integrandosi con naturalezza in una scaletta che attraversa oltre due decenni di carriera.

Con “The Devil’s Orchard” e la delicata “Windowpane” il concerto rallenta i battiti senza perdere intensità emotiva, mentre “The Grand Conjuration” e “Demon of the Fall” riportano il set nei territori più oscuri e aggressivi, con una band semplicemente impeccabile sotto il profilo tecnico.

Se musicalmente gli Opeth rappresentano una macchina perfettamente oliata, è però Michael Åkerfeldt a rendere ogni concerto un’esperienza davvero unica. Tra un brano e l’altro il frontman alterna racconti, battute e improvvisazioni con una spontaneità ormai diventata parte integrante dello spettacolo. Il suo humor, asciutto, britannico e irresistibilmente autoironico, conquista il pubblico almeno quanto la musica.

Uno dei momenti più divertenti arriva quando, quasi senza preavviso, la band esegue l’intera “You Suffer” dei Napalm Death. Due secondi appena. Åkerfeldt si rivolge al pubblico con impeccabile faccia seria e domanda se ne vogliano ancora, scatenando inevitabilmente una risata collettiva.

La comicità continua anche durante il rientro per l’encore. Prima di riprendere a suonare, il cantante spiega che bisogna attendere il batterista Waltteri Väyrynen, impegnato, racconta, ad andare in bagno. Da lì nasce un surreale aneddoto sul rischio di ritrovarsi a dover fare i propri bisogni nel bel mezzo di un concerto, trasformando un semplice momento di attesa in uno sketch improvvisato che il pubblico accompagna tra applausi e risate.

Nel finale arrivano due autentiche gemme. “The Drapery Falls“, sospesa tra malinconia e violenza controllata, rappresenta uno degli apici emotivi della serata, mentre la raramente eseguita “Hex Omega” viene accolta con entusiasmo dagli appassionati più fedeli. È quindi “Deliverance”, proposta come unico bis, a chiudere definitivamente il concerto. Il celebre finale reiterato diventa, come sempre, un rito collettivo: il pubblico segue ogni colpo di batteria fino all’ultima nota, salutando una band che ancora una volta dimostra come tecnica, sensibilità compositiva e presenza scenica possano convivere in un equilibrio praticamente perfetto.

OPETH

 

Gli Opeth non hanno più nulla da dimostrare. Eppure, concerto dopo concerto, continuano a farlo. Bologna li saluta con la consapevolezza di aver assistito all’ennesima prova magistrale di una delle realtà più importanti che il progressive metal abbia saputo esprimere negli ultimi trent’anni. Una lezione di musica, ma anche di intelligenza, ironia e assoluta padronanza del palcoscenico.

Foto di Marco Lambardi

Testo di Lucilla Sicignano

 

Setlist:

 

§ 1

Heart in Hand

Godhead’s Lament

§ 7

The Devil’s Orchard

Windowpane

The Grand Conjuration

Demon of the Fall

§ 3

You Suffer (Napalm Death cover)

The Drapery Falls

Hex Omega

Encore:

Deliverance

Si ringrazia Parole e dintorni e Mc2 Live

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