Savatage – Streets: A Rock Opera

Atlantic – Ottobre 1991

Poco importa che la storia di DT Jesus, che costituisce il filo conduttore di “Streets”, sia l’autobiografia umana e artistica di Jon Oliva (e, a tratti, riteniamo ve ne siano inevitabilmente accenni, vista la sensibilità dello stesso, ma non necessariamente espliciti per noi per apprezzare l’album), così come dietro il nome DT Jesus si nasconda l’allusione al termine De-tox con il quale viene chiamato il tossicodipendente che trascorre un pò di tempo in clinica per disintossicarsi; o down-town, che è il centro più caotico e duro di New York, o che dopo capolavori quali Hall of the Mountain King e Gutter Ballet ci si aspettasse l’ennesimo capitolo di vigoroso heavy metal; o ancora il fatto che nasca da un copione rimaneggiato scritto per un musical di Brodway un decennio prima da Paul O’Neil, che da qui in poi collabora con i Savatage; o che lo stesso Jon abbia sempre rifiutato il sottotitolo di “A Rock Opera” (nel 2013 né è stata fatta anche una riproduzione nella quale ogni brano è introdotto in forma narrativa fino ad un totale di 31 tracce che includono anche materiale inedito e scartato al momento della prima pubblicazione); perché quello che avevano già anticipato nel precedente album “Gutter Ballet” , nella traccia omonima e in “When the Crowds are Gone”, che citano con un colpo di genio nel testo di “Believe”, è un vero e proprio bellissimo viaggio introspettivo che si articola più in una serie di brani che manifestano emozioni e stati d’animo piuttosto che in una vera e propria trama ad episodi.

E allora riusciamo a seguire una traccia scarna di vita vissuta, nell’alternarsi non sempre preciso di brani lenti a brani più veloci, di questo eroe metropolitano della musica decaduto in preda ad alcool e droghe, che riprende vita fino ad un poetico finale che costituisce una delle pagine più alte di lirismo nella storia dell’ heavy metal.

