Steel Panther + Inglorious – Alcatraz, Milano – 28 settembre 2016

Immancabile appuntamento a cadenza oramai annuale quello che si ripresenta questa sera all’Alcatraz di Milano coi coloratissimi e cotonatissimi (o, forse, sarebbe meglio dire “imparruccatissimi”) Steel Panther: amati dai numerosi nostalgici delle sonorità bombastiche e degli eccessi edonistici degli anni ’80 (che non vedono l’ora di farsi prendere per mano e farsi ricondurre all’epoca d’oro del Sunset Boulevard, fatta di facili donnine, fiumi di Jack Daniel’s e strisce di coca), oppure odiati da quei pochi che non riescono invece a coglierne l’ironia (ritenendoli solamente solo una “joke” band che si limita a scopiazzare e prendere in giro i gruppi di quel periodo come i Mötley Crüe o i Poison), i quattro satiri di Los Angeles non possono comunque lasciare indifferenti.

A rendere ancora più interessante questo atteso appuntamento c’è il fatto che la band di Satchel e Michael Starr ha scelto per questo tour europeo di farsi accompagnare da un opening act di assoluto rispetto come gli Inglorious, autori, a detta di chi scrive, dell’esordio discografico più interessante del 2016 (qui la recensione) e già particolarmente apprezzati anche dal vivo lo scorso aprile al Frontiers Rock Festival (qui il live report della loro esibizione).

Sulle note dell’oramai abusato intro “Won’t Get Fooled Again” degli Who, il gruppo britannico prende possesso delle assi del palco, incendiandolo immediatamente con le massicce “Until I Die” e “Breakaway”, ossia i primi due brani del loro album di debutto: il possente Nathan James è assoluto padrone della scena grazie ad una presenza imponente ma soprattutto grazie ad un’ugola esplosiva, con un “range” vocale ampio al punto di consentirgli di passare con disinvoltura dalle più calde tonalità bluesy ad acuti stentorei degni del giovane Gillan. Validissima spalla al suo fianco l’ottimo chitarrista svedese Andreas Eriksson (già visto all’opera coi Crazy Lixx): elegantissimo nel suo look un po’ bohémien, la sua figura ed il suo modo di suonare non possono che riportare alla memoria i grandi chitarristi hard rock degli anni ’70.

Se non è difficile immaginare i due come la versione moderna di celebri coppie d’assi in grado di catturare lo sguardo di tutti, come Plant-Page o Tyler-Perry, bisogna dire che anche il resto della band non è assolutamente da meno: l’altro chitarrista (forse meno appariscente, ma altrettanto efficace) Wil Taylor si divide ritmiche e assoli con Andreas, mentre il cuore della band pompa alla grande, grazie al lavoro indefesso del bassista Colin Parkinson e del batterista Phil Beaver (che, se dietro le pelli può sembrare un Uomo di Neanderthal per il suo aspetto irsuto e la violenza usata nel percuotere i tamburi, giù dal palco si rivela invece un ragazzo gentile dall’occhio ceruleo che conquista).

Nel corso del set, non lunghissimo per la verità, vengono sciorinati i brani più significativi della loro, per ora, unica fatica discografica (tra cui non si possono non citare una magistrale versione di “High Flying Gypsy” e la conclusiva e magnetica “Unaware”), ma c’è spazio anche per due cover interpretate con gusto, impeto e personalità, come la Rainbowiana “I Surrender” ed una “Fool For Your Loving” sempre in grado di scatenare la platea.

Possiamo definitivamente affermare che anche dal vivo gli Inglorious passano l’esame a pieni voti, con una particolare lode per Nathan James, confermatosi ancora una volta come uno dei vocalist più interessanti delle ultime generazioni.

SETLIST INGLORIOUS: Intro: Won’t Get Fooled Again – Until I Die – Breakaway – I Surrender (Rainbow cover) – High Flying Gypsy – Warning – Fool For Your Loving (Whitesnake cover) – You’re Mine – Holy Water – Unaware

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Nel frattempo il locale, che all’inizio del set degli Inglorious presentava qualche vuoto forse a causa dell’orario un po’ anticipato, ha intanto iniziato a riempirsi e la sala piccola dell’Alcatraz si presenta gremita al punto giusto quando viene calato sullo stage il backdrop rosa shocking riportante il monicker degli Steel Panther, mentre contemporaneamente dalle casse cominciano ad uscire le note registrate di “I Love It Loud” dei KISS: il brano sembra fatto apposta per portare la temperatura in ebollizione, in attesa dell’ingresso sul palco della Pantera d’Acciaio. Ed eccoli: Michael Starr al microfono, Satchel alla sei corde, Lexxi Foxxx al basso e Stix Zadinia alla batteria attaccano con “Eyes Of A Panther” ed è subito festa! “Just Like Tiger Woods” e “Party Like Tomorrow Is The End Of The World” (con la consueta parodia del finale allungato a dismisura) seguono a ruota ed i cori (sia quelli campionati che escono con una prepotenza financo eccessiva dagli speaker, sia quelli del pubblico in delirio e voglioso di divertirsi) sembrano squassare le pareti dell’Alcatraz.