Con un intro di sinistre tastiere e coro di voci bianche che contrasta con le strade del degrado newyorkese, nell’ antefatto STREETS DT Jesus presenta sè stesso ormai spacciatore e rock star decaduta “Somewhere… out there/ Alone and out of place/ Streets of… illusion/ Sooth the shattered faith/ I’ ve been a runner/ I’ ve been a sinner/ I’ ve been inside my head”, dove batteria e chitarra esprimono oppressione e atmosfera quasi guerresca. Riprende per un po’ a suonare nei locali a tempo perso, JESUS SAVES, e pare la tensione allentarsi: nel miglior caos metropolitano di slang e clacson, dove sintetizzatori e riff pesante di Criss Oliva sono i migliori echi della musica anni 80’ e della vitalità della città in quel periodo, il nostro eroe pare abbia aver ripreso in mano la propria vita. Ma per debolezza riemerge l’abuso delle droghe (“It’s burning inside my veins/ I was away/ a shadow of Dorian Gray) e la solitudine che porta con sé (“Just this monkey that I’ ve found /Still he is my only friend”), descritta con tragica lucidità e consapevolezza, ritorna in TONIGHT HE GRINS AGAIN, perché il buio della notte è anche un buio interiore, nella quale pianoforte e chitarra duettano tragicamente rispetto al grido di disperazione, e la solitudine è appena attenuata nella STRANGE REALITY dell’ incontro con un vecchio chitarrista blues, che gli racconta di aver perso come lui fama e successo a causa della droga, in un dialogo di vigoroso heavy. Nella struggente A LITTLE TOO FAR con solo piano, DTJesus è immerso nuovamente in una riflessione su falsi miti e idoli momentanei (“Can weigh you down/can make you old?When metal doesn’t ring the sam/ Reaction from inside my brain”) (“With years to burn/ and years to trash/ Livin’ life based on flash/ But somehow reaching for the stars/ I think we went a bit too far”), dalla quale decide di dare una svolta alla sua vita. Incita sè stesso nella sua vitalità, YOU’RE ALIVE: smette di assumere droghe e rinizia a girare per i locali e riscuote di nuovo successo (So D. T turned to the ground/Well the crowd they came in Just to see a man back from the dead/ As he stood on the stage/ So people take care when you’re chasing a dream in the night”) in un turbine di energia nel quale la cavalcata è del piano piuttosto che della chitarra. Ma il tragico passato torna nel momento di massimo successo nella confusione di chitarre e batterie nella migliore tradizione heavy, in SAMMY AND TEX , perché Sammy, uno spacciatore a cui DT deve dei soldi, si presenta da lui una sera dopo un concerto, e uccide Tex, il manager, che si era intromesso , e fa sprofondare di nuovo DT nello sconforto. E allora DT fugge disperato nella cattedrale di S. PATRICK’ S e si rivolge a Dio chiedendogli se davvero guarda alla sorte degli uomini (“Why all the things we asked/Or prayed would come to pass”, “But if you find the time/please change the story line/or give a call/ explain it all”), in un brano dalla forte connotazione cantautorale e un canto quasi ‘confessionale’ , con un sapiente uso di tastiere e chitarra nell’accompagnare il canto. E la disperazione aumenta nel canto disperato di CAN YOU HEAR ME NOW nel constatare che le sue richieste non vengono accolte (Or are there just too many doors/between then and now/ For me to ever reach on through?) ed è accompagnata dall’aggressività di chitarra e batteria e dalla maestosità delle tastiere. E vaga per una NEW YORK CITY DON ’T MEAN NOTHING piene di pericoli, dove il torpore espresso anche dal tono nostalgico e dalla musica con lento intro di chitarra quasi country, aumenta di ritmo nel rievocare illusorietà come un fantasma fra le rovine della città nella disillusione del successo, GHOST IN THE RUINS nelle atmosfere sulfuree e sinistre neyorkesi. E si arriva al momento nel quale forse si ferma qualsiasi artista, quello nel quale chiede a sé stesso se qualcuno si ricorderà di lui e di ciò che ha fatto, IF I GO AWAY, (“What would stil remain… of me?/ The ghost within your eyes/ The whisper in your sighs”) per un brano che appare come una vera e propria love ballad per sé stesso con l’immancabile bellissimo pianoforte di Jon Oliva. Ancora la droga è conforto per la sua pena IN AGONY AND ECSTASY (“Spend your money endlessy/another grand insanity/So, D. T., here is the plan/I’ ll make your brain a rubber band/Time to stretch it out and greet/Agony and ecstasy”) in un brano fra i più incalzanti dell’abum da ascoltare tutto d’un fiato. HEAL MY SOUL costituisce il primo passo verso la conclusione di questo cammino doloroso, (All the dreams that I have harbored/ In the labyrinth of my soul, gone forever) in una preghiera a Dio accompagnato dal solo pianoforte e dal coro di voci bianche. E quindi un DTJesus rinato e combattivo, consapevole di quello che è stato racconta sè stesso in SOMEWHERE IN TIME (“I’ ve been changing, redifining/ All the things I thought I knew/ So long when I was flying/ Trough the years that seem so far away”) : la confusione di pensieri disperati ha lasciato spazio ad una ferrea rinnovata volontà di riniziare. La degna conclusione di una delle più belle favole rock di tutti i tempi è BELIEVE, un vero e proprio inno alla vita, un inno ispirato forse alla più profonda spiritualità di ognuno, ma che, anche in questo, Jon non ci palesa apertamente perché la più intima e personale, e portandoci invece su un’ universalità tremendamente condivisibile quanto spesso data per scontata, ma resa in una dolcezza e magia che solo i Savatage, nella loro unicità, hanno saputo regalare. (Non a caso ricorrerà poi nei live successivi come brano commemorativo dopo la morte del fratello e grande chitarrista Criss Oliva, che qui compare per l’ultima volta prima dell’ improvvisa morte nel 93’. Anche per questo difficile estrapolerne in questo caso una citazione significativa: è da ascoltare e leggere integralmente e da farsi trasportare senza remore!).

Chiamato in causa Meat Loaf o i Queen, per i quali Jon non ha mai nascosto grande ammirazione, così come il musical in questo caso portato nell’ heavy metal, la teatralità di questa ‘rock opera’ rivela comunque tutta la sua forza di viaggio nella psiche umana, aldilà di qualsiasi influenza possibile, il gusto per la melodia coniugata magistralmente con il miglior hard’n’heavy di questo gruppo spesso sottovalutato rispetto ad altri più blasonati, il carisma di Jon Oliva come grande singer e interprete in perfetto connubio con il suo pianoforte, il suo particolare timbro e la sua maestria nella scrittura (da manuale per molti sedicenti musicisti, a nostro parere)…. tutti aspetti che ci fanno perdonare anche quelle sue piccole, sporadiche, stonature…

www.savatage.com

Tracklist:
1. Streets
2. Jesus Saves
3. Tonight He Grins Again
4. Strange Reality
5. A Little Too Far
6. You’re Alive
7. Sammy and Tex
8. St. Patrick’s
9. Can You Hear Me Now
10. New York City Don’t Mean Nothing
11. Ghost in the Ruins
12. If I Go Away
13. Agony and Ecstasy
14. Heal My Soul
15. Somewhere in Time
16. Believe

Band:
Jon Oliva – voce, piano – batteria on 2 and 7
Steve “Doc” Wacholz  – batteria except on 2 and 7
Johnny Lee Middleton – basso except on 2 and 7
Criss Oliva – chitarra, basso on 2 and 7

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