Ma, come chi ha avuto già modo di vederli in passato sa bene, quello degli Steel Panther non è il classico concerto rock, o perlomeno non solo, in quanto il loro show prevede una serie di intermezzi caratterizzati da lunghi discorsi dei componenti della band (in particolare del loquace chitarrista Satchel) che hanno come principale denominatore il sesso: così, dopo solo tre pezzi, la band si lancia nella presentazione dei membri del gruppo col primo di una serie di sketch (a volte anche eccessivamente lunghi) a base di “Viva la f..a!”, battutine ironiche sulle supposte ridotte dimensioni dell‘organo riproduttivo di Michael “pisellino” Starr e sulla necessità di dover imparare la nostra lingua allo scopo di poter comunicare meglio coi meccanici italiani incaricati della manutenzione della Ferrari di Satchel.

Dopo più di dieci minuti di cazzeggio, la musica riprende con la solita sguaiata scorribanda tra le prostitute orientali di “Asian Hooker” ed i grevi ritornelli di “Let Me Cum In”, prima che Satchel assurga ad assoluto protagonista grazie ad un lungo assolo col quale, anziché concentrarsi solo su abilità e velocità di esecuzione, preferisce dedicarsi all’intrattenimento puro citando i grandi classici del rock (da “Smoke On The Water” a “The Trooper”, da “Master Of Puppets” a “Sweet Child O’Mine”, da “Crazy Train” ad “Iron Man”), suonando, contemporaneamente alla propria chitarra, anche il pedale della cassa della batteria.

Mentre Lexxi Foxxx continua a ritoccarsi il trucco allo specchio e ad assumere le sue abituali pose plastiche, Michael si diverte a cambiare bandane a ripetizione e ad ammiccare voglioso verso le procaci ragazze presenti in prima fila. Ragazze che, dopo una bella versione acustica di “She’s On The Rag” (durante la quale veniamo a sapere che Stix è l’unico componente della band a saper suonare il “flauto” per via dei suoi giovanili trascorsi nelle patrie galere), diventano anche loro star dello show: la prima a salire sul palco è la diciannovenne Michelle che, oltre a stuzzicare le voglie di “grandpa” Michael, si guadagna prima un “romantico” omaggio sulle note dell’omonimo brano dei Beatles, rivisitato ovviamente in maniera sconcia, e poi addirittura la dedica di un brano improvvisato a testa da ognuno dei quattro membri della band, sui cui testi preferiamo sorvolare per ragioni di censura.

Ma una ragazza sola per gli Steel Panther non è abbastanza ed allora via alla consueta invasione di palco di giovani donne poco vestite per le sguaiatissime “17 Girls In A Row” e “Gloryhole”, prima che la “delicatissima” poesia di “Community Property” venga declamata con gioiosa spensieratezza da tutti i presenti di ogni sesso ed età.

L’inno anti-tutto “Death To All But Metal” mette fine allo show prima dei consueti encores, nei quali scorgiamo tutti i membri degli Inglorious a cantare allegramente in mezzo al pubblico, conquistati anche loro dalla divertente ironia delle note di “Fat Girl” e dai cori dell’unico vero manifesto programmatico degli Steel Panther (nonché delle intenzioni di tutti i presenti) “Party All Day (Fuck All Night)”.

Anche a questo giro gli Steel Panther si sono confermati ottimi musicisti e altrettanto validi intrattenitori, anche se a tratti abbiamo avuto l’impressione di uno show forse un po’ troppo legato a battute un tanto al chilo ed a cliché un tantino abusati; uno show che dunque comincia a denotare segni di ripetitività e a dare l’impressione di necessitare di qualche rinfrescata. Eppure…

Eppure gli Steel Panther riescono ancora a divertire, proprio come quei film di Fantozzi che, nonostante tu li abbia visti già centinaia di volte e nonostante tu conosca a memoria ogni singola battuta, non puoi fare a meno di rivedere ogni volta che li passano i tv, ridendo come uno scemo ogni volta più forte.

SETLIST STEEL PANTHER: Intro: I Love It Loud – Eyes Of A Panther – Just Like Tiger Woods– Party Like Tomorrow Is The End Of The World – Asian Hooker – Turn Out The Lights – Let Me Cum In – Guitar Solo – It Won’t Suck Itself – She’s On The Rag – Michelle (little snippet – The Beatles cover) – Girl From Oklahoma – 17 Girls In A Row – Gloryhole – Community Property – Death To All But Metal – Fat Girl (Thar She Blows) – Party All Day (Fuck All Night)

steel-pantheringlorious-17 steel-pantheringlorious-16 steel-pantheringlorious-8 steel-pantheringlorious-15 steel-pantheringlorious-12 steel-pantheringlorious-19Si ringrazia l’amico Fabrizio Tasso di HeavyWorlds Webzine per la gentile concessione delle fotografie.

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